Elly Schlein (Ansa)

Lettere

Se il nuovo Pd voleva sembrare efficiente, per ora non c'è riuscito

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - E’ di qualche giorno fa la pubblicazione di una nota congiunta da parte dei dicasteri per la Cultura e l’Educazione e per il Servizio dello sviluppo umano integrale, avente per oggetto la cosiddetta “Dottrina della scoperta”. In estrema sintesi, si tratta della dottrina giurisprudenziale, elaborata nell’Ottocento dai tribunali dei diversi paesi, che legittimava l’esproprio, bonario o tramite conquista, delle terre dei popoli indigeni da parte dei coloni che quelle terre le scoprivano. Ebbene siccome secondo alcuni studiosi alla base di quella teoria vi sarebbero documenti papali, la nota ha voluto precisare senza mezzi termini che la succitata dottrina “non fa parte dell’insegnamento della Chiesa”. Dov’è il problema? Il problema non tanto è il rigetto in sé della dottrina, quanto le considerazioni al contorno. Considerazioni che sembrano risentire, neanche troppo velatamente, di certi stereotipi della “leggenda nera” col rischio di avallare la condanna senza appello, la cancellazione, appunto, di una storia giudicata a posteriori disdicevole in quanto espressione di una mentalità colonizzatrice. Lascia oltremodo perplessi poi quando il documento in scia a una frase di Francesco dice sostanzialmente che tutte le culture sono uguali. Non scherziamo. Un conto è affermare il sacrosanto principio che nessuno può esercitare violenza su un altro, singolo o gruppo o popolo che sia; tutt’altra faccenda è dire che tutte le culture si equivalgono. Se si parte dal presupposto, che in ambito cattolico dovrebbe essere scontato ma che a quanto pare scontato non è, che ciò che definisce una cultura è il rispetto per la dignità della persona derivante dalla sua natura, si fa fatica anche solo a definire cultura, e men che meno civiltà, il modo di vivere di certi popoli del passato (e del presente, anche). Ma soprattutto basta con questa continua autoflagellazione della Chiesa e dell’occidente.
Luca Del Pozzo

 


 

Al direttore - Che cosa vuole? Che cosa sogna? Che cosa desidera? Che idea ha sul futuro? Non so, direttore, ma per me il Pd di Elly Schlein è un mistero della fede.
Licia Fantozzi

A 27 giorni dalle elezioni (25 settembre), Giorgia Meloni ha messo su la sua squadra di governo (presentata il 21 ottobre). A 30 giorni dalle primarie (26 febbraio), Elly Schlein non è ancora riuscita a nominare i membri della segreteria del Pd (“Abbiamo nodi da sciogliere”). Si potrà dire che la squadra di governo, visti alcuni risultati, si vede che è stata fatta in poco tempo, è vero. Ma se il Pd voleva dare, rispetto al modello Meloni, un’immagine di velocità, di efficienza, di certezza delle scelte, di direzione chiara, al momento ha offerto l’impressione opposta. Nel dubbio, non dire nulla. Nel dubbio, non fare nulla. Nel dubbio, usare il proprio silenzio per offrire agli elettori la possibilità di poter vedere nel Pd tutto ciò che desiderano. Una strategia raffinatissima, disciamo.

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