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Teatro irriducibile

A ravvivare l’estate romana è rimasto il teatro, eredità di stagioni e attori irripetibili

11 Agosto 2018 alle 06:18

Teatro irriducibile

Foto LaPresse

Dell’estate romana manca tutto, anche i cartelloni (com’erano belli quelli disegnati da Mattotti, con gli amanti a mollo nel blu o nell’amaranto, e invece ora niet, solo una sezione sul sito del Comune di Roma che sembra un Cinecittà del 1998: che spleen). Animo, però, ché ci restano alcuni irriducibili: il cinema all’aperto e, ancora di più, il teatro. Il Silvano Toti Globe Theatre di Villa Borghese, diretto da Gigi Proietti, festeggia quest’anno la sua quindicesima stagione d’attività – e s’è scampato un bel pericolo, visti i mesi, a ridosso di questi, zeppi di “non sappiamo che fine faremo” –, s’è gemellato con il Teatro Flora di Penna San Giovanni, nella provincia di Macerata, scampato al sisma del 2016 perché costruito interamente in legno, la qual cosa ne fa un altro irriducibile. Proietti ha inserito una proiezione di cortometraggi sul teatro all’inizio o alla fine degli spettacoli e – quanta vitalità – l’assessore Luca Bergamo ha inserito il Globe, insieme a India, Argentina, Teatro di Villa Torlonia e teatri in Comune (Lido, Quarticciolo, Tor Bella Monaca, Corsini) in un nuovo progetto di cooperazione tra i teatri romani: il Teatro Pubblico Plurale.

   

Per capire come mai, in una città dove arranca tutto, il teatro addirittura funzioni (se evolva, invece, è un discorso più complesso, diciamo pure, quasi quasi, osé), c’è da poco in libreria un libriccino prezioso, Gli irripetibili, di Francesco Sala (ed. Cooper), regista teatrale capitolino monteverdino (lo si incontra spesso da Dolci Desideri, la pasticceria preferita di Nanni Moretti, il miglior cappuccino freddo di tutto il centro). Non è merito di nessuna amministrazione, naturalmente. E’ merito di una scena, un’atmosfera, una congiuntura, un animus e tutto un complesso di cose che in questa città sono nate, successe, fiorite e che sono, incredibilmente, non replicabili ma inestinguibili e che Sala ricostruisce in una “inchiesta distratta su quel resta del teatro ma anche dell’apparire” (così scrive Paolo Guzzanti nell’introduzione). Ettore Petrolini che fece a pezzi la seriosità sacrale dell’attore e creò Gastone, burla vivente in frac. “Ma nun cresce mai sto regazzino? A tutti i miei spettacoli piagne sempre lo stesso”, diceva al pubblico, quando i bambini facevano caciara in platea. A lui si sono rifatti tutti, pure Rino Gaetano, che a Roma ci arrivò, dalla Calabria, con Lucio Dalla, in autostop. Pure Carmelo Bene, il primo attore a usare il microfono (e per farlo ce ne voleva di spocchia, virtù completamente petrolinesca, quella “sana boria capitolina” che poi è diventata una malattia incurabile). Persino Gianfranco Funari, che quando Berlusconi gli chiese di abbassare il tiro su Craxi, rispose: “Certo, così je tiro proprio sui cojoni!”. E’ irripetibile il modo in cui il teatro a Roma è stato arma contundente.

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