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Così il menù della Pace di Hanoi si è trasformato in un boccone amarissimo

Massimo Morello

L’annuncio del summit chiuso in anticipo e per l'accordo non trovato ha scosso tutti, giornalisti e vietnamiti. “Meglio farlo bene che farlo in fretta”, ha detto Trump

Hanoi, Vietnam. La sera di mercoledì 27 un personaggio che frequenta l’hotel Metropole di Hanoi, dove si svolgeva la cena ufficiale del Summit tra il presidente americano Donald Trump e il leader supremo nordcoreano Kim Jong-un, confidava che era stato difficile trovare un accordo sul menù.

 

Ma giovedì mattina quegli screzi di etichetta sembravano irrilevanti: la cena era stata un successo e tutto faceva presagire una giornata storica. Le sale del Metropole avrebbero ospitato lo storico meeting che si sarebbe dovuto concludere con un accordo di pace tra Stati Uniti e Corea del nord. “Give Peace a Chance” titolava il Viet Nam News, riprendendo il titolo della canzone del 1969 di John Lennon e Yoco Ono che divenne un inno del movimento pacifista negli anni della guerra in Vietnam (qui denominata la guerra americana).

 

All’International media center allestito al Cultural Friendship Palace (costruito con la supervisione sovietica nel 1985 come “Palazzo culturale dei lavoratori”) c’era la coda per salire sugli autobus che avrebbero condotto i giornalisti all’hotel Marriott, dove alloggiava il presidente Trump e si sarebbe svolta la conferenza stampa conclusiva.

 

Invece, quando gli ultimi bus erano partiti, arrivava l’annuncio che il summit si era chiuso in anticipo, non era stato raggiunto alcun accordo e la conferenza stampa era stata anticipata di due ore. Uno choc per i giornalisti ancora per strada e una delusione per gli impiegati dell’ambasciata americana ad Hanoi, che avevano messo in vendita cappellini, magliette e gadget, sperando che questo Summit fosse destinato a passare alla Storia.

 

Mentre si incrociavano analisi e illazioni su questo formidabile coup de coup de théâtre in un Summit che sembra la trama di un thriller di Frederick Forsyth (il suo ultimo romanzo, “La volpe”, vede assieme proprio Trump e Kim Jong-un), la spiegazione ufficiale era data dal presidente Trump in conferenza stampa. Molto meno sorridente della sera prima, affermava che non era disponibile a un accordo a ogni costo: “Meglio farlo bene che farlo in fretta” ha ripetuto, come uno dei suoi consigli per il perfetto negoziatore. Tutto ciò, comunque, non andava a intaccare la sua amicizia e la sua simpatia nei confronti di Kim Jong-un, che aveva salutato con una cordiale stretta di mano.

 

Poco dopo, alle 15 e 45, il presidente s’imbarcava sull’Air Force One, salutato dal primo ministro vietnamita Nguyen Xuan Phuc. Ma c’è da credere che Phuc e ancor più il presidente e segretario del Partito comunista, Nguyen Phu Trong, non abbiano apprezzato una partenza tanto precipitosa. Per i vietnamiti, come tutti gli asiatici molto attenti alla forma, probabilmente è apparso come uno sgarbo. Il presidente Trump, a sua volta, come un uomo incapace di controllare le proprie emozioni.

 

Anche in questa repentina e inaspettata conclusione, il Vietnam si conferma come il vero protagonista del Summit. Inizialmente era oggetto di tutte le analisi, quale modello per il possibile cambiamento coreano. Poi ne è divenuto beneficiario per gli accordi commerciali stabiliti da alcune imprese, prima fra tutte la VietJet, una compagnia aerea “sexy”, con assistenti di volo che si esibiscono in bikini. Ma soprattutto, il Vietnam si è confermato come la metafora che da oltre cinquant’anni ricorre in tutto il mondo per richiamare guerra o pace, vittoria o sconfitta.

 

Peccato che, ai margini di questa grande storia, sia destinata a restare ignota la conclusione di un’altra, piccola storia. Quella della signora Thu (così sembra la sua firma) che il giorno d’apertura del Summit, a poca distanza dall’hotel Metropole, sventolava due bandierine: una americana, l’altra francese. Per rispondere alla curiosità la Signora ha riempito in elegante grafia una pagina di taccuino. Il difficile è stato farla tradurre. Alla fine, con reticenza, una giornalista vietnamita ha detto che da quel capiva la signora voleva dichiarare la propria gratitudine ai francesi per aver portato la religione e agli americani per aver portato la libertà. Più tardi, a quanto si è saputo da uno dei tweet che si susseguivano, quella signora è stata caricata su un minivan con una targa blu governativa.