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Sfilare a Parigi al tempo dei gilet gialli

Attorno alla moda, e in questi giorni alla haute couture, si percepiscono una tensione e un’ansia di cambiamento che non sempre si riscontra sulle passerelle

22 Gennaio 2019 alle 13:21

Sfilare a Parigi al tempo dei gilet gialli

I danni alla vetrina di una boutique di Parigi dopo le manifestazioni dei gilet gialli (foto LaPresse)

Vendere moda in Francia ai tempi dei gilet gialli non significa solo aver tenuto le serrande abbassate per dieci sabati successivi nell’area degli Champs Elysées e limitrofi, dunque aver subito tre mesi di mancate vendite nella giornata del turismo di massa e della provincia che contano per centinaia di migliaia di euro in profumi, piccoli accessori e borse, ma anche dover anticipare in poche ore la data di una sfilata per cinquecento invitati che non è uno scherzo, né dal punto di vista logistico, né economico, né politico, che è stato invece il caso specifico e aggiuntivo di Dior dopo aver aumentato i controlli attorno alla boutique di avenue Montaigne e rue Royale. “Sì, hanno provocato danni”, dice l’amministratore delegato di Dior, Pietro Beccari, e non pare riferirsi alle sole vetrine. I casseur, che ne hanno infranto le vetrine nei moti di dicembre, sono andati a colpire i simboli del lusso in un paese che di simboli e di lusso vive, e questo per molti versi è un segnale ancora più inquietante del nuovo ritornello pop, “Macron démission”  che ormai si ascolta anche ai giardinetti, come un tempo la filastrocca “sur le pont d’Avignon on y danse tout en rond”.

 

Il lusso non è più intoccabile, la difesa delle migliaia di persone che vi lavorano, le “petites mains”, ebbene chissenefrega, on s’en fout: la libertà non è acquistare, la libertà è votare, come dichiarano spavaldi nei giorni in cui la città si popola di ricchi giovani cinesi e coreani che sfoggiano la nuova borsa di Vuitton disegnata da Virgil Abloh, circa 5 mila euro di costo e senza sconti per nessuno.

 

Pochi giorni fa, nel 19esimo arrondissement è apparsa una versione “gilet gialli” della celebre “Liberté guidant le peuple” di Eugène Delacroix, opera dello street artist PBoy. E' talmente riuscita che speriamo resterà lì in eterno, non fosse altro perché al Louvre ci aveva sempre dato sui nervi quella libertà che andava all’assalto con le tette di fuori al solo scopo di solleticare i vizi dei guardoni. E qui infatti, guarda un po’, mademoiselle tiene tutto ben protetto dentro una canottiera bianca.

  

Per timore dei casseur e di un’altra manifestazione violenta come quella di dicembre scorso, la presentazione della collezione uomo di Dior è stata anticipata da sabato 19 a venerdì 18 gennaio, e adesso che siamo qui a parlarne con Beccari (a cui però evitiamo di fare anche la domanda aggiuntiva di che cosa pensi dell’incidente diplomatico provocato dai semplicismi di Alessandro Di Battista sul franco CFA perché sarebbe troppo imbarazzante per entrambi, soprattutto dopo che Karl Lagerfeld ha omaggiato Mina e la canzone italiana nel suo show per Chanel), appare chiaro che la volontà di tutti i vertici del sistema della moda francese è di fare come se i gilet jaunes non esistessero e non avessero dato l’assalto alle boutiques. Anzi, “che brutto quel punto di giallo che proprio non va con niente”, che è stata la recente battuta di Cristina Cordula, la conduttrice di un programma particolarmente superficiale di M6, Les Reines du shopping, e che purtroppo suona sinistra come quella apocrifa di Marie Antoinette sulle brioches.

 

Ai gilet jaunes non piace “il controllo che i tre grandi gruppi del lusso, LVMH, Kering e Richemont tentano di esercitare sulle coscienze e sui comportamenti della gente” né, e qui è difficile dar loro torto, “le difficoltà insormontabili dei giovani creativi per affermarsi in un mondo dominato dal potere del denaro”, secondo quanto scrive uno degli organi online che li fiancheggiano, Apar.tv, espressione del movimento millennial di arte, società e costume 99% Youth. No, sotto gli stessi riti di un tempo, i fiori fatti trovare in camera, il nuovo profumo che accompagna l’invito profumato a sua volta, attorno alla moda, e in questi giorni alla haute couture, si percepiscono una tensione e un’ansia di cambiamento che non sempre si riscontra sulle passerelle.

 

Agli ingressi delle sfilate sono aumentati i controlli (qualcuno li ha messi anche elettronici, modello aeroporto, per borse e invitati, con evidente ovvio aggravio nei costi) e in genere c’è meno voglia di ridere e festeggiare. Ma i riti, benché meno fastosi di un tempo, si ripetono, immutabili, meravigliosamente freschi per le nuove generazioni di ricchi, in particolare i coreani e i giapponesi che, come osservava a bordo passerella Giacomo Santucci, nome di riferimento della consulenza internazionale di moda, sono tornati a spendere come non facevano da oltre dieci anni e senza nemmeno aver bisogno dello storytelling e di tutti gli apparati culturali di cui andiamo riempiendoci la bocca da altrettanto tempo. “Comprano perlopiù online, e quando entrano in negozio non vogliono essere nemmeno avvicinati”, dice quasi ridendo il più importante analista commerciale di brand, Riccardo Grassi. Lui, con le sue showroom, ha fatto la fortuna di una generazione di designer, compreso Giambattista Valli che piace tantissimo in tutto l’oriente con i suoi abitoni di tulle rosa e ancora di più alle giovani e bellissime con i suoi microabiti da bamboline incantate e che però, quando ha voluto mettersi a competere sul serio con i grandi brand, ha dovuto cercarsi un partner finanziario, nel suo caso Artemis.

 

La collezione couture estate 2019 di Dior disegnata da Maria Grazia Chiuri è un incantevole studio sul corpo che prende lo spunto dall’opera del costumista circense Gérard Vicaire e dai lavori di Cindy Sherman sui clown. Lo scopo è esplorare i rapporti di forza, le “leve” fisiche e strutturali del corpo femminile, ma la potenza artigianale, gestionale e mediatica della maison che la sorregge e alla quale, con l’indirizzo di Beccari, ha portato un aumento di fatturato del 46 per cento, sono un ingrediente fondamentale del bellissimo spettacolo montato in queste ore nel giardino del Musée Rodin. Ma per fare come l’eccentrica, incantevole Iris van Herpen con i suoi abiti e le sue maschere lavorate in tre D e sviluppare con il supporto di accademici e artisti, o come Antonio Grimaldi, uno dei pochissimi indipendenti italiani che sfilino a Parigi come “membro invitato” della potente, centenaria e snobissima Chambre Syndicale de la Couture, bisogna essere pronti a lavorare a testa bassa e di crescere pochissimo per volta, accettando anche di non avere ai propri piedi la stampa internazionale che, come da parola d’ordine, “va” dove le dicono di andare, cioè da chi investe e ha potere. Per molti versi, il nostro Apar.tv ha ragione: il sistema della moda è un’esatta riproduzione della Versailles pre-rivoluzionaria. Ecco. Appunto.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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Commenti all'articolo

  • miozzif

    22 Gennaio 2019 - 20:08

    Ma Fabiana Giacomotti, nel bianco e oro neoclassico con cui era abbigliata alla prima scaligera dell'Attila, ci sta annunciando una prossima Bastiglia contro il lusso? Sans culottes e con il gilet del pessimo giallo? Detto da lei che è così brava preoccupa e provoca riflessioni cupe, fa pensare a Chateaubriand quando dalla casa parigina del fratello vide sfilare sotto la finestra le prime teste calde e meditò la fuga. E noi dove emigriamo, nell'America di Trump?

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