Enzo Miccio, wedding planner diventato famoso grazie ad una serie di trasmissioni tv (foto LaPresse)

L'esperto non è più esperto

Fabiana Giacomotti

Ora che l’incompetenza dilaga, che fine faranno tutti quelli che illuminano ogni giorno riviste e talk-show?

L’evoluzione della storia ha un ruolo fondamentale nel parlato. Arriva spesso il momento in cui una certa parola perde di significato. Si svilisce, si altera. Da qualificante, si trasforma in una diminutio per il soggetto che indica. Talvolta, questa variazione di senso avviene nell’ambito di un solo gruppo sociale, mentre resta invariata negli altri (la moda, per esempio, ha preso ad aggiungere il prefisso “super” ad ogni espressione, tipo “superbello”, “super”, mentre il resto del mondo dice ancora “figo”), creando dunque momenti di imbarazzo e generando  incomprensioni, cioè differenze. La parola, più nello specifico l’aggettivo, in caduta verticale del momento è “esperto”, figura che un tempo veniva chiamata in tv e nei dibattiti a illuminare la platea con le proprie brillanti osservazioni e che sulle riviste popolari scioglieva quesiti di salute, sanava diatribe condominiali o consigliava alla madre della sposa come disporre i centrotavola al ricevimento di nozze. Non c’era bisogno che esibisse il proprio titolo o tanto meno una qualifica; ad attribuirgli uno status devozionale fideistico bastava il titolino sopra la colonna di testo: “L’esperto risponde”, niente affatto sventurato. Talvolta il grand’uomo non esisteva nemmeno, non corrispondeva cioè a una persona fisica ma a un personaggio fittizio ed era infatti il segretario di redazione ad assumersi l’incarico di impersonarlo, alternandosi con il caporedattore o, agli albori del giornalismo, con lo stesso direttore, ma per i lettori la qualifica era più che sufficiente per buttarsi sulle sue opinioni con avidità. Qualcuno che se ne intendeva più di loro avrebbe distillato le proprie perle di saggezza in cambio del prezzo di una rivista.

 

Sulla stampa vige ancora un minimo di controllo, in tv zero.
La competenza è finita
ad ammantarsi di vaghezza,
non di rado di stolidità

Adesso, in anni nei quali l’incompetenza viene sventolata come prova regina di integrità morale, provate a definire qualcuno esperto, cioè competente in un qualunque campo scientifico o storico, e vi salterà in testa come una furia. L’intero campo semantico e lessicale della competenza è stato spazzato via dal curriculum di Luigi di Maio e dai tagliatori di vestiti del programma “Detto Fatto”. Non parlateci mai più di expertise o rivendichiamo il titolo di spazzino che nemmeno più si osa pronunciare, come l’amore ai tempi di Oscar Wilde. Io mi sono irrigidita, pochi giorni fa, con il povero autore di un contenitore televisivo del pomeriggio.  “Le va bene se la definiamo esperta di moda?”. “Giornalista non basta?”. “Eh, ma esperto fa più scena, è più rotondo per così dire”. “Guardi, nella moda la rotondità è un’eresia  che si usa a scopi politicamente corretti e in nome della diversità”. “Capisco, non lo dica in studio la prego”. Dopo qualche minuto di trattativa, ci siamo accordati sulla definizione accomunante delle varie qualifiche e spendibile di “storica”; come alternativa, avrei gradito quella di “specialista”, declinazione tecnica dell’esperto e per dirla tutta meno sputtanata, ma al collega che scrive copioni e battute è sembrato un chiasmo impossibile, come potranno mai incrociarsi, insisteva, specializzazione e presunta frivolezza, la specializzazione va bene per chi taglia e cuce lembi di pelle umana, non taffettà, mentre è fatto acclarato che gli storici siano diventati abbordabili, appetibili e sessualmente rilevanti, basti vedere la parabola di Alberto Angela, il primo idolo trasversale, femminile e gay, dopo Raffaella Carrà. Provvista dunque della qualifica del tutto inesistente di storica della moda, che in Italia non poggia nemmeno su una cattedra, sono andata a parlare di abiti e di archivi (questi sì, tema e campo di studi in grande recupero in quanto fondamento indispensabile dello storytelling grazie al quale vendiamo il made in Italy nel mondo), circondata da un gran numero di esperti di niente che avevo trovato dietro le quinte mentre ripetevano macchinalmente date di nascita e gesta principali dei personaggi sui quali saremmo stati intervistati. Tutti di professione incerta e tutti avidi compulsatori di Wikipedia, oltre che, naturalmente, esperti.

 

Sulla stampa vige ancora un minimo di controllo, in tv zero: potrebbe pure scapparti la topica o lo sfondone e se ne accorgerebbe nessuno, anzi rivelarlo farebbe allegria e audience perché accomunerebbe intervistato, platea e pubblico in nome dell’inclusione e dell’egualitarismo a competenza zero, secondo lo stesso principio che porta la gente a fermarsi davanti ai dipinti di Paul Klee o di Miró per poi osservare ad alta voce che avrebbero saputo “farli” anche loro, anzi farli meglio. I mestieri si moltiplicano e si rinnovano; veniamo privati a poco prezzo e con l’impegno minimo di un clic sulla tastiera del cellulare di incombenze che un tempo svolgevamo da soli o per le quali subivamo interrogatori approfonditi e irosi in caso di astensione (“potevi almeno ricordarti di comprare un po’ di pane”). Però, forse anche a causa di questa sovrabbondanza di mestieri indefiniti, per i quali concorrono non di rado e purtroppo brillanti laureati in discipline umanistiche (quante volte il ragazzo che vi ha consegnato una pizza sulla porta di casa avrebbe potuto aggiungervi un paio di considerazioni sul proprio destino di sfigato citando Antistene e i fondatori della scuola cinica?), la competenza è finita ad ammantarsi di vaghezza, non di rado di stolidità. L’esperto sproloquia come un Azzeccagarbugli, che è infatti uno dei padri letterari del genere di cui ora troviamo le ultime, sfilacciate tracce in tv o anche sui social. La nozione dell’esperto, versione meno intimorente e più pratica dell’erudito rinascimentale, è infatti relativamente recente ed è legata alle professioni, alla piccola e media borghesia. L’erudito era un alto prelato o un nobile, insomma un ricco dedito agli studi per piacere, che non finalizzava al guadagno se non a quello aleatorio della fama. Mai vi verrebbe in mente di applicare l’aggettivo “esperto” a Michel de Montaigne, al cardinale Giovanni Bessarione o al bizantino Giovanni Argiropulo che fu insegnante di Angelo Poliziano e Bartolomeo Sacchi e insegnò all’università di Firenze, a Roma e a Padova, dove divenne rettore. Era ovviamente  “esperto” di cultura ellenistica classica, al punto di contribuire alla sua riscoperta in Italia avviando di fatto la corrente poi conosciuta come umanesimo e, come la natura del termine indica, portava la propria conoscenza di rifugiato di alto profilo intellettuale in giro per il mondo (ex-allontano; per-attraverso), ma vi verrà naturale qualificarlo come studioso, letterato, professore. Di sicuro non come esperto di cultura greca.

 

L’esperto è legato ad attività
che coinvolgono la percezione, l’intuizione, la capacità di adeguare le proprie conoscenze al momento

L’esperto, che fonda la propria conoscenza sull’esperienza diretta, insomma sulla verifica empirica, a posteriori, è legato dunque ad attività che coinvolgono la percezione, l’intuizione, la capacità di adeguare le proprie conoscenze al momento. Insomma Dulcamara, non Marsilio Ficino. Non a caso, l’esperto, il competente, ha subito trovato posto nelle forme divulgative più popolari: le riviste, la televisione, la pubblicità. Noi adolescenti negli anni Ottanta siamo cresciuti nel mito involontariamente ridicolo di Michele “tu sì che te ne intendi”, l’esperto di whisky cioè l’epitome del pallone gonfiato che dava prova di expertise minimali tracannando superalcolici sotto lo sguardo più ironico che ammirato degli amici. Per molti versi, non ci siamo mai liberati dell’immagine di quel deficiente bendato che sproloquiava di “gusto rotondo” facendo roteare il liquido nel bicchiere, anticipando frotte di epigoni che oggi ammorbano le cene sfoggiando competenze enologiche acquisite nei tutorial sul web. Come facciano maitre sommelier e camerieri a tollerare sera dopo sera, per migliaia di volte all’anno, il cenno di assenso regale del capo con cui l’esperto della tavolata acconsente al servizio dopo la degustazione del vino al quale ha dedicato al meno un paio di intensi minuti, è prova di una dedizione al lavoro e di un rigore morale in cui la competenza non figura nemmeno fra i primi posti, essendo data per scontata. All’esperto resta quello che merita e che, naturalmente, gli garba di più: lo sfoggio.

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