Il viaggio della capitale

di Attilio Brilli, Utet, 176 pp., 15 euro

30 Agosto 2017 alle 11:15

In un imprecisato mattino di primavera del 1865 i fiorentini si svegliarono di soprassalto, in un misto di euforia e di timore, alle deflagrazioni delle prime mine della Florence Land and Public Works Company che segnavano l’avvio dell’abbattimento delle mura medievali di qua d’Arno”. Prende avvio così, tra bombe e “boati sordi e tonitruanti”, il viaggio di Attilio Brilli (ripubblicato ora da Utet) tra le capitali d’Italia. Al plurale, naturalmente, visto che in quei fatidici e fatali anni, in pieno Risorgimento, il neonato Regno a trazione sabauda vide la propria capitale scendere da nord a sud, con la tappa intermedia di Firenze. Un percorso quasi mistico per raggiungere Roma, la meta agognata e promessa, tutta però ancora da conquistare. Uno potrebbe immaginarsi la festa, le bandiere, le folle in tripudio. Dopotutto l’Italia era stata più o meno fatta, certo mancavano ancora territori irredenti a nord e la caput mundi a sud, ma insomma: il lavoro era a buon punto. E invece no, perché quegli spostamenti di dignitari, corte e ministri, di semplici funzionari e – soprattutto – della macchina burocratica statale, segnarono un qualcosa di “traumatico”, come scrive l’autore. E non solo per la capitale vecchia, Torino, quasi offesa e privata della sua stessa plurisecolare ragion d’essere. Qui, avrebbe scritto poi Pellegrino Artusi, “l’infausta notizia diede luogo a tumulti da spargimento di sangue”. Cambiò la geografia di città pressoché rimaste immutate nei secoli. Le mura fiorentine, appunto, abbattute per fare spazio ai boulevard di segno parigino, ampi e belli e adatti alle passeggiate dei nuovi signori e delle loro compagne. Perfino Lev Tolstoj, rimuginando anni dopo quei fatti, se ne sarebbe rammaricato. “Firenze, è vero, anche a me piace per la modestia e la gradevolezza. Al mio tempo d’improvviso si cominciò a sciupare, era diventata capitale”. E nulla è questo in confronto a ciò che toccò a Roma, la città santa che sentiva in lontananza ormai i bersaglieri di Cadorna avvicinarsi. Brilli ricorda innanzitutto cos’era e com’era Roma a metà Ottocento, e lo fa servendosi dell’attenta descrizione del viaggiatore americano James Jackson Jarves, secondo il quale “le strade che conducevano alla città dei Papi si snodavano in una pianura punteggiata di ruderi e di polle dove s’acquattava la malaria, e la città stessa appariva al viandante, nel gran mare della Campagna, come un glorioso relitto aggrappato alle propaggini cretose sulle quali sembrava aver fatto naufragio”. Una rovina, un relitto della storia circondato dal nulla. Ed è in questo contesto che “i barbari municipali” si mettono all’opera dopo il 1870. Si tenga presente che all’epoca, e lo descriverà bene Henry James per bocca di Isabel Archer, davani alla facciata di San Giovanni in Laterano c’era un’immensa spianata d’erba, cioè un campo. Cambia tutto, la città diventerà più chiassosa, la speculazione edilizia porterà alla nascita dal nulla di inguardabili “casermoni”, soprattutto nei nuovi quartieri attorno a Santa Maria Maggiore, lì dove nel frattempo è stata aperta la stazione ferroviaria “dei Termini”. Case ma anche palazzi, perché il corpulento apparato del nuovo stato esige sedi dove poter lavorare. Nel frattempo, i ministeri vengono ospitati qua e là in città, soprattutto nei tanti monasteri che segnavano la mappa di Roma. In dieci anni l’Urbe cambierà volto in modo drastico, tant’è che i viaggiatori d’un tempo, quelli che notavano le strane divise degli zuavi pontifici lungo il Corso, ora quasi non la riconosceranno. Folle ai fori, omnibus in centro, enormi viali in costruzione. La “nauseabonda” città vecchia descritta da Zola stava lasciando il posto a qualcosa di nuovo che forse sarebbe rimasto incompiuto.

 

IL VIAGGIO DELLA CAPITALE
Attilio Brilli
Utet, 176 pp., 15 euro

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