La rivoluzione russa e il miraggio del socialismo

di Marcello Flores, Feltrinelli, 253 pp., 19 euro

Cent’anni fa sono accaduti una serie di avvenimenti che hanno sconvolto il mondo. Fra questi abbiamo la rivoluzione russa, forse la più grande “illusione” del Novecento. Il saggio di Marcello Flores, studioso di genocidi e del mondo comunista (in particolare, della dissidenza democratica), tenta di ricostruire la storia del “secolo breve” alla luce dell’immaginario sovietico. Ci sono vari modi di guardare alla storia del comunismo: alcuni lo ritengono ancora vivo (i nostalgici dell’idea); altri ritengono di poter salvare l’ideale e di colpevolizzare gli uomini (i prelati antistalinisti); altri ancora condannano senza attenuanti la storia comunista (gli amanti traditi); infine, abbiamo coloro che sanno leggere nel comunismo una parabola storica ormai conclusa (i democratici). Flores appartiene indubbiamente a quest’ultima schiera, quella storiograficamente più feconda.

 

L’A. non nasconde la propria storia personale di giovane cresciuto nella temperie culturale degli anni Sessanta. Dire comunismo significa parlare dell’Unione sovietica e del suo mito, cioè dell’idea che una società basata sull’ideologia marxista-leninista potesse non solo mettere fine alle storture e alle ingiustizie del capitalismo, ma anche ridisegnare una nuova uguaglianza “concreta”, popolare, non più elitaria, “borghese”, ecc. Il vero peccato del comunismo, come l’A. sottolinea sin dall’inizio della sua lunga esplorazione, consiste nella sua “condizione umana”, cioè nell’essere figlio di un paese economicamente e politicamente arretrato. La “rivoluzione contro il Capitale” ha finito per trasformarsi nella “rivoluzione contro il marxismo”: cioè nel primato della sovrastruttura ideologica sulla struttura economica. Gli esiti non potevano che essere parossistici.

 

Il mito sovietico nasce e si diffonde nella convinzione che le masse siano ormai l’orizzonte irriducibile delle democrazie moderne. La pesante crisi geopolitica ed economica dell’Europa interbellica è segnata dall’emersione del dirigismo in ambito economico e dalla speranza nelle virtù salvifiche del “politico”. L’A. sottolinea come il mito sovietico si costruisca attraverso un percorso a tappe: dal 1917 sino alla “vittoria” del primo Dopoguerra, dal “socialismo in un solo paese” all’avvento del fronte antifascista, dalla “guerra patriottica” sino al “terzomondismo”. Malgrado le crepe (dalle purghe degli anni Trenta all’assassinio di Trockij, dal “rapporto segreto di Chruscev” sino alla “primavera di Praga”), il mito persiste grazie all’azione indefessa degli intellettuali. Sono loro a sostenere per “amore” (cieco) un modello socioeconomico alternativo all’alienazione capitalistica. Sono sempre loro a non aver avuto il coraggio di essere intellettuali organici a se stessi (cioè alla loro ragione) e non a qualche idolo da incensare.

 

La parabola del comunismo si conclude con Gorbaciov e con le sue due parole d’ordine: perestroika (ristrutturazione) e glasnost (trasparenza). La vera resa dei conti dell’Unione sovietica è quella con la mancata (e tradita) libertà della persona (morale, prima che economica). L’A. conclude il suo saggio con alcune interpretazioni storiografiche sulla rivoluzione d’Ottobre e con la vexata quaestio: qual è la longue durée fra capitalismo e libertà, fra socialdemocrazia e libera impresa? Flores, citando Kocka, sostiene che sia possibile lavorare per un mondo più giusto anche all’interno del capitalismo. L’auspicio di un socialismo democratico cozza, però, con la realtà del terzo millennio, caratterizzata dalla democratizzazione del diritto di parola e dalla ferrea circolazione dei miti. La ragione saprà far sue le “ragioni” del cuore?

 

LA RIVOLUZIONE RUSSA E IL MIRAGGIO DEL SOCIALISMO
Marcello Flores
Feltrinelli, 253 pp., 19 euro

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