Dopo Warhol

di Andrea Mecacci, Donzelli, 106 pp., 16 euro

Oggigiorno non esiste più una distinzione tra cultura alta e bassa. Le due realtà, sempre se mai siano esistite nel recente passato, sono da tempo un tutt’uno inscindibile. Andy Warhol è stato uno spartiacque basilare per la definitiva fine di tale (finta) separazione. La sua modalità in bilico tra arte ed estetica ha influenzato indelebilmente l’attualità e il recente passato. Cosa sia successo dopo la ricerca dell’autore americano ce lo spiega con dovizia in questo libro Andrea Mecacci. La cultura pop ha sciolto l’estetica nel quotidiano, senza per questo proporre una sorta di filosofia che ne potesse sostenere l’esibizione. Nel testo ci viene poi ricordato come Andy Warhol abbia modulato una serie di codici visivi che rappresentano in modo ineludibile il nulla delle nostre esistenze e aspirazioni di celebrità. Secondo l’autore, dopo Jackson Pollock, l’arte divenne merce tra altre e Warhol, trovandosi in tale congiuntura, seppe rappresentare il reale andando oltre il concretezza, sostituendo al bello ideale l’artificio e cercando di immortalare la bellezza delle persone oltre la mera contingenza. Il valore espositivo dell’immagine è il vero mantra che attraversa le nostre vite. Tale congiuntura si rileva in numerose esperienze contemporanee che non hanno più alcun appiglio con la concretezza. In tempi di etiche non più condivisibili, l’estetica, soprattutto quella di tipo diffuso attuale, modula i comportamenti e le congruenze d’intenti per la collettività. Ecco quindi che questo appeal attraversa vari strati del vivere comune, invadendo pesantemente ogni alveo di libertà da questa schiavitù edulcorata. Siamo passati dal sentimento romantico al sentimentalismo liquefatto in salsa kitsch. Il reale è sparito completamente in questa finzione continua. E’ stato Baudrillard, come nota giustamente Mecacci, a individuare, seguendo le orme lasciate da Andy Warhol, il processo di sparizione dell’arte a causa di un’estetizzazione generale della realtà. Il nulla postmoderno trova una norma piacevole per invadere ogni campo della concretezza grazie alla tecnologia. L’uomo pare seguire il magistero di Warhol facendosi quindi macchina. Questa deriva pare richiamare una serie di diagnosi sulla fine dell’arte, non solo quella tanto decantata proposta da Hegel. Qui l’autore infatti richiama le disamine di Heine, Nietzsche, Baudelaire e Marx che avevano, in diversa modalità, previsto il superamento dell’arte come dimensione peculiare dell’essere al mondo. Oggi tutte le esperienze si estetizzano e tramite ciò la società attuale cerca di andare avanti. E dietro tutto ciò non può che celarsi il fantasma di Andy Warhol.

 


DOPO WARHOL

Andrea Mecacci
Donzelli, 106 pp., 16 euro

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