Gossip all'opera

Marina Valensise

Da Chi a “Che gelida manina” per svelare la sensualità di Mimì Signorini regista pop di Puccini. Anche con i ballerini di “Amici”

Ci voleva un giornalista pop come Alfonso Signorini, il pettegolo direttore del settimanale popolare più letto d’Italia (anche nascostamente nell’anticamera dei dentisti o sotto il casco dei parrucchieri) per rilanciare la lirica in chiave nazionalpopolare. Rilancio, non solo come espressione compiuta dell’indole nazionale nel suo atavismo e nei suoi caratteri indelebili, come ormai dimostrato da Alberto Mattioli nel suo bel librino (Meno grigi più Verdi. Come un genio ha spiegato l’Italia agli italiani, Garzanti) ma anche, ed è questa la novità, come palestra per aspiranti artisti di disciplina canora, innanzitutto, e perciò musicale, oltreché scenica, coreografica e registica. Quest’anno infatti Signorini ha coinvolto Maria De Filippi per arruolare alcuni ballerini professionisti di Amici in due momenti di danza nella Turandot messa in scena con la sua regia al Festival Puccini di Torre del Lago, il più antico festival della lirica, inaugurato nel 1930 e arrivato ormai alla 64esima edizione. Dall’anno prossimo, grazie a questo esperimento felice e all’attenzione (costante, sebbene frustrata da ascolti infinitesimali) dei vertici di Mediaset per l’opera lirica, vedremo con ogni probabilità il melodramma rientrare fra le materie di esame del concorso televisivo più seguito dai giovani aspiranti artisti italiani.

     

Per “Turandot” a Torre del Lago, il pettegolo direttore del settimanale popolare più letto d’Italia ha coinvolto Maria De Filippi

Ben venga dunque Signorini, questo simpatico ex professore che ha abbandonato la cattedra di un liceo per sedersi sul trono dei gazzettieri indiscreti. Non molti sanno che Signorini, sempre sorridente e amante dei felini, è anche musicista. Pianista dilettante, si è diplomato in pianoforte al Conservatorio Verdi di Milano, come privatista a 22 anni, col grande Alberto Mozzati e dice di passare molto del suo tempo libero a studiare gli spartiti di Liszt e Debussy. Oltre a dilettarsi nella biografia romanzata di grandi compositori come Chopin (Ciò che non muore mai, Mondadori 2017) e divine cantanti infelici come la Callas (Troppo fiera, troppo fragile, bestseller Mondadori 2009) da qualche tempo si cimenta anche nella regia del teatro lirico. E infatti, dopo la sua Turandot al Festival di Torre del Lago, già trasmessa in tv da Canale5 e portata trionfalmente in scena a Tbilisi e a San Pietroburgo, quest’anno Signorini raddoppia. Propone per il Gran teatro all’aperto sul lago di Massaciuccoli non solo il dramma dell’incontentabile principessa cinese in cerca di marito, ma un nuovo allestimento di un altro capolavoro di Giacomo Puccini, la Bohème.

      

Lungi dal rivoltarsi nella tomba, Puccini credo ne sarebbe felicissimo. Il compositore di Lucca fu infatti un genio antesignano del pop, un grande precursore dei tempi nostri di felice sudditanza al dominio mediatico, visto il culto del successo popolare e di massa, e l’attenzione che sempre mostrò nei confronti della rapidità, della tecnica, dell’innovazione e non solo scenica. Lo dimostra fra l’altro la bella mostra in corso alla Fondazione Ragghianti di Lucca dedicato all’immaginario di Puccini e l’influenza che esercitò sulle arti visive a cavallo di Otto e Novecento. La mostra, Per sogni e per chimere. Giacomo Puccini e le arti visive, a cura di Fabio Benzi, Maria Flora Giubilei e Paolo Bolpagni, espone più di 120 opere in un allestimento della scenografa Margherita Palli e sarà aperta fino al 23 settembre. E chissà che l’ombra immortale del compositore non aleggerà sabato prossimo sul lago di Massaciuccoli, onde assistere nel chiarore di una notte d’estate alla prima della Bohème nell’allestimento del direttore di Chi (direttore d’orchestra Alberto Veronesi, con Elena Mosuc nel ruolo di Mimi, Francesco Demuro Rodolfo, Bing Bing Wang Musetta, Mauro Bonfanti Marcello), levandosi dalla vicina dimora dove visse, scrisse, amò, andando a caccia di folaghe e gozzovigliando coi suoi amici contadini del Club della Bohème, dimora oggi trasformata in casa museo per custodirne le spoglie e i cimeli?

      

Bando agli sperimentalismi: va in scena la Parigi dell’Ottocento coi suoi cieli bigi.“La musica è un tale miracolo che basta a se stessa”

Certamente sì. Signorini, del resto, è talmente compreso nel ruolo che meriterebbe davvero un tale premio. Umilmente dice di aver scelto per la sua regia “un approccio molto tecnico”. Considera infatti “il mestiere del regista come “quello di un servitore della musica”. Dunque bando agli sperimentalismi, alla rincorsa nevrotica dell’attualità, alle concessioni in nome del politicamente corretto. Niente ragazzi drogati di periferia, niente spinelli o spaccio di eroine in squallidi loft di qualche non meglio identificata metropoli del mondo globalizzato, come quello di Alex Ollé visto all’Opera di Roma o del geniale GrahamVick al Comunale di Bologna… Al Grande teatro all’aperto di Torre del Lago, più convenzionalmente, andrà in scena la Parigi dell’Ottocento coi suoi cieli bigi. I quattro amici scavezzacollo e bohémiens, Rodolfo, Marcello, Schaunard e Colline, geleranno di freddo sotto i prevedibili tetti del Quartiere latino coi loro comignoli fumanti, senza farsi di canne, senza blue jeans sdruciti e giacche da cacciatori canadesi, ma trincando una bottiglia di vino, con indosso le camisole da pittori romantici e le palandrane da scribacchini mal in arnese. “La musica, quando c’è, è talmente un miracolo che basta a se stessa, non ha bisogno di altro”, spiega infatti Signorini che insiste nel suo “approccio di servizio” e dichiara di rifuggire da stravolgimenti e chiavi di lettura, oggi in voga. “Non sono d’accordo con quanti ritengono che un’opera per essere svecchiata debba essere stravolta: una Bohème non è più moderna se la si ambienta in un ricettacolo di tossici o malati di Aids. Una Traviata non è più contemporanea se si trasforma Violetta in un’eroinomane. L’opera non ha bisogno di questo. E’ talmente attuale, è talmente universale, lavora per archetipi e la musica non invecchia mai. Dobbiamo solo cercare di esprimerla al meglio e renderla fruibile”.

     

      

Oltre che pianista, diplomato al Conservatorio di Milano, il direttore di Chi ha un passato di filologo medievale

In questo, certo, molto aiutano la formazione musicale, che permette una lettura approfondita della partitura, e la curiosità da filologo, che facilita un lavoro di ricerca scrupoloso e il rigore della documentazione. Nessuno lo direbbe, ma Signorini il direttore di Chi, che non si perde una puntata del Grande Fratello, l’ospite fisso di Alessia Marcuzzi che ogni settimana pontifica in tv sulla dinamica interrelazionale del GF, ha un animo di studioso e coltiva una forma di curiosità maniacale, che gli deriva dagli studi classici. Non tutti sanno, infatti, che Signorini ha un passato di filologo medievale, e si è laureato con una tesi su Lorenzo Valla e in particolare sull’Epistola contra Bartolum, alias Bartolo di Sassoferrato, famoso glossatore, fra i massimi giuristi del Medioevo, autore di un libello, De insignis et armis, che Valla ardì criticare per il difetto di logica, il latino intollerabile, cosa che nel 1433 costò all’insigne umanista la cacciata dall’università di Pavia… “Sono un po’ un monaco certosino, e un curioso per natura con un approccio molto tecnico: se devo discettare di tv devo conoscerla da dentro, sapere come si fa la tv, se devo fare un giornale devo averne il controllo, e se devo fare la regia di un’opera lirica, mi vado a leggere qualsiasi cosa relativa ai personaggi, all’ambientazione storica piuttosto che letteraria. Per la Bohème, fondamentale è la lettura del romanzo di Henri Murger, Scènes de la vie de Bohème, come pure conoscere tutto il mondo che si sviluppa ai tempi della narrazione, quarant’anni prima rispetto all’opera di Puccini, e anche al tempo di Puccini. Non puoi fare una Bohème senza conoscere l’impressionismo francese”. E quindi, largo ai grandi pittori contemporanei di Puccini, Renoir, Monet, Manet e soprattutto Toulouse Lautrec, anche se non erano contemporanei dei personaggi della Bohème, che invece vivono ai tempi di Luigi Filippo e della monarchia orleanista. “Il costume di Musetta riproduce un quadro di Toulouse Lautrec. La Barriera de l’Enfer rinvia a un altro dipinto di Manet, con la periferia innevata riprodotta anche in altre scene della Bohème, secondo la tecnica degli impressionisti. In questo modo ho voluto rendere omaggio al mondo e alla cultura alla quale appartiene la Bohème”.

     

Oltre la cura per l’ambientazione, Signorini dice di aver lavorato molto anche sui personaggi dell’opera di Puccini. “Di solito si tende un po’ a mitizzare le eroine del melodramma pucciniano, privandole dell’eros che invece le caratterizza”, spiega il regista direttore di Chi. Il fatto è che tutte le eroine pucciniane, da Tosca a Mimì, fino a Manon Lescaut, ai suoi occhi sono “un concentrato di sensualità e di seduzione”. E così anche Mimì, la ricamatrice vicina di casa, che irrompe in casa di Marcello perché le si è spento il lume, la giovane fanciulla che “sola, soletta in una bianca cameretta”, beh anche lei secondo Signorini non la racconta giusta: “Quando si presenta da Rodolfo ha le idee chiare. Per sorprenderlo, aspetta che gli amici se ne siano andati. Soffia sulla candela senza aspettare che il lume vacilli al vento. Sin dall’inizio si presenta seducente perché vuole sedurre Rodolfo. E non dobbiamo dimenticare tutta la carica erotica che c’è nel suo personaggio. Quando, alla fine del primo quadro, Rodolfo le dice: ‘Sarebbe così dolce restar qui. C’è freddo fuori…’, lei con grande abbandono gli risponde: ‘Vi starò vicina’. E al ritorno che facciamo?, insiste lui. E Mimì maliziosa: ‘Curioso’, con un fare civettuolo che la conferma nel suo essere donna sensuale”.

      

Mimì come femme fatale, seduttiva e consapevole del fatto suo. Musetta con l’ambivalenza di un’eroina dei nostri giorni

Non una timorata di Dio, una povera tisica che a malapena ricamando fiorellini riesce mettere insieme il pranzo con la cena, ma una femme fatale, seducente, sensuale, consapevole del fatto suo. Benissimo. E infatti, secondo Signorini, “quando l’opera si conclude con Mimì che torna a morire fra le braccia del suo Rodolfo, dopo aver vissuto col viscontino, è di nuovo la donna di mondo che sa come giocare nel ruolo della seduzione”. Quanto agli altri personaggi, se il poeta Rodolfo si innamora, Marcello, il cinico pittore, in realtà non è cinico per niente. “Ha il cinismo di chi non vuole arrendersi e guardare in faccia i suoi sentimenti”, dice Signorini. “Anzi io trovo che sia addirittura più sincero di Rodolfo nel suo approccio all’amore. Rodolfo infatti vive in un mondo tutto suo. Nel suo essere poeta un po’ ci marcia. Conosce Mimì e due minuti dopo si dichiara: “In te, vivo ravviso il sogno ch’io vorrei sempre sognar”. Le dice: “Sei mia!”, insomma ha un approccio naïf nell’amore. Marcello invece ha un approccio più contrastato, molto più vicino a tutti noi. Rifiuta Musetta e al contempo la ama. Per questo ne farò uno dei protagonisti più complessi nella sua realtà, rispetto alla tradizione”. E d’altra parte Anche Musetta, la Musetta di Signorini, avrà l’ambivalenza di un’eroina dei nostri giorni. “E’ una donna civettuola ma nel contempo capace di grandi slanci. Consuma i suoi riti, accanto al vecchio Alcindoro, però sa dove la chiama il suo cuore. E in quella considerazione che fa Mimì a Schaunard – “è assai buona Musetta” – c’è tutta l’umanità di quest’altra grande donna di Puccini”.

     

E così, grande è stata l’attesa per la Bohème di Signorini al Festival Pucciniano di Torre del Lago. Il sovrintendente esulta per il tutto esaurito della prima di ieri sera (unica ripresa il 3 agosto, col secondo cast: direttore Dejan Savic, Mimì Tinatin Mamulashvili, Rodolfo George Oniani, Musetta Evgenia Vukert, Marcello Mauro Bonfanti). I ballerini di Amici si lasciano incantare dalle prove e Maria De Filippi freme per allargare il concorso anche al melodramma. Per una volta, dunque, i cultori del genere nazionalpopolare trovano un motivo di soddisfazione. Ma ci voleva proprio Signorini per celebrare il ritorno in auge del melodramma? E quale sarà la sua ricetta per diffondere i valori dell’umanesimo in un mondo che sembra esserne refrattario? “Senza rinnegare nulla di ciò che ho fatto finora, sento il bisogno di rendere fruibile, sfruttando la mia popolarità, quello che finora è stato per pochi. Il mio impegno adesso è di rendere l’opera sempre più popolare” risponde Signorini. “L’opera è ancora per pochi. Ma quando vedi l’entusiasmo che suscita nel mondo, capisci che ha in sé un enorme potenziale in grado di arrivare al cuore delle persone. Ho portato il Simon Boccanegra di Verdi e la Turandot di Puccini in giro per il mondo, in Georgia, in Russia e la cosa che più mi ha stupito è vedere all’estero l’amore che c’è per la nostra cultura, la nostra musica, la nostra tradizione. Non me l’aspettavo e la cosa mi ha lasciato di stucco. Io che non sono un patriota, non sento alcun afflato di italico patriottismo, le confesso che in quei momenti, quando la gente mi diceva ‘Maestro, lei arriva dall’Italia? Grazie per portarci la cultura del suo paese, per aiutarci a leggere Verdi, a conoscere Puccini’, beh, ho ritrovato l’orgoglio di appartenere a un grande paese. Per questo voglio andare avanti, attraverso operazioni nazionalpopolari come piace fare a me, in modo da rendere questa musica sempre più vicina alla gente e ai giovani. E’ questa la mission che mi sono messo in testa”.

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