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Tra ortodossia e secolarizzazione. Storie nascoste degli ebrei nell’Europa dell’est

“La moglie del rabbino” introduce per la prima volta al pubblico italiano Chaim Grade autore di vasta notorietà negli Stati Uniti, ma sconosciuto nel nostro paese

4 Agosto 2019 alle 06:00

Tra ortodossia e secolarizzazione. Storie nascoste degli ebrei nell’Europa dell’est

“Tu sei intelligente, ma non sei buona”. L’ambiziosa Perele si vede respinta dal fidanzato Moshe Mordecai, un giovane assai dotato e promettente, anzi un autentico genio, predestinato a una fulgida carriera di rabbino. Anche Perele discende da una famiglia di alto rango di Staripol, eppure deve accontentarsi di sposare Uri Zvi, studioso ma modesto, e diventa così la moglie del rabbino di Graypeve, un centro piccolo e insignificante. Ma non dimenticherà mai l’umiliazione subìta, da parte di chi l’ha giudicata “malvagia”.

 

La moglie del rabbino” (Giuntina) rappresenta un’importante novità letteraria: introduce per la prima volta al pubblico italiano Chaim Grade (Vilnius 1910 – New York 1982) autore di vasta notorietà negli Stati Uniti, ma sconosciuto nel nostro paese. Anche la ricercata traduzione dall’yiddish di Anna Linda Callow è un elemento di particolare interesse, poiché contribuisce alla conservazione di un filone fondamentale della cultura ebraica.

 

Grade descrive un mondo che non esiste più: la vita comunitaria degli ebrei dell’Europa orientale, sempre in equilibrio fra ortodossia e secolarizzazione, fra conservazione e modernità. Il romanzo descrive minuziosamente folte barbe grigie o bianche, dispute dotte e sottili, usanze millenarie, scorci di vita famigliare e sociale fra casa e sinagoga.

 

Molti anni dopo l’affronto, ormai nonna, Perele muove alla ricerca della sua rivincita. Convince il marito a trasferirsi a Horodne, dove l’ex fidanzato è il carismatico rabbino capo, noto e ammirato in tutta la diaspora, considerato quasi “il papa ebreo”. La donna è rosa dall’invidia, colma di rancore e livore. Grande dissimulatrice, la scaltra Perele sa contenere la sua rabbia. Manovra abilmente il marito e i figli, e concepisce astuti progetti. I suoi occhi “lampeggiano di segreti e silenzi”, alle ragionevoli obiezioni del marito “sorride come davanti a uno che dice sciocchezze”. “La rebetsin rideva dell’ingenuo consorte che ormai da trent’anni faceva il rabbino e ancora non sapeva che se i notabili capivano tutto il sermone, dall’inizio alla fine, non avevano rispetto per il predicatore. E che quando il popolino vedeva che i dotti non venivano ad ascoltare il rabbino, questi perdeva ogni prestigio ai loro occhi. La plebaglia è stupida [...] Rabbi Uri Zvi vide che la sua consorte aveva ancora una volta ragione”.

 

Qualcuno ha visto nella protagonista una figura “estrema ma plausibile, che non si può evitare di ammirare”; in realtà Perele colpisce e sgomenta soprattutto per il lucido cinismo. Quando muore la figlia dell’antico fidanzato, all’inizio del romanzo, la donna non sembra addolorata: “Da ragazzo aveva commesso una sciocchezza, come tutti gli intelligenti troppo sicuri di sé. Sua moglie era stata poco in salute fin da piccola, ma lui non ci aveva badato. Si era preso una ragazza malaticcia e infelice solo perché ambiva al rabbinato di Horodne. Mi dispiace per lui”, conclude gelidamente. Più avanti, quando riceve un invito dalla moglie dello stesso rabbino, reagisce nuovamente con una smorfia: “Davvero! Mi vuole conoscere! Che cosa crede, che anch’io come te mi sdilinquisca per queste dimostrazioni d’amicizia?”.

 

Perele fa leva sui conflitti che dilaniano la comunità, divisa fra gli ultraortodossi. che considerano il sionismo una bestemmia, e i Mizrachi. più tolleranti e moderati. Persino il grande rabbino capo deve scoprire con sgomento di avere sottovalutato il pericolo.

“In un batter d’occhio rabbi Moshe Mordechai capì tutta la faccenda: Ecco! Questa era opera della figlia del rabbino di Staripol! Perché nessuno gli vedesse gli occhi li abbassò sulla barba e mormorò fra sé: Era un essere perfido sin da ragazza [...] Ora vedeva che in gioventù non si era sbagliato”.

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1974 e ambientato nel periodo fra le due guerre, “La moglie del rabbino” rivela un grande scrittore, abilissimo nel tratteggiare il profilo psicologico dei personaggi e nel rievocare un mondo che di lì a poco sarà spazzato via brutalmente e per sempre.

Alessandro Litta Modignani

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