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Lettere

E' il caso di contare i danni che ha fatto il MeToo senza prove

Redazione

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Da un paio di mesi, i principali quotidiani nazionali hanno rilanciato con forza un genere giornalistico che consiste nel rappresentare l’avvenuta emissione di provvedimenti giudiziari presentati ai lettori come assurdi, a tratti addirittura ridicoli, e tali pertanto da avvalorare l’esigenza di un immediato intervento correttivo. Da destra, si lamenta allora una “ingiustificata” clemenza sanzionatoria davanti a delitti di sangue, mentre da sinistra si denunciano  con veemenza le sentenze di assoluzione dall’accusa di violenza sessuale. Basta estrarre dalla motivazione una frase che richiama dati di natura psicologica, separandoli dal più ampio contesto argomentativo, ed ecco che il gioco è fatto: quel giudice apparirà a tutti come un apprendista stregone, a ben vedere anche un po’ ignorante. E davanti alla insistente sollecitazione del tribunale dei media, gli stessi magistrati gratuitamente esposti al pubblico ludibrio si vedono allora costretti a spiegare di aver assunto quella decisione in scienza e coscienza, ferma restando ovviamente la possibilità di una diversa valutazione da parte del giudice di grado superiore. Mai che sia invece capitato di leggere un articolo volto a evidenziare l’inconsistenza delle argomentazioni poste a fondamento di una sentenza di condanna. Perché in questa perversa alleanza fra la vittima, i media e la politica, che può riuscire a trasformare qualsiasi processo in un riuscito spettacolo di seconda mano per osservatori distratti, l’unica cosa che serve è un buon capro espiatorio. Se l’imputato non basta… ci si occupi anche del giudice!
Francesco Compagna

A proposito di capri espiatori. Nel 2017, quando Kevin Spacey venne accusato di molestie sessuali, Netflix scelse di confermare la sesta e ultima stagione di “House of Cards”. Con una modifica: otto episodi anziché tredici. E ovviamente, eliminato, spazzato via dalla storia, cancellato il Frank Underwood di Kevin Spacey. La decisione di Netflix di interrompere ogni collaborazione con Spacey (cancellata “House of Cards”, cancellato anche “Gore”, il film diretto da Michael Hoffman, dove Spacey avrebbe dovuto recitare nel ruolo dello scrittore, saggista e sceneggiatore Gore Vidal) costò all’azienda 39 milioni di dollari (stima del Financial Times). Quanti danni ha fatto il MeToo senza prove? Forse è il caso di iniziare a contarli. 



Al direttore - Mi domando, in questo luglio caldissimo, cosa avrebbe pensato Aldo Moro, lui che andava in spiaggia in giacca e cravatta (perché, diceva, essendo un rappresentante del popolo italiano doveva sempre essere dignitoso e presentabile), dell’abbigliamento – e non solo – degli incauti avventori del treno che collega Roma a Foggia su cui, la scorsa settimana si è trovato a viaggiare Alain Elkann. E’ probabile che, qualsiasi cosa avesse pensato (magari proprio di essere – lui – un marziano) il suo pensiero avrebbe  consapevolmente ceduto il passo al ciclico ricorrere dello Zeitgeist. Lo spirito del tempo, quella spirale infinita che, da buon giurista, Moro conosceva, viveva, e non temeva. D’altronde si sa, l’interpretazione evolutiva è un pilastro ineliminabile non solo del diritto, ma dell’intera condizione umana. Perché, al netto di ogni considerazione, si pone a ciascuno di noi, presto o tardi, una scelta: subire il tempo, assecondarlo o limitarsi a osservarlo? A parer mio sarebbe saggio non combatterlo, giacché, credo, la battaglia sarebbe perduta in partenza. Beninteso, non si tratta di abdicare ai valori (di cui, anzi, questo tempo ha drammaticamente bisogno), quanto di ponderare con attenzione la effettiva rilevanza delle questioni. E io, da sincero amante degli abiti di lino (e di quella sua pressoché immediata stazzonatura tutta particolare, l’unica ammissibile in verità), forse avrei osservato con sguardo perplesso i miei compagni di viaggio, ma avrei poi sorriso pensando che troppo spesso siamo abituati al giudizio e troppo poco alla comprensione e all’empatia; che troppo spesso finiamo per essere noi stessi il parametro di giudizio. D’altronde, il tempo ha i suoi difetti, lo sappiamo. E a noi uomini, che trascorriamo il nostro tempo su vivi trampoli, tanto più alti quanto più il tempo trascorre, accade talvolta di toccare “simultaneamente epoche da loro vissute cosi distanti l’una dall’altra, tra le quali tanti giorni sono venuti a interporsi”. Possiamo isolarci e guardare con distacco  il tempo (e i tempi), o possiamo scegliere di viverlo, senza giudicarlo. Una cosa, questa sì, si perdona con più difficoltà, Zeitgeist o meno: Sodoma e Gomorra è il quarto, non il secondo volume della “Recherche”.
Federico Freni

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