Intignacvël

Elio Pezzi
Itaca, 99 pp., 12 euro

Intignacvël

Un’amicizia, un volto. Ci si potrebbe fermare qui per parlare del libro di Elio Pezzi. Due cardini essenziali sui quali il poeta, scrittore e giornalista, nativo di Russi, provincia di Ravenna, fa reggere la sua opera, e la vita. Invece no. C’è molto altro, e di più. La raccolta è un viaggio, un percorso narrativo che dall’immanenza dei primi versi conduce – come al termine di un’ascesa – alla trascendenza, ma avendo sempre il reale come punto di avvio e approdo. Tale è il rapporto inscindibile con la realtà, incessantemente più grande di ogni umana idealità e sogno terreno, che i testi sono nella lingua “madre” di Pezzi… il romagnolo (seppure con tanto di fondamentale traduzione, che si userà qui per comodità). Così a far da guida, fin dall’inizio, è la luna – come per ogni pastore errante che si rispetti – che “questa sera ha il sedere a mollo”. Segno che “presto pioverà / se i vecchi hanno ancora una verità”. E c’è una piccola carovana di personaggi a palesarsi qua e là: Vito, il ciclista, elegante in strada e in pista, per un attimo vicino ai grandi campioni, lì a ruota, ma per un soffio tradito dal destino con “due forature” che mettono fine alla sua corsa, e alla sua carriera; Achille, il garibaldino, che la vita ha ridotto con le gambe stanche, incistando nella sua mente il pensiero fisso che dà il tormento e fa tremare: “E dopo?”; e un gatto albino, “da solo, nella bellezza del verde”. Ed è proprio la solitudine, come nota Gianfranco Lauretano nell’introduzione, uno dei temi centrali dell’opera. Non la solitudine disperata dell’abbandono; ma quella che punge, che spinge a guardare qui, e più in là, a trovare lo straordinario nell’ordinario della vita: insomma a cercare il senso del mistero. E’ la solitudine salvifica, incarnata, che costringe infine a tornare su se stessi, per non fuggire e recuperare alla svelta la propria strada e missione: “Li vedo tutti. / Li vedo tutti gli uomini soli, / perché sono vivo, e non fuggo. / Non ho bisogno di abbandonare niente. / E nessuno”. E’ solo così che il sentimento permette di riaccendere il desiderio per quell’incontro in grado di cambiare tutto, di dare non tanto le risposte ultimative, ma di generare le domande senza le quali non è possibile vivere – se non grettamente – anche quando tutto sembra perduto. Che cosa fa bastare la vita? “Siamo solo polvere? / Siamo solo terra da pentole?”, si chiede Pezzi. Cioè: perché nasco? E perché proprio io? Forse per completare il tassello di un puzzle infinito, per una caccia al tesoro nella quale non è necessario accendere torce nel buio, ma essere disposti a farsi prendere per mano. Ardere nella ricerca, perché “non si può vivere per niente / perché non siamo una cosa da niente”, e realizzare un pezzo di felicità. Capita lo sconforto, ma è solo il salutare indizio che la miccia è ancora accesa, per chi voglia scoprire cosa impreziosisce l’esistenza. “Non sono contento, / ma nel mio cuore sento / che c’è qualcosa, / ma non so che cosa, / sono incapace di trovarla”. Allora, appunto, non si può camminare da soli, pena un vano tour fouetté attorno al proprio ego. Ci vuole un volto, due occhi capaci di indicare la strada, inchiodandoti a un “seguimi” senza alternative. Ci vuole un popolo di amici, per tornare a scoprire l’elemento umano come centro della vita e della polis. Passo dopo passo si può arrivare a casa. “Basta allungare una mano, dire un sì in uno sguardo, in un punto per farsi prendere / e non perderlo mai più”, il punto da cui tutto origina. “Lui ti cerca sempre”, e ti aspetta. Ma occorre la libertà della ragione per accettare la sfida. C’è qualcuno che se la sente, oggi?

 
INTIGNACVËL
Elio Pezzi
Itaca, 99 pp., 12 euro

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