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I giovani ingrati che non votano come dicono i sociologi

Alle elezioni italiane non hanno disertato in massa le urne, come pensava qualcuno, ma hanno votato a sostegno delle forze populiste. Forse è ora di buttare le spiegazioni generazionali

7 Marzo 2018 alle 18:38

I giovani ingrati che non votano come dicono i sociologi

Foto LaPresse

Nella prima metà del Ventesimo secolo i filosofi e gli stregoni delle scienze sociali erano “ansiosi di trovare una legge generale per esprimere il ritmo dello sviluppo storico, basato sulla legge biologica del tempo limitato della vita degli uomini”, come diceva il sociologo Karl Mannheim. Anche oggi gli esperti sono ansiosi di dedurre leggi storiche fondamentali dal comportamento delle generazioni, specialmente le più giovani, nelle scelte politiche e di consumo, e l’ansia si manifesta in modo particolarmente spiccato in quegli osservatori convinti che i campioni generazionali che studiano siano perfettamente in linea con le loro preferenze.

 

È facile sviluppare un senso di empatia, un sentire comune con chi fa il tifo per la nostra stessa squadra. Per anni gli osservatori hanno considerato la generazione dei millennial un argine naturale alla crescita dei movimenti antisistema che mette sotto pressione l’ordine liberale e i partiti che lo rappresentano: in fondo i venti-trentenni di oggi sono cresciuti nell’ecosistema della “fine della storia”, alle medie hanno sviluppato il senso civico sopranazionale con le simulazioni del Parlamento europeo, sono stati educati a suon di Erasmus e lezioni di democrazia, hanno imparato a contare i denari in euro, non hanno memoria della Guerra fredda ma nemmeno delle “culture wars” degli anni Novanta, quando in America si parlava di correttezza politica e identità e dall’altra parte dell’oceano si discuteva di radici cristiane, biotecnologie, cessioni di sovranità.

 

Alle elezioni italiane i giovani non hanno disertato in massa le urne, come pensava qualcuno, ma hanno votato in (relativa) abbondanza e hanno dato il loro sostegno proprio alle forze populiste che i sociologi li avevano incaricati di fermare con il loro naturale, implicito macronismo. “Alla fine i giovani sono andati a votare e hanno dimostrato di essere molto poco riconoscenti verso chi ha governato il paese negli ultimi anni”, ha scritto il demografo della Cattolica Alessandro Rosina su Repubblica, e dal tono dell’intervento si capisce chiaramente che sono stati degli ingrati a non ricompensare i governi tecnici, di larga intesa e ad assetto variabile che in questi anni hanno portato il paese fuori dalla palude. Rosina era lo stesso che dopo la Brexit aveva dato la colpa ai vecchi di aver condannato i giovani britannici a un futuro che non volevano e non meritavano, uno squilibrio tale da indurre il professore a ipotizzare un voto più “pesante” per i ragazzi, tale da bilanciare la tirannia della maggioranza di chi a ha meno futuro davanti a sé. Si è scoperto poi che i millennial inglesi avevano disertato ampiamente il referendum sull’uscita dall’Unione europea, e l’atteggiamento astensionista la diceva lunga a sul divario fra il comportamento dei ragazzi e le aspettative dei sociologi.

 

Il voto in Italia conferma invece le tendenze del deconsolidamento democratico fotografate, fra gli altri, dal ricercatore di Harvard Yascha Mounk, intervistato sul Foglio. I dati che ha raccolto insieme al collega Stefan Foa dicono che l’attaccamento alle istituzioni e ai valori della democrazia liberale è calato significativamente negli anni fra i giovani di Stati Uniti, Inghilterra, Olanda, Australia, Nuova Zelanda, Austria, Svezia e diversi altri paesi i occidentali. Per chi è nato negli anni Ottanta la democrazia, così come la conosciamo, non è così essenziale come per quelli delle generazioni precedenti, e il risultato italiano conferma la tendenza. Ma non è nemmeno così semplice. Non si tratta soltanto del fatto che i millennial non abitano sul lato della storia in cui si pensava che avessero preso casa (quello “giusto”, ovviamente) ma forse che la storia non si lascia dividere in lati o sponde contrapposte. È la pretesa di trovare “il ritmo dello sviluppo storico” nel comportamento generazionale la vera sconfitta dell’ennesima tornata elettorale in cui i ragazzi non si comportano come dicono i manuali di sociologia. Il Pew Research Center, importante istituto di sondaggi americano, ha deciso di recente di considerare i millennial i ragazzi nati fra il 1981 e il 1996, una fascia più ristretta rispetto alla divisione tradizionale, segno che i giovani sono più eterogenei e contraddittori di quanto si credeva, e dunque conviene abbandonare certe rigidità generazionali.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    07 Marzo 2018 - 20:08

    L'equivoco di fondo resta la sopravvalutazione ideologica e/o retorica dei giovani. Se poi vengono sottoposti alle amorevoli cure della peggiore pubblica istruzione del mondo occidentale, capirete quanto valgano come in termini di opinione. Personalmente sarei per il diritto di voto a partire dai 45/50 anni (e comunque subordinato a un breve ri-esame di terza elementare preventivo, così, tanto per azzerare l'M5S).

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    • Skybolt

      07 Marzo 2018 - 21:09

      Certo, bella idea, poi era Serra quello della superiorità antropologica. Si potrebbe mettere un limite minimo di reddito, chessò, un milione di euro) così il PD avrebbe il 90 per cento.

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