Ignazio La Russa (Ansa)

Lettere

Caro La Russa, per il 25 aprile ricorda le parole di Mattarella

Chi ha scritto al direttore Cladio Cerasa

Al direttore - Se ci fosse qualcuno con pazienza e con senso della storia, quel qualcuno dovrebbe spiegare a Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’Anpi ed ex senatore di Rifondazione comunista, alcune verità indiscutibili che neppure la sua “passione partigiana” a posteriori (è nato nel 1949) può ignorare. Il 25 aprile è ufficialmente la “festa della Repubblica italiana e della liberazione dai nazifascisti”: la Repubblica è nata con l’impegno politico della maggioranza dei partiti del Cln (Psiup, Pda, Pci, Pdl, parte della Dc e del Pli) oltre che del Pri, e con il voto della maggioranza dei cittadini il 2 giugno 1946. La liberazione dell’Italia dai nazifascisti è opera in massima parte degli Alleati (americani soprattutto, inglesi, polacchi, francesi e il nuovo esercito italiano) che hanno lasciato nei cimiteri di guerra circa 150.000 soldati morti in battaglia mentre solo al centro-nord v’è stato il contributo significativo dei partigiani di diverse tendenze (rossi, bianchi, azzurri…) che, secondo l’Anpi, hanno lasciato sul terreno meno di 7.000 morti. Raccogliere le firme come sta facendo l’Anpi per le dimissioni di La Russa (le cui sciocchezze sono indiscutibili) è solo un esercizio culturista per gonfiare i muscoli di alcuni firmaioli professionisti senza alcun effetto politico e istituzionale. Sarebbe quindi ora, dopo 75 anni da quello straordinario 25 aprile 1945 che segnò la festa dei veri partigiani e dei veri antifascisti, che un’inutile associazione dedicata solo a gonfiare i muscoli di immaginifici partigiani si autosciogliesse per non perpetuare un ballo in maschera che danneggia proprio coloro che effettivamente furono i protagonisti di quei giorni. 
Massimo Teodori      

A proposito di date importanti. Si sta avvicinando, in modo minaccioso per Ignazio La Russa, la data del 25 aprile, che in passato ha offerto all’attuale presidente del Senato occasioni per dire scemenze (che poi è la traduzione politicamente non corretta di “sgrammaticature istituzionali”, come ha detto ieri Giorgia Meloni). Suggeriamo al presidente del Senato, rispetto al 25 aprile, di limitarsi a far proprie le parole perfette pronunciate un anno fa dal capo dello stato: il 25 aprile ci ricorda cosa vuol dire essere “un popolo in armi” disposto a qualsiasi cosa per “affermare il proprio diritto alla pace dopo la guerra voluta dal regime fascista”. Caro La Russa, ti prego, non farci sognare. 



Al direttore - Ho letto con piacere il gustoso articolo di Salvatore Merlo “Fratelli d’Italiano” sulla proposta di legge che vorrebbe vietare l’uso di termini inglesi, in particolare nella Pa, e punire i trasgressori con multe fino a 100 mila euro (Sic!). Divieti e punizioni in materia sono risibili e bene ha fatto Merlo a sottolinearlo. Il tema tuttavia non si può liquidare. Non solo perché la lingua è un elemento di identità culturale basico (non c’entra qui la nazione che piace a FdI, c’entra la storia), ma perché l’abuso di anglicismi cui si è arrivati in Italia è di uno stucchevole e insopportabile provincialismo che non ha eguali in Europa. Come se in Italia si pensasse che l’uso dell’inglese dia sostanza alle più trite banalità. Chi non ricorda Mario Draghi che leggendo un discorso preparatogli durante la pandemia alla quarta parola in inglese si interruppe e disse “ma perché tutte queste parole inglesi? Proprio non capisco”. In genere l’uso di termini inglesi è inversamente proporzionale alla autorevolezza del personaggio che li usa. La legge Toubon in Francia obbliga le imprese che vogliono commercializzare un prodotto a farlo in francese. L’uso dell’inglese in atti della Pa è impensabile. In Germania c’è più invasività data la comune radice linguistica del tedesco, ma non si raggiungono i livelli italiani. Francesi e spagnoli ove possibile usano la loro lingua (vaqueros per jeans e ordinateur per computer). Ma è chiaro che il punto non è l’uso è l’abuso. In Italia non ci sono più rapporti, solo report, i problemi non si aggirano si bypassano, non ci si messaggia ci si whatsappa. E perfino le leggi importanti hanno titoli inglesi, come il Jobs Act la riforma del lavoro. In questo diluvio di inglese che fa tanto cool, i giornali non si prendono neppure più la briga di tradurre l’inglese che usano, ci penserà il lettore.
Marco Cecchini


Fratelli d’Italia, partito alleato con un partito che ha come sua promessa elettorale numero uno la “flat tax” e con un altro partito che ha garantito in campagna elettorale ai suoi elettori robuste “tax expenditure”, direbbe forse che la proposta di legge dell’onorevole archistar Fabio Rampelli è a salvaguardia di un’espressione che il partito di Giorgia Meloni ha scelto di aggiungere nella denominazione del Mise, ministero delle Imprese e del Made in Italy. Ho detto Made in Italy? Ops!
 

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