Il Vietnam che si rinnova deve ancora fare i conti con la storia

Stefano Cingolani

Un paese povero, con cento milioni di persone da sfamare. Stretto tra due colossi, Stati Uniti e Cina, deve conquistare giorno dopo giorno la propria sovranità. Il futuro politico affonda nelle pastoie del passato 

Fantocci. Che effetto fa essere chiamati fantocci? Il cicerone mi guarda attonito e sembra non capire. Ma sì, c’è scritto così; ecco: “I fantocci sudvietnamiti”. Ed è l’unica volta che si parla dei vietnamiti del sud nel museo sulla “sporca guerra”, una delle maggiori attrazioni di Saigon, tutto foto dei grandi reporter americani che testimoniano gli orrori e i massacri perpetrati dai marine, dai cacciabombardieri, dai cavalleggeri in elicottero, dai carri armati e dai lanciafiamme che stazionano in bella vista nel cortile, in una atmosfera da “Apocalypse now”. “Ma quelli erano fantocci degli americani”, risponde la guida. Tutti? Anche i milioni di profughi, i boat people, i morti e i feriti nelle prigioni comuniste durante il decennio della repressione seguito all’invasione del 1975? “La riunificazione non l’invasione”. Certo, la riunificazione costata tante vite umane. Erano tutte spie, tutti traditori, tutti pupazzi? “Tre milioni di vietnamiti sono morti, la maggior parte civili, contro 60 mila soldati americani. E’ stata una guerra di liberazione, non una guerra civile. Ma questo è un nuovo Vietnam. Viviamo nel Doi Moi, l’èra del rinnovamento e Saigon oggi si chiama Ho Chi Minh City”.

 

Davanti al centralissimo hotel Rex, il vecchio quartier generale a stelle e strisce, troneggia il monumento a “Zio Ho”, come i suoi seguaci chiamavano “Il Portatore di Luce”, nome di battaglia adottato da Nguyen Tat Thanh, vincitore del francesi, carismatico e frugale fondatore del partito comunista che sapeva muoversi agilmente tra Stalin e Mao: formatosi alla scuola del socialismo anticolonialista francese, finì per seguire gli insegnamenti confuciani che gli aveva impartito il padre, grande studioso di Kung Fu Tzu. Oggi solo i turisti si fermano a fare una foto. Il grande spazio che si apre davanti è perfetto per i bagni di folla e le sfilate militari, sarà così nella festa della liberazione, il 30 aprile, per adesso s’aggira sotto il sole cocente uno sparuto gruppo di giovani pionieri in divisa azzurra e fazzoletto rosso che il loro comandante cerca inutilmente di far marciare come si deve.

 

“Fantocci”: così il museo sulla “sporca guerra”, una delle maggiori attrazioni di Saigon, definisce i vietnamiti del sud

È un altro Vietnam, non c’è dubbio, ma qui nel sud il passato è solo rimosso, e il lutto non è stato mai elaborato, come sostiene Huy Duc nel suo libro scandalo, intitolato “The Winning Side”, dalla parte del vincitore. Il ristorante Chopstick, uno dei più raccomandati per gustare la autentica cucina sud-vietnamita, occupa una villetta, dove incombe ancora la storia. Sopra l’ingresso, una targa colpisce lo sguardo. E’ scritta in vietnamita e in inglese: “In questa casa ha abitato Tran Van Huong, vicepresidente del Vietnam del Sud prima della invasione da parte del Nord il 30 aprile 1975”. Invasione, dunque, non riunificazione. “L’orologio della riconciliazione si è fermato al 1975”, ha confessato a Usa Today l’architetto Nguyen Huu Thai, ex vietcong che percorse il sentiero di Zio Ho con l’idea di liberare il sud e non di combattere in realtà una guerra civile. I cunicoli da dove i guerriglieri spuntavano come talpe, ora trasformati in museo, appaiono come catacombe per le quali s’aggirano gli spettri senza pace del Novecento.

 

Poco o nulla sanno di tutto questo i ragazzi che percorrono frenetici la città giorno e notte in sella ai loro motorini, caschetti in testa, il volto coperto da una mascherina o da una bandana per proteggersi dallo smog (Saigon è una delle città più affollate e più inquinate al mondo), un brulichio fitto e instancabile che non si ferma mai. Lavorare, fare soldi, consumare, ecco il mantra della “economia di mercato orientata in senso socialista”, come viene definita dalla svolta liberista del 1986 che mise fine al decennio delle purghe e dei conflitti armati. L’invasione nel 1977 della Cambogia dei khmer rossi guidati dal sanguinario Pol Pot che accese un conflitto durato fino al 1991, e la dura risposta all’attacco cinese al confine nord nel 1979, facevano pensare a uno stato di guerra permanente, di miseria e fame, di oppressione totalitaria, finché nel 1986 non arrivò il Doi Moi.

 

Nel sud il passato è solo rimosso, e il lutto non è stato mai elaborato. Nei cunicoli usati dai guerriglieri gli spettri senza pace del Novecento 

 Il Vietnam è un paese povero, ha bisogno di sfamare cento milioni di persone e cerca disperatamente di sfidare il suo destino. Gran parte della popolazione vive nelle campagne anche se l’agricoltura che negli anni Ottanta produceva il 46 per cento del pil, oggi è ridimensionata al 14,5 per cento (l’industria è al 34 e i servizi, pubblica amministrazione compresa, al 41). Stretto tra due colossi, quello americano, sconfitto in guerra, ma vincitore in tempo di pace, e quello cinese che vuole riscuotere ora più che mai il tributo dell’imperatore, deve conquistare giorno dopo giorno la propria sovranità.

 

La terrazza del Rex, dove gli inviati di guerra stazionavano tra un drink e l’altro cercando di scroccare un passaggio su un elicottero o il racconto di una strage da un ufficiale ubriaco, è un’isola d’occidente in mezzo al modello asiatico di sviluppo. Un tempo da qui si vedeva l’intero centro di Saigon, oggi è circondata dai grattacieli coreani, giapponesi e anche cinesi. Sì, della Cina che chiede rispetto e obbedienza ai vicini dell’Impero di Mezzo, come accadeva all’epoca del grande ammiraglio Zheng He e della flotta più grande del mondo voluta dai Ming. Quando le truppe di Pechino varcarono la frontiera nord del Vietnam, Henry Kissinger giustificò l’operazione che si risolse in una rapida ritirata sotto l’incalzare della pronta risposta nord-vietnamita.

  

Pausa pranzo con street food in un vecchio quartiere di Hanoi (Foto LaPresse)


 

Ancor oggi l’artefice dell’incontro tra Richard Nixon e Mao Tsedong sostiene che serviva di monito alla Russia sovietica, tanto più dopo l’invasione dell’Afghanistan: giù le mani dalla penisola indocinese, giù le mani dallo stretto di Malacca che separa l’Oceano Indiano dal Pacifico. Fin da allora la Cina che con Deng Xiaoping si avviava verso la prima delle quattro modernizzazioni (agricola, industriale, tecnologica e militare, una ogni decennio) lanciava il suo avvertimento: il Dragone ha rialzato la testa e con la coda è pronto a spazzar via tutto quello che lo possa ostacolare nella sua sfera di influenza, un enorme quadrilatero che va dal Tibet fino a Taiwan, dalla Mongolia a Singapore.

  

Lavorare, consumare, fare soldi, ecco il mantra della “economia di mercato orientata in senso  socialista” avviata nel 1986

A vegliare su quel lembo di mare tra i due oceani è proprio Singapore, la ex colonia britannica, isola di utopia asiatica secondo il fondatore Lee Kuang Yew, morto nel 2015 a 92 anni, dove dovevano convivere e arricchirsi cinesi, malesi, indiani, indonesiani, arabi ed occidentali sotto la occhiuta guida del partito unico. Gelosa della propria indipendenza, la classe dirigente cinese che ha sempre mantenuto uno stretto rapporto con la madrepatria (tanto che Lee ha consigliato e ispirato Deng), oggi teme la deriva nazionalista della Cina, mentre gli equilibri interni della città-stato entrano in crisi. “La rivoluzione digitale è distruttiva per la democrazia”, sostiene il politologo Han Fook Kwang, editor at large dello Streets Times, il principale quotidiano di Singapore. Lo è anche per la democrazia autoritaria e per un sistema anch’esso in transizione, segnato da “un più grande individualismo in un mondo centrato sul me”, dice Han. Spiega un uomo d’affari molto ben inserito nell’establishment, che ha lavorato a lungo anche con l’Italia: “Le nuove generazioni sotto l’influenza di internet non accettano più l’autorità del partito, mentre anche qui si fa sentire il soffio della xenofobia. Noi occidentali non siamo più benvenuti come un tempo, mentre crescono le tensioni tra le varie comunità”.

 

Tra due anni si terranno le elezioni e dentro il People Action Party che comanda da sempre, è cominciata la ricerca di un successore al primo ministro Lee Hsien Loong, figlio maggiore del fondatore. Singapore, matrice del modello che si è diffuso in Cina e in tutto il sud est asiatico, un tempo orgogliosa e sicura della propria eccezionalità, si percepisce schiacciata e precaria, forse per la prima volta dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1959 e dalla Malesia nel 1965. Così, non cessa di attirare capitali e di perfezionare il proprio sistema militare, uno dei più avanzati ed efficienti dell’Asia.

 

Gran parte della popolazione vive nelle campagne, anche se l’agricoltura oggi produce solo il 14,5 per cento del pil

 L’occidentalizzazione mette in crisi valori ed equilibri politico-sociali, eppure l’occidente non celebra affatto il suo successo, al contrario si sente minacciato. Lo si può vedere anche in Vietnam, lo si può vivere direttamente attraverso la storia parallela dei due alberghi che assorbono in sé la drammatica storia del rapporto con il mondo occidentale. Il Rex nasce come garage a due passi dall’ Hotel de la Ville, il municipio in stile Belle Epoque costruito dai francesi. Dopo l’indipendenza i coniugi Ung Thi lo trasformano in un complesso da 100 stanze, con cinema, sala da ballo, ristorante. Nel 1961, mentre la ristrutturazione non era ancora terminata arrivano i primi 400 consiglieri inviati da John Fitzgerald Kennedy. Nel 1975 è il governo di Hanoi a prenderne il controllo: da lì viene annunciata la riunificazione, gesto altamente simbolico. Poi decade, troppe memorie da seppellire. Rinasce con il Doi Moi come albergo di lusso, con impeccabile stile degno di una grande capitale occidentale.

 

Resta invece ancorato al suo allure coloniale l’hotel Continental, che sorge poco lontano sulla parte opposta della piazza. Le foto nella hall e nei corridoi sono dedicate ai personaggi famosi. In queste stanze hanno dormito André Malraux e Charles de Gaulle, Tiziano Terzani e Graham Green. Qui il grande scrittore inglese ha ambientato il suo romanzo “L’americano tranquillo” il tragico rapporto tra il cinico pragmatismo britannico di Thomas Fowler, famoso corrispondente di guerra, l’idealismo di Alden Pyle, l’inviato della Cia, pericoloso quanto naïf, che immagina una terza via per le nazioni che si liberano dal colonialismo, e il realismo cattolico del commissario francese Vigot che ama discutere di Blaise Pascal. Schiacciata nel mezzo c’è Phuong, giovane vietnamita in eterna ricerca di protezione, proprio come il suo stesso paese.

 

Singapore, matrice del modello che si è diffuso in Cina e in tutto il sud-est asiatico, si percepisce schiacciata e precaria 

L’icona del futuro o per lo meno di come lo immagina la classe dirigente vietnamita, è la lunga e ampia spiaggia di Ho Tram. Per arrivarci da Saigon ci vogliono circa tre ore, dipende dall’intenso traffico di camion. Si attraversa un paesaggio di risaie e sponde paludose dei corsi d’acqua che affluiscono verso l’immenso delta del Mekong, palmeti, boschi e campi che ogni giorno vengono attaccati dalla implacabile urbanizzazione. I grattacieli lasciano il posto a villette prima pretenziose, poi sempre più semplici, ai bordi della strada, in simbiosi con negozi, magazzini e piccoli laboratori. All’improvviso spuntano le chiese, decine e decine di templi cristiani, per lo più cattolici, in costruzione, ce n’è di ogni taglia e stile, dal finto Notre-Dame, come la cattedrale di Saigon, allo pseudo romanico. La provincia di Ba Ria-Vung Tau, un milione appena di abitanti, è all’avanguardia del “ritorno di Dio” in un paese multi-religioso anche se ufficialmente ateo.

 

Di qui si arriva alla costa, dieci chilometri di spiaggia inviolata pronta a diventare una nuova Macao. Per ora c’è solo un grande casinò che abbiamo trovato del tutto vuoto, ma debbono sorgere villaggi vacanze, residenze di lusso per ricchi vietnamiti, coreani, occidentali. Alle spalle viene pubblicizzato un parco naturale per preservare la foresta fluviale. Davanti, verso sud-est, le isole Spratly, l’arcipelago conteso sul quale allunga gli artigli il dragone rosso. In mezzo c’è Rosneft, sì perché il colosso russo del gas e del petrolio trivella in mare i giacimenti petroliferi potenzialmente enormi anche se difficili da raggiungere a oltre 300 chilometri dalla costa. Strisce nere di bitume segnano come ferite putrescenti la pallida sabbia. Buste di plastica sul bagnasciuga sembrano meduse che nessun sole riuscirà mai a sciogliere.

  


La spiaggia di Ho Tram pronta a diventare una nuova Macao. Il petrolio nuova frontiera dello sviluppo. Ma il boom vietnamita rischia di sgonfiarsi 


 

Il petrolio è la nuova frontiera dello sviluppo, che potrebbe anche mettere d’accordo Pechino e Hanoi, magari con la mediazione di Mosca, perché la Nuova via della seta passa anche di qui. L’iniziativa lanciata sei anni fa da Xi Jinping nella prima fase ha migliorato i rapporti sino-vietnamiti. Ma ora rivela pienamente il proprio volto il “neo colonialismo dei commerci” come lo ha chiamato Mahatir Mohammed, presidente-autocrate della Malaysia che ha sospeso i mega-progetti per l’alta velocità. La Cina, da quando Xi ha cambiato le regole del gioco e ha preso un potere pressoché assoluto, non nasconde più le sue mire.

  

Lo squilibrio commerciale è uno dei punti deboli del paese. E il basso costo del lavoro non è sufficiente ad attrarre investimenti

Pressato dalle nuove tensioni esterne e dalle crescenti contraddizioni interne, il boom vietnamita rischia di sgonfiarsi. Prima dell’ingresso nell’universo del libero scambio, il reddito pro capite era di 230 dollari l’anno, oggi è dieci volte tanto, ma la Cina con i suoi novemila dollari a testa è ancora lontana. L’economia cresce a un ritmo del 7 per cento, grazie alle esportazioni di manufatti soprattutto tessili e componenti elettroniche, oltre ai prodotti agricoli dalle arachidi all’olio di palma, dal caffè (il Vietnam è il secondo produttore al mondo e ormai sta rimpiazzando il tè soprattutto nei gusti dei giovani) al riso che con i suoi alti e bassi di prezzo influenza in modo determinante i conti con l’estero.

 

Lo squilibrio commerciale è uno dei punti deboli, lo sviluppo interno ha bisogno di macchinari e prodotti avanzati che non è in grado di produrre in casa, mentre la nuova ondata protezionista mette a rischio l’export. E’ questa oggi la minaccia economica più immediata per il Vietnam. I partner principali sono gli Usa, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud e la Germania, proprio i paesi che hanno ingaggiato la nuova “guerra di mercato”. Il boom delle costruzioni attira ancora capitali, ma i colli di bottiglia istituzionali e amministrativi si fanno più stretti tanto che i grandi progetti infrastrutturali (strade, ponti, ferrovie) rallentano mentre i costi continuano a salire.

 

Il Rex e il Continental, due alberghi in Vietnam che assorbono in sé la drammatica storia del rapporto con il mondo occidentale 

Nguyen Dinh Cung, direttore del Central Institute for Economic Management, invita a un bagno di realtà: “Le agenzie governative sostengono di aver migliorato con successo le condizioni strutturali che favoriscono le imprese. In realtà c’è ancora molto da fare”. Il numero dei contratti rimessi in discussione e delle aziende in bancarotta è al livello più alto degli ultimi cinque anni, la produttività ha bisogno di una nuova spinta e occorre un salto di qualità soprattutto nella giustizia civile e nella legislazione riguardante le imprese. Per quest’anno il governo ha fissato quattro obiettivi: semplificare le condizioni per fare business, migliorare le procedure doganali, utilizzare i pagamenti elettronici per tutte le transazioni e i servizi pubblici, sviluppare un ecosistema innovativo.

 

Insomma, sciogliere i troppi “lacci e lacciuoli” in versione vietnamita, ma anche darsi strumenti per intervenire quando le imprese sono in difficoltà. Sono tutti segnali che il paese sta passando dall’accumulazione primitiva a una fase più matura. Il basso costo del lavoro non è sufficiente ad attrarre investimenti, anche qui arriva il tempo delle riforme, come è già accaduto in Cina, e la sfida per il sistema diventa più ardua, perché il futuro politico affonda nelle pastoie del passato.

  

A Ho Tram c’è solo un grande casinò, vuoto, ma devono sorgere villaggi vacanze, residenze di lusso per ricchi vietnamiti e occidentali

Nell’ottobre scorso, l’Assemblea nazionale ha eletto presidente del paese Nguyen Phu Trong, segretario generale del Partito comunista vietnamita. Trong ha 74 anni e prende il posto di Tran Dai Quang, morto il 21 settembre a 61 anni per una grave infezione virale. Non accadeva dai tempi di Ho Chi Minh che il ruolo di presidente e di segretario generale fossero ricoperti dalla stessa persona. Secondo gli esperti, la linea di governo resterà la stessa, senza grossi cambiamenti a livello politico o economico. Sul piano internazionale, Trong sta cercando di creare una rete di alleanze nella penisola indocinese in particolare con il Laos, per non restare solo di fronte alla potenza cinese e alla minaccia protezionista: il 24 febbraio si è recato in visita di stato a Vientane e i giornali vi hanno dato grande rilievo. Il Vietnam sperava che l’incontro tra Donald Trump e Kim Jong-un ad Hanoi potesse farlo entrare nel nuovo grande gioco asiatico, ma s’è trasformato in un flop e i sogni diplomatici sono sfumati. Tutto da rifare. Per compiere il salto agognato, il rinnovamento dovrà andare più in là e fare davvero i conti con la storia.

 

Kim Phuc, alias “Napalm girl”, la bambina di nove anni che corre nuda, semi-ustionata per sfuggire alle bombe incendiarie lanciate dagli aerei sudvietnamiti sul villaggio di Trang Bang occupato dai Vietcong, è lì, in primo piano. La foto scattata nel 1972, grazie alla quale Nick Ut dell’Associated Press vinse il premio Pulitzer, è uno dei pezzi forti della mostra al museo della guerra. Kim Phuc è sopravvissuta, Ut l’ha salvata e portata in ospedale, dal 1996 è cittadina canadese, si batte contro la guerra e per aiutare le piccole vittime dei conflitti, il 18 febbraio scorso è stata premiata in Germania dall’Unesco. Ma nessuno a Ho Chi Minh City lo ricorda. Il Doi Moi non si è spinto così lontano.

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