I cigni di Arbasino

Se n’è andata venerdì Domietta del Drago, la principessa romana che aveva ispirato la protagonista del romanzo “Fratelli d’Italia”

10 Giugno 2018 alle 17:58

I cigni di Arbasino

Ultima è stata lei, Domietta, morta venerdì scorso. Si chiamava Maria Laudomia del Drago Hercolani ed era la musa arbasiniana per eccellenza.  E’ stata un’aristocratica romana atipica; la si trovava a teatro più che all’opera, o molti anni prima nella sua torre all’Argentario minimalista con gli Schifano appesi, dove riceveva Moravia e Siciliano e Margaret d’Inghilterra negli anni in cui Roma non era lo sfondo di canari ma una capitale appetibile a élite serie.

 

Simmetrica alle smandrappature romane, ritiratissima nel suo palazzo, aveva fatto naturalmente la scenografa per Visconti, in quel periodo febbrile di aerei e barche giù a Palermo per “il Gattopardo” (con un veliero speciale per i gatti e cani del Conte, che soffrivano i motori, raccontava Arbasino). Domietta era stata una bellezza, con quella bellezza molto rara degli occhi distantissimi, come Jacqueline Kennedy, e come l’aveva immortalata il superbo fotografo Arturo Ghergo (o più tardi Slim Aarons nella sua ricognizione degli italiani notevoli). Sarebbe facile dire che quella distanza era anche la sua cifra; c’era, Domietta, ma non era mai veramente lì. Anche nei balli più festosi magari a casa sua, lo strabiliante palazzo del Drago a via delle Quattro Fontane, tra via Nazionale e il Quirinale, un isolato intero di terrazzi inaccessibili e valletti, lei era appunto in disparte. Osservava. In Balenciaga, quasi sempre.

 

Aveva il culto dei doni, per gli altri: bastava dire, evocare, vagheggiare, e il giorno dopo arrivava un  pacco, come il vestito Valentino rosa (un colore che amava) per una dama amica che bloccata a Cortina doveva correre giù a Venezia per un ballo Rotschild. Proprio come la Desideria di “Fratelli d’Italia”, il romanzo-saggio italiano più importante del Novecento. che la trasfigurava a chiave ma poi neanche tanto, in questo personaggio di principessa romana-internazionale molto libera e molto curiosa, ricchissima e misteriosa, generosissima e moody. Per cui “Bisogna incominciare a stare attenti”, dice Antonio, uno dei personaggi, dandy disinvolti-gay-disperati nella Roma anni Sessanta, “a non nominare mai fortuitamente un oggetto che si potrebbe desiderare, perché ha sempre un negozio a Londra o a New York dove te lo ordinerà immediatamente, o è capace di girare per Roma lei stessa finché non lo ha trovato”. Era proprio così. Nella realtà, un’amica in clinica post-partum riceveva invece che fiori un boa di struzzo, rosa. In mancanza sbadata di cash, tra una sciata e l'altra, poteva succedere che si slacciasse il Rolex lasciandolo al Caminetto, a Cortina, in pegno. 

 

Capricciosissima. Capace di gettare in mare i piatti e tutti i contenuti in un ristorante all’Argentario che non la soddisfaceva, imitata pure da tutta la tavolata internazionale, deliziata di quella trovata. E a Portercole inseguiva sul suo Riva Superacquarama Truman Capote  e Gloria Guinness a bordo del panfilo programmatico Rosenkavalier.

Gli stranieri ne erano stravolti. Milton Gendel nel 1964 su Vogue America rilevava che “a prima vista è subito chiaro che non è una persona come le altre. L'essenza della sua bellezza appare subito sostenuta e anzi rafforzata dalla forte personalità racchiusa in una  così attraente fisicità”. “Parla fluentemente italiano, inglese e francese e può disquisire indifferentemente con un poeta sconosciuto, un famoso regista o un deputato parlamentare”.

 

La nascita era monumentale e cupa: era cresciuta, solissima e ricchissima soprattutto da parte di mamma, in un castello di famiglia nella campagna romana, con precettori e dame di compagnia, dunque con un’infanzia delle più ottocentesche: aveva poi sposato giovane il bolognese Andrea Hercolani, ottenendone ulteriore blasonatura principesca: poi altri amori, tra cui quello drammatico con Gianni Agnelli, durato anni, addirittura ricambiato, finito dolorosissimamente: il segreto che a Roma e Torino sapevano tutti.

  

La si vedeva spesso a dei piccoli dinner, Domietta, per Pasqua, a casa di un'altra creatura arbasiniana: Bianca Riccio, antiquaria, philosophe, seguace di Mario Praz, cara e coltissima signora mancata qualche mese fa che teneva salotto in piazza San Salvatore in Lauro col marito Luigi Bianchi.

  

C’era Arbasino, col compagno Stefano (mancato anche lui da poco, un disastro), e la figlia Alessandra Baduel. S’era creata una piccola consuetudine: Arbasino arrivava con Stefano, vestiti uguali, blazer blu e camicia a righe, ormai quasi gemelli: coi loro ovetti di Pasqua e la loro gentilezza e i gemelli. C’era Alvar Gonzàles-Palacios. A Casa Riccio, tappezzata di volumi in inglese tra cui i saggi della padrona di casa su Praz o sulla viaggiatrice da gran tour Mary Berry. Venivano serviti gli aperitivi nel grande salone con vista sulla chiesa di San Salvatore in Lauro, tra discorsi che erano microsaggi su mondi finiti (viaggi in India da maragià, opere e crociere con la Callas in person, pettegolezzi almeno londinesi-americani. “E Gioacchino?”). Poi ci si alzava per andare a tavola, con un servizio proustiano e le due cameriere fluttuavano tra gli ospiti con gerarchie e precedenze da Downton Abbey. Ogni signore dava il braccio a una signora, e si fluiva nella sala da pranzo. Era chiaramente un mondo in estinzione, quanto di più simile a un “radical chic” nella sua primigenia accezione Roma potesse offrire, lontano dalle marisele e dai cafonal. Le creature arbasiniane, come i cigni di Capote, stavano scomparendo.   

  

Domietta più che cigno era aquila: arrivava coi suoi gioielli inenarrabili (un bracciale a serpente di Cartier d’oro massiccio, una volta) e un sorriso malinconico-beffardo: al braccio di Masolino d’Amico. La si ebbe seduta accanto, talvolta, e non s’ebbe coraggio di proferire molto, dato che la leggenda del suo humor micidiale la precedeva. Il suo personaggio in “Fratelli d’Italia” a un certo punto diceva, a un festival di Spoleto: “signora sarà lei”, a una dama che le si rivolgeva in quella forma che riteneva cortese. In certi ambienti, o si era principessa o niente: signora, comunque, proprio no.

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