Anche i calciatori alla campagna d'immagine del decennio: quella dalla parte delle donne

Simonetta Sciandivasci

Da parecchio è stato deciso che le partite di calcio devono diventare non solo i monografici dell’università della vita, ma pure laboratori di lotta socio-culturale

Magari siete sempre distratti o guardate le partite alla radio (l’Anonima professori ci consenta la licenza poetica, per piacere) e quindi non vi siete accorti che sabato e domenica i calciatori sono scesi in campo mano nella mano a delle bambine e che tutti, compresi gli arbitri, sul viso avevano dei segni rossi, come quelli degli indiani nativi americani o dei soldati in mimetica. Il calcio ripudia la violenza sulle donne ed è così che la Lega Serie A, l’AIC (Associazione Italiana Calciatori) e WeWorldOnus hanno voluto che, pubblicamente, venisse dimostrato. La campagna è stata chiamata #unrossoallaviolenza e hanno aderito in moltissimi, compreso Nainggolan, che qualche anno fa spedì sua moglie in ospedale (venti giorni di prognosi, contusioni da tutte le parti) perché lei gli aveva sbirciato nel telefono. Da parecchio è stato deciso che le partite di calcio devono diventare non solo i monografici dell’università della vita, ma pure laboratori di lotta socio-culturale. Così, riteniamo appropriato che squadre intere giochino con la faccia pitturata di rosso per dire che la violenza sulle donne è l’effrazione massima: “Domenica sarà l’occasione in cui è positivo prendere un rosso in campo”, hanno detto le madrine della campagna (Martina Colombari in testa). Nel selfie di Luca Rigoni (Genoa) e signora (Giada Visentini), indirizzato all’hashtag, lui compare con lo sbrego rosso e lei, contrita e accigliata, lo afferra per il mento e guarda in camera con un’espressione che dice “non lo farà più, parola mia”. Come loro, molti altri. Tutti quanti chiamati ad aderire, per non perdere la faccia e, con l’occasione, farla risplendere, alla campagna d’immagine del decennio: quella dalla parte delle donne.