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A Parigi sfila la moda "inclusiva" di Valentino

Ispirandosi alla rivista Ebony, il direttore creativo dello stilista, Pierpaolo Piccioli, cambia una percezione popolare che avalla pregiudizi secolari sulla haute couture

23 Gennaio 2019 alle 20:03

A Parigi sfila la moda "inclusiva" di Valentino

“Il razzismo non muore mai”, diceva negli Anni Sessanta Sidney Poitier, primo uomo afroamericano a vincere un Oscar (la prima donna era stata Hattie McDaniel nel 1936 per l’interpretazione di una mammy, cioè di una cameriera; lui lo vinse come il manovale Homer ne I gigli del campo). Le malelingue ritenevano che Poitier fosse meno discriminato di ogni altro afroamericano in terra in virtù della sua sola, incontestabile bellezza; dunque, riteniamo che la decisione del direttore creativo di Valentino, Pierpaolo Piccioli, di creare una collezione couture per la prossima primavera modulandola esclusivamente su tinte, proporzioni ed estetica delle donne di colore, e facendole sfilare quasi in via esclusiva nelle sale dell’hotel de Rothschild a Parigi, in Italia verrà commentata con la solita furba compiacenza da chi la sa più lunga degli altri (“ci credo che faccia sfilare queste, guarda che donne magnifiche”).

 

Sessantacinque abiti da sogno che rispettano “perfino gli stereotipi della couture”, cioè i volant, i fiori, le sete faille, i ricami, ma le declinano nei colori più adatti a valorizzare incarnati, gusti e anatomie diverse dalle donne per le quali la couture non solo si è sempre fatta, ma è nata: rosa garofano, rossi mattone, gialli acidulati accompagnati al glicine. Cromie inattese su corpi miracolosamente slanciati, dalla grazia magica. Aspettiamo con ansia i commenti dei famosi “I know better” che ogni giorno riversano i loro luoghi comuni sui social e ogni tanto vanno pure ad esporli in televisione da Fabio Fazio provocando incidenti diplomatici.

 

Li aspettiamo soprattutto oggi, nel giorno in cui il vicepremier Matteo Salvini, il sedicente “buon padre di famiglia”, sgombera il centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto, dunque usando la cinghia del castigo e mettendo per strada un esercito di disperati di cui perderemo le tracce fino a quando, spinti dalla fame, impossibilitati all’inserimento, commetteranno un errore irrimediabile fornendo altra materia alla logica dell’emarginazione in una spirale senza fine. Ma è significativo che proprio in queste ora la maison di moda italiana più quotata affermi, usando tutto il suo potere mediatico sulle piazze mondiali, che ogni espressione dell’industria e della creatività umana debba parlare un linguaggio inclusivo. Nessuno resterà indietro non significa reddito di cittadinanza, o non significa solo questo: vuol dire anche nessuno resterà ai margini del quadro come la servante nera dell’Olympia di Manet che pure, come la sua padrona, evoca un simbolo molto radicato di prostituzione in ambito pittorico.

  

Non basterà una sfilata, neanche una collezione, a cambiare una percezione popolare che avalla pregiudizi secolari, fornendo sempre nuovo humus alla discriminazione e al razzismo, ma si tratta pur sempre di un passo significativo. Per compierlo Piccioli, che non è solo un creativo geniale ma anche un buon padre di famiglia con tre figli, la stessa moglie da tempi immemorabili (sono affari suoi, si intende, ma lo scriviamo giusto nel caso che qualcuno volesse insinuare che la moda è un posto di pervertiti, dove pullulano anzi “crescono i gay” che, com’è che diceva quello? Ah sì, producono “arte degenerata”) e che continua a vivere a Nettuno dov’è nato, guarda caso a pochi chilometri dal centro sgomberato, è partito dal caso di Ebony, la prima rivista di moda, società e costume per donne di colore.

  

A metà fra Life e Vogue, venne lanciata nel 1945 da un editore afroamericano, John H. Johnson, e presto affidato alle cure di sua moglie, la leggendaria Eunice che negli Anni Cinquanta aveva inventato una fiera itinerante di alta moda, la Ebony Fashion Fair, per permettere alle ricche signore di colore di acquistare alta moda europea senza dover chiedere un accesso agli atelier americani, che sarebbe stato loro negato. Eunice Johnson, prima inventrice anche di cosmetici e make up per donne di colore, insomma una Rihanna di cinquant’anni fa, è morta nel 2010, a novantatre anni. Nell’ultima intervista concessa al New York Times, nel 2001, raccontava orgogliosa di “aver convinto Valentino a usare modelle nere nei suoi show quando non era ancora famoso, negli Anni Sessanta. 'Ero a Parigi, e gli dissi, se non riesci a trovare modelle nere, ti aiuto io. Ma se non le usi, non comprerò mai più uno spillo da te'”. Fecero altrettanto Yves Saint Laurent e altri couturier, compreso Missoni. Su Pinterest, la trovate vestita di rosa garofano, glicine, mattone, anche in un’ultima foto dove a sorreggerne il braccio è Bill Clinton. Da questa parte dell’Atlantico la conoscono davvero in pochi, dunque è un bene che la si evochi adesso. La sfilata dell’hotel de Rothschild le sarebbe piaciuta moltissimo perché anche lei, come Piccioli, sapeva che la moda è tutto fuorché abiti.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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