Papa Pio XII (foto LaPresse)

L'inganno al Papa

Matteo Matzuzzi

Un secolo dopo il rogo dell’Università di Lovanio, dall’Archivio vaticano emerge la verità. Il giovane Pacelli fu decisivo nel risolvere il mistero

Il marchio di “Deutsche Freund” lo perseguitò fino all’ultimo respiro. L’aspetto un poco dimesso, miope e mingherlino, silenzioso e intellettuale, non aiutava a corroborare l’idea di un guerriero della fede pronto alla crociata. Benedetto XV lo sapeva e lasciò fare. Non appariva, parlava solo quando necessario. Scriveva, questo sì. E pure tanto. Però quell’essere amico dei tedeschi, dove i tedeschi in questione erano gli invasori del Belgio neutrale durante la Prima guerra mondiale, resterà un marchio indelebile. Ma il Papa diplomatico, allievo di Mariano Rampolla del Tindaro, il grande sconfitto nel Conclave del 1904, amico dei tedeschi non lo era per nulla. Lo si scopre finalmente con il meticoloso lavoro di Johan Ickx mandato in stampa da Cantagalli (Diplomazia segreta in Vaticano. 1914-1915. Eugenio Pacelli e la resistenza alleata a Roma, 24 euro) che fa luce su uno degli aspetti più misteriosi degli inizi della Grande guerra: la devastazione di Lovanio e l’incendio che mandò in fumo l’Università cattolica cittadina con tutto il suo immenso patrimonio librario. 

 

Il 25 agosto 1914, alle ore 20, colpi di fucile s’udirono nelle strade di Lovanio. Da qui alla battaglia campale in città il passo fu breve

E’ una storia di depistaggi, di lettere riservate, di funzionari vaticani interessati a far prevalere una determinata ragione. Magari anche ingannando il Pontefice. Ickx non ha bisogno di tante presentazioni, il curriculum vale a testimoniarne la serietà, come peraltro annota nella prefazione anche il segretario di stato, il cardinale Parolin. Attualmente, lo studioso belga è responsabile dell’archivio storico-sezione per i Rapporti con gli stati della Segreteria di stato, nonché consultore della congregazione per le Cause dei santi.

 

Lo scenario è quello dell’avanzata impetuosa tedesca nel vicino Belgio: tra il 5 agosto e il 21 ottobre del 1914 furono trucidati circa seimila civili; quattordicimila le case distrutte. Duecento religiosi belgi furono trucidati. Quindi il momento chiave: il 25 agosto, alle ore venti in punto, colpi di fucile risuonarono nelle strade di Lovanio. Da qui alla battaglia campale in città il passo fu breve. I soldati del kaiser reagirono, appiccarono incendi un po’ ovunque, “per tre giorni in maniera sistematica e ininterrotta, ostacolando ogni tentativo di spegnimento”, scrive l’autore. Alle prime ore del 26 agosto lo spettacolo era post apocalittico: il complesso universitario di Lovanio appariva come un tizzone carbonizzato. Ardevano ancora i resti di quello che era stato un patrimonio bibliotecario davvero imponente. “Dei trecentomila libri moderni, ottocento incunaboli e mille preziosi manoscritti messi al rogo non rimaneva praticamente niente. Tutta la notte il vento aveva fatto cadere sulla città una pioggia di carta carbonizzata simile a neve nera”.

 

Ma chi fu il primo a sparare, alle ore venti del giorno prima? Per i tedeschi la responsabilità era dei “franchi tiratori”. Dopotutto, per loro il Belgio non era altro che il “Land der Franktireure” abitato da terroristi socialisti sul fronte vallone e preti fanatici su quello fiammingo che istigavano la popolazione ad attaccare i soldati prussiani. I testimoni oculari, però, raccontarono una verità ben diversa, e cioè che a far partire il tutto furono i soldati tedeschi. Scrive Ickx: “Elemento cardine nella discussione sui franchi tiratori è, in fondo, accettare o meno l’esistenza di una teoria del complotto. Ovvero è possibile che il comando dell’esercito tedesco abbia architettato con premeditazione la distruzione di Lovanio? In quel caso si tratterebbe di un inganno deliberatamente attuato da parte dei tedeschi”.

 

L’analisi di Ickx è rigorosa: nessuna volontà di stendere un’eulogia del futuro Pio XII. I documenti parlano chiaro

Un mistero durato un secolo, fino a quando dall’archivio storico della sezione per i Rapporti con gli stati della Segreteria di stato è spuntato un fascicolo contenente un rapporto segreto che il rettore dell’Università di Lovanio, mons. Paulin Ladeuze, aveva indirizzato a Benedetto XV. Ventidue pagine che contengono la ricostruzione di quanto avvenuto in quella notte e non solo: si dava conto delle atrocità compiute dagli occupanti, compresa la fucilazione di preti e altri ostaggi. Il problema è che il rapporto giunse a Roma solo molto tempo dopo la sua redazione: addirittura un anno, visto che il plico sarebbe stato consegnato dall’incaricato d’affari della Nunziatura a Bruxelles, mons. Emanuele de Sarzana, al cardinale Pietro Gasparri, nel settembre del 1915. Un anno di vuoto che spiega pienamente perché il Vaticano rimase sempre in ritardo rispetto all’evoluzione degli eventi in Belgio, sconcertando l’opinione pubblica cattolica che si attendeva dal Papa una parola o un gesto di condanna per quanto stava accadendo. La motivazione, ora lo si è appurato, è banale: a Roma sapevano ben poco di quanto era accaduto. E la responsabilità del ritardo, si appurò poi, era dovuta all’interessata azione della rappresentanza romana a Bruxelles: il nunzio Giovanni Tacci e l’incaricato de Sarzana. Un ulteriore episodio fa comprendere ancora meglio quanto delicata fosse la situazione. A Natale del 1914, il cardinale primate del Belgio, mons. Desiré Mercier, scrisse la “Patriotisme et endurance”, una lettera pastorale che creò più d’un grattacapo anche ai suoi confratelli vescovi belgi. Si trattava di un appello ai cattolici a non venire meno all’amore di patria, a lottare e a resistere contro l’usurpatore straniero portatore di morte e devastazione – oltre ai fatti di Lovanio, il 29 agosto era stato impartito per ben tre volte l’ordine di ridurre in cenere l’abbazia benedettina di Keizersberg con la motivazione, ridicola persino agli occhi del kaiser che infatti poi diede l’alt all’operazione, che a sparare contro i soldati tedeschi sarebbero stati i monaci –. Mercier era divenuto scomodo, Berlino lo voleva ridurre al silenzio, magari convincendo Roma a nominarlo a capo di qualche congregazione vaticana. Gli occupanti esigevano che il cardinale sottoscrivesse una dichiarazione e che fosse vietata la lettura dai pulpiti delle chiese della sua lettera pastorale. Si diffuse anche la voce di un suo presunto arresto. E a dar manforte alla linea tedesca fu proprio mons. de Sarzana, come s’evince da un documento “mai preso in considerazione finora” (scrive Ickx) che conteneva a ogni riga bordate contro Mercier, accusato di fomentare il conflitto. De Sarzana invitava i vertici vaticani “a ottenere il silenzio del cardinale”.

 

Il rapporto del rettore Ladeuze, trasmesso dal nunzio al Pontefice solo un anno dopo l’incendio. Il ruolo ambiguo di mons. de Sarzana

La matassa diveniva ogni giorno che passava sempre più complicata da sbrogliare ed è in questo contesto che s’inserisce la missione a Roma di mons. Simon Deploige, presidente dell’istituto superiore di filosofia di Lovanio che avrebbe tentato ogni strada per far sapere al Papa quel che era realmente accaduto. Il quotidiano neerlandese De Tijd lo definì “un corriere del cardinale Mercier incaricato di un’importante missione”. La missione consisteva nel perorare allo sfinimento la causa belga, mostrando a chiunque passasse per Roma la verità: dietro le devastazioni, le decimazioni e le fucilazioni c’erano sempre e solo i tedeschi. Farlo da solo, nonostante l’attivismo indubbio di mons. Deploige, era impresa improba. Serviva un canale privilegiato in Vaticano, qualcuno che potesse introdurlo al Papa o che – al limite – desse ascolto alle sue tesi e soprattutto a quelle contenute nel denso dossier preparato da mons. Ladeuze. Una persona che corrispondesse a tale identikit c’era: Eugenio Pacelli, segretario della congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari. Sarà lui il tramite “romano” di Deploige e del “club dei cinque”, un gruppo di cattolici di nazionalità diversa (un inglese, un rumeno, un giapponese, un francese e un belga) che si batteva in favore della causa di Lovanio e di tutto il Belgio. Lettere, veline ai giornali, incontri con i massimi esponenti della curia: tutto per perorare la causa di Bruxelles nel tentativo di smascherare l’inganno e la propaganda tedesca che tanti seguaci aveva anche tra le mura vaticane. Il risultato fu quello sperato.

 

Le note di mons. Pacelli, del tutto incline a sposare la causa belga contro i depistaggi tedeschi. I veri motivi della sua nomina a Monaco

Scrive Ickx che “la Santa Sede fu inizialmente fuorviata dalla sua nunziatura a Bruxelles e da altri rappresentanti diplomatici molto ben disposti verso la causa tedesca, che consentirono una libera diffusione alla menzognera propaganda tedesca, o addirittura la consolidarono mediante rapporti ufficiali ingannevoli”. Un’egemonia ideologica che però fu rovesciata dall’attivismo del “club dei cinque” legati a doppio filo con Pacelli. “Salta all’occhio – prosegue lo storico – come i diplomatici vaticani mostratisi germanofili nel 1914-1915 venissero nei mesi seguenti sostituiti dai vertici della Segreteria di stato, senza dare nell’occhio ma in maniera sistematica, con uomini affidabili e neutrali”. Per de Sarzana infatti, Bruxelles rappresentò la fine della carriera: richiamato a Roma nel 1915, fu prima lasciato in sospeso per un intero anno – divertenti sono le note di Ickx sulle sfuriate del monsignore che si aggirava per i corridoio della Segreteria di stato imprecando contro il cardinale Gasparri, quindi destinato a Santa Maria Maggiore. Ma la figura che più risalta in tutta la vicenda, sul fronte romano, è quella di Pacelli. E’ lui a coordinare il gruppo dei cinque e a garantire per loro presso la curia (fino al Papa). E’ lui a ritenere credibile il rapporto di mons. Ladeuze – le annotazioni a margine ne sono una conferma – e a ritenere giusto punire de Sarzana (che chiederà per anni di essere ricollocato in servizio, scontrandosi sempre con il fermo rifiuto di Pacelli nel frattempo divenuto segretario di stato). Osserva l’autore che il futuro Pio XII “fu inequivocabilmente fautore della causa degli alleati, a condizione che ciò non comportasse pregiudizio per la sorte dei cattolici tedeschi e restasse protetta la posizione imparziale della Santa Sede”.

 

E’ una valutazione oggettiva, non un tentativo – che risulterebbe maldestro quanto sciocco – di “riabilitare” la figura di Eugenio Pacelli dipingendolo come germanofobo, portando così solidi ulteriori argomenti alla causa di beatificazione pendente. Questo lo può pensare o chi non ha letto il libro di Ickx o chi nutre un pregiudizio storico per cui Pio XII non dovrebbe mai e poi mai assurgere alla gloria degli altari. I documenti rimasti secretati per un secolo non mirano a stendere un’eulogia di Pacelli, ma solo a rilevarne il ruolo che ebbe nella vicenda. Che è indiscutibile. Soprattutto, viene a cadere il pregiudizio che fosse uno dei membri più filotedeschi della curia romana. Tutt’altro, al punto che la sua nomina a nunzio in Baviera fu dovuta – secondo quanto scrive l’autore – proprio al suo essere in grado di tenere testa al governo tedesco.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.