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La politica non sfila tra le passerelle di Milano

Il mondo della moda è troppo serio, preciso e rispettoso per schierarsi su scissioni e crisi di governo

19 Settembre 2019 alle 18:50

La politica non sfila tra le passerelle di Milano

La sfilano di Armani alla settimana della moda di Milano (foto LaPresse)

Milano. A bordo passerella, fra buyer e giornalisti che alternano cronaca politica e moda, e che sono molti di più di quanto si creda soprattutto fra le testate nazionali, la battuta che gira non riguarda tanto le collezioni della prossima primavera-estate, dove s’è già capito che la tendenza vira nuovamente alla semplicità e alla mancanza di orpelli, e un po’ ce lo aspettavamo, ma alla durata degli schieramenti politici, di certo inferiore a quella delle belle sahariane di Max Mara in cotone lucido. In attesa della sfilata di Emporio Armani, una meraviglia di garze e tulle semplici e ariosi nei colori del cielo all’alba, i cronisti si rilanciano la battuta: “Chiusa la collezione primavera-estate di Matteo Salvini con nessun ordine e in attesa di un nuovo investitore che voglia finanziarne la creatività, magari con la collaborazione di un giovane stilista di belle speranze da tenere nascosto nel sottoscala. Che ne dite della autunno-inverno di Matteo Renzi? Arriverà nelle vetrine o i buyer ne rimanderanno indietro una settantina di pezzi?”. Le metafore nascono fin troppo facili, nel confronto inaspettato fra un mondo che non ha mai negato il proprio narcisismo, anzi ne ha fatto il secondo business nazionale, e uno che lo sta superando di molte lunghezze in frivolezza.

 

In queste settimane di presentazioni per la prossima estate, quasi a chiunque qui a Milano la moda appare più rigida, severa e scandita da tempi e regole di quanto sembri invece la politica dei due Mattei, Salvini e Renzi, e di questa stagione di incertezze e di tattiche cariche, reiterate e stucchevoli come una sfilata di Dolce&Gabbana. Nessuno stilista e nessun imprenditore della moda vi dirà mai o, per meglio dire, vi dirà più ufficialmente, come facevano un tempo Nicola Trussardi o Diego Della Valle, che cosa pensa del nuovo governo o, in genere, della politica. Quella stagione è finita per molte ragioni. Sul bilancio di una media e grande azienda della moda, l’Italia vale infatti l’8, massimo il 10 per cento del fatturato, mentre la produzione viene fatta per almeno il 70 per cento entro i confini nazionali. Dunque, per il sistema della moda che qui produce, ma che guadagna all’estero, è inutile e controproducente inimicarsi qualcuno o mostrare eventuali ambizioni politiche. Non sarà certo un caso se Brunello Cucinelli, che pure molto vede e incontra, qualche giorno fa si sia affrettato a smentire un proprio eventuale coinvolgimento elettorale in terra umbra, e alla presentazione di mercoledì mostrasse e parlasse con orgoglio solo della collezione, comprensiva di uno spettacolare denim quasi trasparente. Tutti si dicono in genere soddisfatti dell’impegno assunto per il settore dal nuovo sottosegretario agli Esteri, lo stesso Ivan Scalfarotto che molto aveva fatto per la moda negli anni al Mise. Ma nessuno vuole seccature, tanto meno chi vanta griffe italiane ma fa parte di un gruppo mondiale come Lvmh o Kering.

 

“Ma ha detto qualcosa?”, si informa la collega del quotidiano molto destrorso in relazione a Silvia Venturini Fendi a un rapido incontro backstage, dove invece l’argomento è stato il sole, l’energia che l’estate dà e il racconto di una bellissima collezione ricca di spunti di gioia (spugna stampata come nei primi Settanta, fiori “impossibili” che sbocciano sui coat leggeri e stampati su giacchini di pelliccia che sì, può essere estiva; una strepitosa borsa Peekaboo in rafia e in generale una leggerezza e una femminilità che non sapevamo albergassero in in Fendi, perché da quando siamo nate, cinquant’anni fa, l’abbiamo solo vista attraverso l’occhio rigido e classico di Karl Lagerfeld). La serietà della moda, la precisione con cui lavora, il rispetto per i collaboratori, risulta sempre più evidente nel confronto con una politica giocata come la partita di badminton che Luisa Beccaria allestisce nel cortile di Villa Reale per presentare le sue ragazze stile anni Trenta, le sue Micol Finzi Contini in bianco. Sempre più lontana. E nemmeno troppo utile.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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