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L’Andrea Doria e noi

Storia di Tri, salvato da suo nonno, che nel 1979 scelse due nipoti e due zie zitelle, e dalla Marina italiana

27 Settembre 2019 alle 11:41

L’Andrea Doria e noi

La nave Gregoretti della Marina italiana (foto LaPresse)

All’ingresso del museo della guerra di Saigon, il nome della vecchia capitale del Vietnam del sud, la prima cosa che si nota è un enorme striscione in italiano. C’è scritto in stampatello rosso: “Il Viet Nam è la nostra coscienza”, e la parola “coscienza” è colorata di verde, solo quella. E’ la parte del museo dedicata alle manifestazioni di solidarietà che tra gli anni Sessanta e Settanta hanno coinvolto vari paesi e molte persone scioccate dalla politica americana e dalla resistenza vietnamita. Era in corso una guerra di cui per la prima volta anche chi era lontano poteva vedere le immagini, grazie al lavoro di coraggiosi giornalisti. Lo striscione in italiano, in un museo che è un pugno nello stomaco, sembra lì per ricordarci che c’è stato un momento in cui in Italia guardavamo davvero quel che succedeva fuori. Al di là dei confini nazionali ed europei. La conseguenza di quell’interesse era la consapevolezza, dalla quale poi nasceva una posizione, un’azione. Magari era una conclusione piuttosto scontata – l’idea che nessun conflitto, nessun confine, nessuna guerra sia più importante del salvare vite umane – , ma agivamo.

 

“Per metterci su quel barcone mio nonno pagò dodici lingotti d’oro per me e altrettanti per mio fratello. Non so se l’hai mai visto, un lingotto d’oro: pesa 37 once, praticamente un chilo”. Van Tri Truong ora ha quasi cinquant’anni, è un consulente aziendale che parla velocissimo con un vago accento bresciano, ed è un esperto di riflessologia facciale, una tecnica tradizionale vietnamita di cui è molto orgoglioso e che funziona un po’ come quella cinese plantare, a ogni punto del viso corrisponde un effetto. Una tecnica nata dalla necessità: “Dopo la guerra, l’America ha messo l’embargo, in Vietnam mancavano i medicinali”. Tri è cittadino italiano, ma conosce bene il Vietnam perché viene da lì.

 

E’ arrivato in Italia quarant’anni fa, quando aveva otto anni. Era uno dei boat people salvati dall’Andrea Doria.

 

La storia è nota: nell’estate del 1979 la guerra era finita, la televisione italiana mandava in onda le immagini dei disperati che scappavano dal regime comunista di Hanoi su barche di fortuna, in un mare molto più grande del Mediterraneo, respinti da tutti, nel mezzo della stagione delle piogge e dei tifoni. La questione divenne internazionale, e il governo Andreotti ordinò alla Marina militare una missione di soccorso nel Mar cinese meridionale. Salparono gli incrociatori Vittorio Veneto e Andrea Doria e la nave appoggio Stromboli. Navi italiane per salvare i vietnamiti.

 

“Quando gli americani sono andati via”, racconta Tri, “noi del sud abbiamo cominciato a scappare perché vivevamo nella città dei capitalisti. Iniziò un esodo”. Il nonno di Tri era un imprenditore. Aveva dieci figli, fattorie, appartamenti, negozi. “I comunisti gli hanno fatto un processo per dire che nonno era un capitalista, che sfruttava il popolo per la sua ricchezza personale. E gli hanno confiscato tutto”. Tra figli e nipoti, la famiglia di Tri era composta da una quarantina di persone. Il nonno aveva la possibilità di farne fuggire solo dodici. “Di solito si mandano i più giovani, i figli non sposati. Nella mia famiglia eravamo cinque figli, mio nonno decise di mandare me e mio fratello, i primi due, accompagnati dalle nostre due zie non sposate”. C’era una logica, mi spiega Tri: le donne non sposate hanno più facilità di rifarsi una vita, e grazie al diritto internazionale mandare i minorenni voleva dire avere più possibilità di chiedere il ricongiungimento familiare. Così siete finiti in mare? “Siamo partiti su un piccolo, vecchio peschereccio. Di notte, perché i malesi sparavano alle barche dei boat people per respingerli. Eravamo in 280. Dopo cinque giorni di navigazione abbiamo iniziato a imbarcare acqua, non potevamo più andare oltre”. Hanno aggiustato quello che potevano, hanno aspettato la notte e poi hanno acceso i motori al massimo: “Ci siamo praticamente buttati su una spiaggia della Malesia, poco a sud di Kuala Lumpur. Siamo rimasti lì due mesi”. Due mesi? “Sì, come Robinson Crusoe”. E che avete fatto per due mesi? “Non si parlava, ma si pensava molto. Pensavo ai miei genitori, che non avevano notizie di noi. Pensavo all’angoscia. Ogni tanto la Fao ci lanciava dagli elicotteri i viveri”. E poi? “Poi un giorno all’improvviso sono arrivati i malesi. Urlavano come pazzi, non capivamo cosa dicessero. Nessuno voleva lasciare il campo, ma loro sparavano in aria per ammucchiarci e spingerci su due navi. Pensavamo che ci volessero portare in acque internazionali e ucciderci lì, per sgomberare la spiaggia. Ma quando abbiamo visto le navi italiane abbiamo capito”.

 

La Marina militare era appena arrivata nell’area, stava pattugliando le acque internazionali in cerca di profughi, e quando ha contattato la controparte malese “ gli hanno detto: ne abbiamo 280 su una spiaggia, ve li portiamo”. Pensavate di essere morti, e invece vi hanno salvato. “Quando stai per morire hai quell’istinto di sopravvivenza, poi la mente ricorda ogni immagine, ogni profumo. Ti racconto una cosa: il piatto ‘tipico’ della Marina sono le patate bollite con olio e prezzemolo e tonno riomare. Ora, tu puoi farmi assaggiare qualunque piatto, ma ancora oggi per me la cosa più buona del mondo sono le patate bollite”. Tri, cosa pensi del fatto che oggi sono le ong, i volontari a salvare i profughi nel Mediterraneo, e la gente li chiama trafficanti? “Sono sicuro che oggi i marinai della Marina soffrono. In fondo sono gli stessi che sono venuti fino in Vietnam per salvare noi”.

Giulia Pompili

Giulia Pompili

Giulia Pompili è nata il 4 luglio. E' giornalista del Foglio dove scrive soprattutto di Asia – nel 2012 ha vinto il premio giornalistico "Umberto Agnelli" della Fondazione Italia Giappone. Recita a memoria i test missilistici di Kim Jong-un, ma pure le canzoni degli Afterhours. E' terzo dan di kendo.

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