Lettere sul presente inquieto

Conversazione sui nodi fondamentali della condizione contemporanea. Religione e famiglia, paura e individualismo. Un libro di Massimo Camisasca e Mattia Ferraresi

Pubblichiamo alcuni stralci tratti da “Oltre la paura. Lettere sul nostro presente inquieto”, il libro scritto da mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, e Mattia Ferraresi, corrispondente del Foglio da New York. Il volume, edito da Lindau (112 pagine, 11 euro), è da oggi in libreria

 


 

Religioni tra integralismo e secolarismo

 

Caro Mattia,

volevo riprendere insieme a te il tema del dialogo, del recupero delle proprie radici, e qui più ampiamente delle religioni, come punto di partenza per andare, come ci siamo proposti, oltre la paura. Le religioni: il nostro tempo, schizofrenico come pochi, vede il consolidarsi di due tendenze contraddittorie che, in realtà, sembrano giustificarsi a vicenda. Da una parte l’integralismo di chi non sa distinguere tra fede e politica, tra fede e appartenenza etnica. Non si può negare che questo sia l’enorme problema di certi settori islamici che progettano uno stato mondiale islamico e non sanno vedere la provvisorietà delle leggi umane rispetto al piano divino. E’ anche la difficoltà dell’induismo, che vorrebbe far coincidere la nascita in India con l’adesione alla fede indù, o del buddismo birmano, che non accetta i musulmani nei propri confini. Dall’altra parte, il vento del secolarismo che, soprattutto dal XVIII secolo, soffia forte in tutto l’occidente, vuole ridurre la fede a uno dei tanti prodotti del supermercato degli hobby privati, tanto simpatici quanto insignificanti.

 

Una fede ridotta a pura opzione privata è più o meno conveniente alla società civile e politica dei nostri paesi?

E’ il tema del famoso colloquio tra Jürgen Habermas e Benedetto XVI. Una fede ridotta a pura opzione privata è più o meno conveniente alla società civile e politica dei nostri paesi? Le Costituzioni moderne dovrebbero avere gli strumenti necessari per affermare una giusta separazione di confini, per custodire la libertà religiosa di qualsiasi fede e di qualunque cittadino, anche ovviamente la sua libertà di non credere, senza misconoscere la forza aggregativa e formativa delle idee e delle religioni. Altrimenti torneremmo alla pericolosa esperienza degli Stati etici che tanto ha segnato e insanguinato il nostro 900. Ogni epoca deve riscrivere le proprie tavole della convivenza tra le etnie, le fedi, le religioni. Lo deve fare sommamente la nostra, attraversata dalla realtà di una nuova migrazione di popoli che non tollera scorciatoie. Dobbiamo introdurre chi ammettiamo dentro i nostri confini a un cammino di conoscenza e adesione ai valori fondanti della nostra cultura. Ma essi sono conosciuti e riconosciuti almeno da noi? Lo sfilacciamento culturale e antropologico cui stiamo assistendo farebbe pensare a una risposta negativa. La provocazione della conoscenza e del dialogo tra le diverse fedi e culture può aiutare il nostro Occidente a ritrovare la strada della sua storia. Questo ci fa capire che non possiamo neppure chiuderci in noi stessi, in una paura dell’altro che può anche nascere dalla volontà di difendere i propri valori, ma che misconosce la legge fondamentale della storia: solo ciò che si rinnova nella sua forma espressiva può continuare a vivere. Anche nella Chiesa l’identico permane non attraverso una ripetizione statica, ma una riscoperta dinamica del suo inizio. Vorrei mettere alla prova questo principio esaminando brevemente un tema centrale del nostro tempo: l’ira e la misericordia in Dio. Come è possibile la convivenza se il Dio cristiano, che è poi il Dio della Prima Alleanza, è un Dio che si adira contro i nemici, che spinge alla guerra? Come convivono in lui ira e bontà? O si tratta di due dèi (come pensava Marcione, condannato dalla Chiesa, che voleva la cancellazione dell’Antico Testamento)? Purtroppo, però, il problema si ripropone, perché anche nel Vangelo, e più in generale nel Nuovo Testamento, si parla dell’ira di Dio e dei luoghi dove è pianto e stridore di denti, come d’altra parte si parla, eccome, della misericordia di Dio, più grande della sua ira, nell’antico patto. Come conciliare tutto ciò con un Dio che è all’origine dell’esistenza dell’uomo e dell’universo, che non gode della morte e non può goderne, perché è l’autore della vita? E infine l’ira di Dio non è forse una giustificazione, forse anche un esempio, per l’ira dell’uomo? Ira e misericordia, in Dio, possono essere compresenti e addirittura implicarsi reciprocamente?

 

Ho letto alcuni importanti studi su questo tema e anche diversi testi dei Padri della Chiesa. La conclusione a cui sono giunto è che ira e misericordia sono due volti dell’amore. Era già il mio convincimento, ma ora posso dire di aver compreso meglio. E per questo desidero parlartene, almeno per accenni. Vorrei raccogliere due riflessioni sul tema dell’ira di Dio: quella di Lattanzio e quella di Origene. Per il primo “la religio non può mantenersi senza il timore, e il timore si dà quando qualcuno si adira, perciò se si nega l’ira si distrugge la religione e si riduce la vita umana all’indifferenza della condizione animale”. Origene: “Quelli che non sono stati educati dalla Parola li educa con l’Ira”. Ma, aggiunge genialmente: “E la Sua parola non è come la parola di tutti […] così anche l’ira di Dio è un’ira [che non assomiglia all’ira] di nessuno che sia in collera […], ha qualcosa di diverso e di estraneo rispetto a ogni [tipo di] collera di qualcuno che si adira”. In altre parole: ciò che noi (e la Bibbia) chiamiamo ira di Dio, da non confondersi antropologicamente con l’ira dell’uomo, è quel movimento per cui Dio coinvolge l’uomo. Poiché c’è peccato, ci deve essere correzione, affinché sia vero il perdono (“neppure io ti condanno. Va’ e non peccare più”). L’ira appartiene all’economia di Dio, al suo manifestarsi per noi, mentre l’amore appartiene all’essenza di Dio. Giovanni ha scritto “Dio è amore”. Non certo “Dio è collera”. C’è un’essenziale dissimmetria tra la collera e l’amore: c’è un amore intradivino, ma non c’è una collera intradivina. Dio insomma è bontà e giustizia assieme, le due note non possono essere mai disgiunte. Tertulliano arrivava a dire che un Dio solitariae bontatis, di sola bontà, è un’assurda perversione. “Se non si oppone al male non ha più senso nulla… è tacitamente permesso ciò che, pur proibito, non è oggetto di castigo”. “La collera – conclude questo lungo dibattito, in epoca recente, Daniélou – non è dunque il risentimento di un amor proprio ferito. E’ il rifiuto di scendere a patti con ciò che non può essere ammesso. In Dio essa è l’espressione della sua incompatibilità con il peccato”. Per ritornare dunque al parallelo con le circostanze del tempo presente, esse ci obbligano a ripensare il Principio, non per modificarlo a nostro piacimento, ma per ricomprenderlo più compiutamente. L’errore più grave che l’Europa ha compiuto nella sua recente vicenda, nella sua ricerca di unità, è la volontà assoluta di dimenticare la propria storia da parte delle burocrazie che la governano. La dimenticanza del passato è uno degli errori più gravi che un popolo può fare. Può capitare anche alle persone. Mi è successo molte volte di parlare con uomini e donne che a 50, 60, 70 anni di età volevano costruirsi una vita nuova cancellando il passato. E’ un’illusione tragica. Questo non vuol dire che un popolo debba ripetere il proprio passato o fermarsi a esso, questa non è fedeltà. E’ il suo fantasma. Vivere vuol dire tessere una tela di storia composta di una trama e un ordito che sono fedeltà e innovazione. Nessun continente ha la storia dell’Europa. Tutto ciò non deve diventare motivo di orgoglio o di misconoscimento delle grandezze degli altri (penso alle filosofie e alle religioni dell’Asia, alla Costituzione americana, alla letteratura e alla musica latino-americana, all’amore per la vita dell’animo africano. Ma sono soltanto alcuni esempi tra i mille che si potrebbero fare). Anzi, dobbiamo sempre tendere a un grande progetto di integrazione mondiale, di cui le Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo rappresentavano il sogno, ben presto rivelatosi tale.

 

Sento spesso dire che l’America è un paese religioso, segnato profondamente dalla sua radice cristiana. Credo sia vero il contrario

La storia dell’Europa è, nel suo inizio, la storia del Mediterraneo e quindi, per ragioni geopolitiche, è fin dalle origini una vicenda che lega tre continenti: oltre al nostro è implicata l’Asia (Alessandro Magno arrivò fino in India, i Greci combatterono contro i Persiani, e non furono solo vicende di guerra, ma un incontro di popoli e culture) e l’Africa del Nord (Egitto, Libia, Tunisia…). Anche la grande storia di Israele si incontra e si intreccia con gli stessi popoli. Fin dalle origini, dunque, pur nelle guerre, c’è commistione di lingue, etnie, culture, religioni. Come è nata recentemente la paura di essere europei, il desiderio di dimenticare? Come è nata la perdita di giusto orgoglio che si è convertito in uno smarrimento culturale di cui non può che soffrire tutto il mondo? Se l’Europa scompare, infatti, se scompare il lascito della sua storia millenaria, tutto il mondo ne soffrirà. Penso che una delle cause sia tata la crisi dell’unità religiosa: prima l’Europa si è divisa orizzontalmente tra est e ovest, tra cattolici e ortodossi (anche se questa lacerazione ha origini lontane, nella divisione dioclezianea dell’impero romano), e poi una divisione tra nord e sud, tra i cattolici e i riformati, come se i Germani volessero prendersi la rivincita su Roma che li aveva per un po’ di tempo legati al suo giogo. La divisione delle Chiese stato il tragico motore della divisione dell’Europa. Per questo l’ecumenismo di base (non certo quello dei vertici) è un evento politico oltre che religioso. Due guerre mondiali hanno completato il misfatto. Hanno dissanguato l’Europa, anche spiritualmente, e hanno messo al centro del suo cuore un grande complesso di inferiorità, quasi un desiderio di inferiorità. La risposta più sbagliata sarebbe ritornare a un complesso di superiorità. Sincretismo, indifferentismo ed egualitarismo sono i mali del nostro tempo. Si tratta di trovare quell’equilibrio psichico e storico che si nutre della gioia dei propri doni, del desiderio di riconoscere e godere di quelli degli altri, in una sintesi che non cede al sincretismo, ma sia una comunione di diversità.

 

Tuo,

Massimo

(22 dicembre 2017)

 


 

Il “credo americano”

 

Caro don Massimo,

un teologo arguto ha spiegato così l’assenza, in America, di atei interessanti, come invece capita di incontrare in Europa e altrove: “Il Dio in cui la maggior parte degli americani dice di credere non è abbastanza interessante per essere negato”. E’ la descrizione lucida e ironica di una civiltà immersa nel vocabolario religioso, straripante di simboli e liturgie, cresciuta all’ombra dell’albero della teologia eppure largamente indifferente a un Dio che non ha a che fare con le questioni fondamentali dell’esistenza. Il Dio del “credo americano” – espressione coniata da William Tyler Page attorno al 1917 – sorveglia e garantisce le istituzioni repubblicane, è un sigillo posto sulle carte fondative e proclamato nei giuramenti ufficiali, è una presenza insieme pervasiva ed evanescente, abita in tutti gli anfratti dello spazio pubblico, ma più che convertire, gestisce. E infatti la religione in America si è inevitabilmente fatta “civile”, un’ancella dell’ordine politico e delle sue leggi. Perché affannarsi per distruggere una presenza divina tanto tiepida, né misericordiosa né iraconda?

 

La dimenticanza del passato è uno degli errori più gravi che un popolo può fare. Può capitare anche alle persone

Negare un dio del genere è un esercizio inutile. Sono certo che conosci una delle opere d’arte che hanno rappresentato in modo più incisivo questa forma di neutralizzazione: parlo ovviamente di Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta. Nel film, i nazisti fanno di tutto per mettere le mani sull’arca dell’alleanza, cioè sul divino, e quando finalmente riescono nell’impresa la loro malvagità e tracotanza vengono duramente punite. Gli americani riescono così a recuperare l’arca, ma non sapendo bene che farne, i burocrati degli apparati militari decidono di chiuderla in una cassa di legno, classificandola con un apposito codice, e di stivarla in un magazzino. Nella memorabile sequenza finale, la telecamera inquadra la cassa che contiene l’arca e poi si allarga lentamente per abbracciare quello che si rivela un deposito enorme, sconfinato, pieno di involucri in tutto simili a quello che custodisce il tesoro più prezioso dell’umanità intera, il quale diventa così cassa indistinguibile nella moltitudine delle casse. Ecco il modo più efficace per cancellare l’elemento religioso da una società: renderlo uguale a tutto il resto, mimetizzarlo in una selva di alternative di valore apparentemente identico. Sento spesso dire che l’America è un paese religioso, segnato profondamente dalla sua radice cristiana. Credo sia vero il contrario: si tratta di un luogo intimamente secolarizzato, forse l’avanguardia stessa della mentalità laicista. Questo risultato è stato ottenuto nel modo più compiuto proprio perché l’America ha conservato la verniciatura nominale della fede, non l’ha espunta e bandita dal discorso pubblico. E’ sostanzialmente secolarizzata proprio perché dà mostra di non esserlo. La tradizione americana della tolleranza e della libertà religiosa, che è stata introdotta dalla mentalità illuminista e liberale, non certo dai Padri pellegrini, si basa sulla sostanziale equivalenza di ogni credo nell’ambito dell’intimo e dello spirituale, mentre la cornice culturale cristiana sorregge e giustifica il progetto della civilizzazione americana. Assieme a Tocqueville vorrei ripeterti una formula sempreverde: “Non so se tutti gli americani credano nella loro religione – chi può leggere nei cuori? –, ma sono sicuro che la credano necessaria al mantenimento delle istituzioni repubblicane. Questa opinione non appartiene soltanto a una classe di cittadini o a un solo partito, ma alla nazione intera. La si incontra in tutti i ranghi”. Date queste premesse, credo che sia inevitabile che lo spazio di legittimità dell’autentica esperienza religiosa, che per definizione non si limita a esprimersi nell’interiorità, sia sempre più ridotto. Si sono condotte vibranti battaglie legali per concedere ai nativi americani il permesso speciale di usare, per alcuni rituali tradizionali, sostanze allucinogene che sono ordinariamente fuori legge, e allo stesso tempo si combatte qualunque espressione dell’elemento religioso che abbia conseguenze sulla vita comune. La religione è custodita e valorizzata nella misura in cui non s’impiccia della realtà al di fuori della sagrestia, del tempio, della moschea, della sinagoga, dello spazio del culto nel senso più stretto possibile. Uno dei dibattiti meno capiti e perciò meno raccontati degli ultimi anni è quello sul mandato del governo, durante la presidenza di Barack Obama, che ha obbligato gli istituti di ispirazione religiosa a sottostare alle regole sulla copertura assicurativa in tema di contraccezione e aborto. Non li ho definiti per caso “di ispirazione religiosa”: si tratta di scuole, ospedali, università, opere sociali e caritatevoli che in senso stretto non sono luoghi dove si amministra il culto, eppure ne sono il frutto, costituiscono l’espressione visibile della fede. Con un inchino formale alla libertà religiosa, lo stato ha ribadito esenzioni e compromessi per i luoghi di culto, permettendo, ad esempio, alle parrocchie di non offrire gratuitamente contraccettivi o farmaci abortivi nei piani assicurativi per i loro dipendenti, eppure ha applicato un criterio diverso per le opere radicate nell’esperienza religiosa ma aperte all’intera società, adducendo come motivazione il principio dell’uguaglianza, anzi dell’egualitarismo, come saggiamente scrivi. Se una società stabilisce l’universalità di certi diritti deve poi imporre in modo rigoroso di rispettarli, nello spazio pubblico. Negli scantinati dell’interiorità ognuno si regola come crede. Il governo ha insomma formalizzato la radicale separazione non già fra stato e Chiesa, ma fra fede e realtà. Le due dimensioni coesistono in regime di muta autonomia: non comunicano, non si illuminano a vicenda, non si chiamano in causa. Il panorama religioso americano, così frammentato in una moltitudine di fedi e confessioni cristiane in un processo di costante estinzione e moltiplicazione, è in realtà tutto sommato assai unito nell’abbracciare questa discrasia come premessa implicita, come comune denominatore spirituale. Non potrei essere più d’accordo quando dici che il più grande errore dell’Europa è la sua ferrea volontà di dimenticare il proprio passato, e aggiungo che l’America è figlia di un oblio. La sua vicenda è un impasto di eredità e dimenticanza. Per spalancare l’orizzonte di una nuova promessa, i coloni hanno dovuto prodursi in una cesura con il passato, un fatto che permane come traccia indelebile nell’autocoscienza del popolo. Credo che anche in questo aspetto, come in molti altri, il Vecchio Mondo coltivi l’irrefrenabile desiderio di imitare il Nuovo. Non mi sembra, tuttavia, che il processo di assimilazione “civile” che caratterizza il credo americano abbia sopito o annichilito il desiderio di esperienze religiose autentiche, irriducibili ai termini di qualche convenzione sociale. Si respira confusamente l’aria di un ritorno, di un risveglio. Lo testimonia, ad esempio, il dibattito intorno all’Opzione Benedetto articolata dal giornalista Rod Dreher, una proposta di rilancio e purificazione della vita cristiana in un mondo post-cristiano, in attesa di un nuovo, e certamente diverso, san Benedetto, come scriveva Alasdair MacIntyre nell’ultima pagina di Dopo la virtù.

 

Il modo più efficace per cancellare l’elemento religioso è di mimetizzarlo in una selva di alternative di valore apparentemente identico

Non voglio soffermarmi troppo sulla natura specifica dell’idea di Dreher, questione che ha prodotto i soliti tafferugli fra tifoserie urlanti, ma qualche accenno lo merita. L’autore sostiene la necessità, per i cristiani che vogliano vivere come tali, di una ritirata strategica dall’animosità del mondo secolarizzato, e la dimensione “strategica” è centrale nel suo disegno: si tratta di appartarsi in isole al riparo dai marosi del tempo per riconquistare il senso dell’essere cristiani, andato sbiadendosi nell’arduo tentativo di abbracciare la modernità senza farsi soffocare. Nella sua riflessione, documentata attraverso esempi, l’autore propone così di ritornare agli aspetti elementari dell’esperienza religiosa, e sostiene che non è possibile intraprendere questo percorso senza una cesura, senza cioè chiarire la propria posizione intorno alla mentalità dominante di questi tempi. I critici pigri hanno visto in questa impostazione la testimonianza di un cristianesimo in preda a un complesso d’assedio, da risolversi in forme di isolamento e regimi di rigorosa separazione; quelli in malafede hanno sentito addirittura l’eco dell’eresia donatista, con i seguaci dell’intellettuale americano che nelle loro riserve neobenedettine celebrerebbero la loro superiore purezza sul volgo cristiano comune, che si rotola nel fango mondano. Ciò che a entrambe le categorie sfugge è che l’Opzione Benedetto è la storia di una riappropriazione, non di una fuga. La via della radicale separazione dal mondo secolarizzato è peraltro già stata ampiamente tentata, a più riprese, da molte denominazioni cristiane in America, con risultati non proprio incoraggianti. Dreher, cresciuto nell’ambiente protestante del Sud, lo sa bene. Come si realizzi, in termini storici e concreti, l’Opzione Benedetto è difficile dirlo anche per l’autore, che da anni ormai gira per il mondo alla ricerca di cristiani che vivono nel mondo senza appartenervi. Alcuni esempi sono convincenti, altri molto meno. Taluni sono vagamente deprimenti. Ma il comune denominatore è che il cristianesimo si manifesta, oggi, nei tentativi di “minoranze creative”, come le chiama Benedetto XVI. Ecco, non voglio qui avventurarmi nel giudicare il valore di questo o quel tentativo, mi limito a rilevare che i problemi sollevati da Dreher hanno toccato la sensibilità di milioni di americani (e non solo) che desiderano vivere da cristiani in una società che appare sempre più ostile alla dimensione religiosa. È la domanda che l’autore coglie, non la risposta che offre, il tesoro nascosto di un testo che non può non essere letto per afferrare un aspetto della condizione dell’uomo occidentale del nostro tempo.

Tuo,

Mattia

28 dicembre 2017

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