L'uomo che si mise un cavolo come cappello

Gilbert Keith Chesterton
Lindau, 244 pp., 21 euro

Già è assurdo cominciare con il rispettabile colonnello Crane che una domenica mattina mette il suo cilindro sulla testa dello spaventapasseri dell’orto ed esce di casa con in testa un cavolo colto dall’orto medesimo. Più assurdo ancora è scoprire che la ragione del gesto è poter onorare una scommessa persa, “Non potete certo appiccare il fuoco al Tamigi, se ci riuscite mi mangio il cappello”. Esageratamente assurdo è venire a sapere che l’avvocato Hood ha appiccato fuoco al Tamigi giocando una burla colossale ai pa-droni di una fabbrica di prodotti chimici che sta avvelenando il fiume e le campagne circostanti. Assurdo all’ennesima potenza assistere al lancio da un dirigibile di uno stormo di maiali paracadutati, dono d’amore di un pilota d’aereo della Prima guerra mondiale per la figlia di un oste. Assurdo oltre ogni dire imbattersi nel reverendo Wilding White che arriva nel bel mezzo d’una vendita di beneficenza di paese in sella nientemeno che a un elefante bianco. Poco a poco però le improbabili avventure arrivano a comporre un quadro a suo modo coerente, la lotta di un pugno di irriducibili sognatori (Sognatori? Così vengono a un certo punto descritti: “Voi affermate che sono degli squilibrati: io invece penso che in realtà vi sia del metodo nella loro follia. Si prendono il fastidio di rimanere fedeli alle loro assurde promesse”. Mentre “il mondo moderno è materialista, ma inconsistente. Non è solido, duro, spietato nel perseguire i suoi fini, e tutte le belle storie che raccontano giornali e romanzi che a volte ne tessono le lodi. Il materialismo non è come la roccia: è come fango, e per giunta liquido”) per difendere il mondo che amano – e le donne di cui via via si innamorano – dagli oscuri maneggi di una banda di industriali, politici e giudici che vorrebbero imporre il loro controllo sul Paese. Chi conosce Chesterton del resto sa bene che l’assurdo che esce dalla sua penna non è mai veramente tale; è sempre piuttosto un paradosso, un calembour dell’intelligenza per vedere le cose da prospettive inattese, per ridestare l’attenzione del lettore e mostrargli un mondo più colorato, più interessante, più vivo di quello cui è abituato. Il bersaglio principale della vis polemica chestertoniana è, qui come altrove, l’avanzare della moderna civiltà industriale, che in nome del nudo profitto calpesta quel mondo che all’autore di Padre Brown è sempre stato caro: il mondo dell’Inghilterra tradizionale, fatto di particolarità e differenze, di viottoli e siepi, canti e ballate, usi e costumi che vengono dalla notte dei tempi. Un mondo che ha come suo cardine la piccola proprietà contadina, quei “Tre Acri e una Mucca” che secondo uno slogan dell’Inghilterra vittoriana fanno di un uomo una persona libera. Un mondo che GKC e i suoi amici cercarono di difendere – invano, naturalmente – anche sostenendo una loro teoria economica, il “distributismo”, basata appunto sulla difesa della piccola proprietà. Critici dell’epoca scrissero che “L’uomo che si mise un cavolo come cappello” risentirebbe negativamente dell’intento didascalico dell’autore. Si fidi il lettore, nel libro non c’è nulla di fastidiosamente dottrinale; al contrario, l’impeto di Chesterton nel difendere quel che gli sta a cuore gli suggerisce un continuo fuoco d’artificio di trovate e di humour che non può non coinvolgere nelle vertiginose avventure della “Compagnia dell’arco lungo” in difesa della sanità umana. Perché “quando un uomo come voi – dice la fanciulla che s’innamora di Crane – dopo vent’anni di vita normale all’improvviso compie un’azione del genere soltanto per tener fede alla parola data, dà l’impressione di essere davvero un uomo padrone del suo destino”.

 

L’UOMO CHE SI MISE UN CAVOLO COME CAPPELLO
Gilbert Keith Chesterton
Lindau, 244 pp., 21 euro

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