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Questi pazzi, ricchi asiatici

Il film tratto dal romanzo “Asiatici ricchi da pazzi” può essere la rappresentazione dei nuovi stereotipi asiatici e orientalisti. Ma è anche il simbolo di un “mondo nuovo” con cui l’Occidente deve fare i conti. In tutti i sensi

27 Agosto 2018 alle 15:29

Questi pazzi, ricchi asiatici

Nel 2015 il Vietnam celebrava i quarant’anni dal Giai Phong, la liberazione - Saigon era caduta il 30 aprile del 1975 – e la riunificazione del paese. Per la ricorrenza, in coincidenza col compleanno del marito, una signora di Saigon aveva ordinato un cappello di Panama della collezione Hermes in vendita a 1200 dollari nella boutique del Metropole Hotel di Hanoi. Per averlo in tempo se l’era fatto spedire via aerea. Un piccolo episodio, nemmeno particolarmente significativo per gli standard di coloro che cominciavano a essere noti come “Crazy Rich Asians”, gli asiatici ricchi da pazzi (o i pazzi ricchi asiatici), dal titolo del romanzo di Kevin Kwan uscito due anni prima.

 

Nel libro, primo di una trilogia (pubblicata in Italia da Mondadori) basata in gran parte su conoscenze personali e consacrata a eccessi e stravaganze delle più ricche e potenti famiglie di Singapore e dintorni - Kwan è nato a Singapore ed è vissuto tra Asia e Usa “in mezzo ai privilegi” -  si raccontano episodi davvero sintomatici di una ricchezza da pazzi: installare una sala per lo yoga in un jet privato,  acquistare un elegante hotel londinese per rivalersi sul direttore scortese che non aveva capito con chi aveva a che fare. O addirittura pagare qualche decina di migliaia di dollari per fare il lifting al proprio pesce da compagnia.

 

Eppure la piccola, in fondo modesta, storia del cappello di Panama di Hanoi mi ha colpito più di molte altre, ben più ricche e pazze. Probabilmente per il contesto: quel Vietnam che decenni prima aveva incarnato il comunismo, come se i cinque milioni di vittime vietnamite (un milione di combattenti e quattro di civili, secondo dati governativi) fossero morte invano, quel Vietnam che continuavo a rappresentare secondo stereotipi e che ancora, solo pochi anni fa, era un mercato definito come una “balnk slate”, una tabula rasa, dove si stavano affacciando i grandi marchi del lusso. Era la mia storia preferita da raccontare quando ci si ritrovava tra espatriati in Asia e si finiva spesso per scambiarsi ironie e pettegolezzi sui Crazy Rich Asian, spesso con condiscendenza, quasi a riprova di una supremazia che non sapeva rassegnarsi al proprio declino.

 

Oggi quelle storie, quei pettegolezzi, sono divenute un film: Crazy Rich Asians, tratto dal libro di Kwan, per la regia di Jon M. Chu, con un cast in cui spicca Michelle Yeoh (“La tigre e il dragone”, “Memorie di un geisha”). Il film, ben più del romanzo, ha alimentato parecchie polemiche e molti timori. In un articolo di Channel NewsAsia, network di informazione tv e online di Singapore nato proprio per “comprendere l’Asia” e fare informazione globale da una prospettiva asiatica, potrebbe alimentare gli stereotipi che affliggono l’Asia, specie Singapore.

 

L’obiettivo di Kwan, in realtà, era proprio l’opposto. Con molta ambizione, ha dichiarato di aver voluto rappresentare la versione asiatica delle scene e dei personaggi descritti da Jane Austen e Francis Scott Fitzgerald: «Contrariamente all’opinione diffusa in Occidente, l’Asia che io conosco è incredibilmente raffinata». Il libro, inoltre, dice l’autore, è un’affermazione d’orgoglio: la dimostrazione del successo mondiale degli asiatici.

 

Il film stesso ne è conferma: è la prima produzione hollywoodiana ad avere un cast interamente asiatico, la prima che riproponga gli schemi e lo stile di una commedia brillante in un altro mondo e con altri volti, ad aver ottenuto un eccezionale successo al botteghino. Tanto che si sta già preparando il sequel. A dispetto delle polemiche, dunque, si è rivelato una perfetta operazione di propaganda, sostenuta dal Singapore Tourism Board e della Singapore Film Commission. Un successo d’immagine che replica a breva distanza quello ottenuto con l’organizzazione del summit tra Trump e Kim Jong Un, quando Singapore si è presentata da protagonista sul palcoscenico globale.

 


 

A ben guardare, poi, “Crazy Rich Asians”, si rivela utile per comprendere la società asiatica contemporanea con tutte le sue contraddizioni: tra tradizione e individualismo, vincoli familiari e contestazioni generazionali, tra ricchezza come valore etico (segno di un karma positivo) e manifestazione di un eccesso insano. Contraddizioni che hanno radici profonde, in un percorso che interconnette religione, politica, cultura, da Buddha a Confucio sino a Deng Xiaoping, con la sua dichiarazione che “arricchirsi è glorioso”, e Xi Jinping, per il quale lo zhongguo meng, il sogno cinese, si realizza nella ricerca del fuqiang, ricchezza e potere. Se non si comprende tutto ciò non si può comprendere perché, per la prima volta nella storia, l’Asia sia divenuta la culla del maggior numero di miliardari al mondo (con la Cina in testa, dove ogni settimana nascono due nuovi miliardari). Senza contare che in Asia l’obiettivo è raggiunto a un’età media di 55 anni, sei anni prima di quanto accada negli Usa e sette in Europa. L’Asia, inoltre, per le sue dimensioni e le sue articolazioni è in condizione di maggior resilienza. Così, com’è stato osservato da Vincent Chan, analista di Credit Suisse per l’Asia, in caso di un prolungato conflitto commerciale tra Cina e Usa, a beneficiarne sarebbero soprattutto i paesi del Sud Est asiatico dove il costo del lavoro è inferiore e verrebbero dislocate molte produzioni cinesi. Specie in Vietnam. Rendendo quei paesi ancor più ricchi e più dipendenti dal Grande Fratello a nord.

 

Se si sottovaluta la ricchezza asiatica, dunque, valutandola come un fenomeno transitorio destinato a collassare tra eccessi e pazzie si rischia di cadere nella trappola di Sun Tzu. Secondo quel geniale stratega vissuto 2500 anni fa “ogni conflitto è basato sull’inganno”.

 

Quel cappello di Panama di Hanoi avrebbe dovuto farmi riflettere già allora, anziché considerarlo un segno d’eccesso. Ma forse era solo un po’ d’invidia.

Massimo Morello

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