Foto di Cecilia Fabiano, via LaPresse 

Lettere

Quegli economisti incapaci di capire la resilienza dell'Italia

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Questa sera, in occasione del primo anniversario dell’aggressione russa all’Ucraina, al Piccolo Eliseo di Roma, Michele Santoro presenterà la “prima” dello spettacolo itinerante: “La saga dei senza vergogna”. Tra i protagonisti Vauro, Guido Ruotolo, la filosofa Donatella Di Cesare e la giurista Anna Falcone. Ricchi premi e cotillons per i partecipanti. Noti attori militanti daranno lettura di una selezione dei più importanti discorsi del presidente Putin.
Giuliano Cazzola

 

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Al direttore - Il vero mestiere degli economisti è spiegare in modo suggestivo le cause della ricchezza del paese. I loro racconti variano da un’epoca all’altra perché essi sono in genere predisposti a trovare utili al benessere collettivo le attività praticate dalle classi dominanti. E siccome queste mutano nel tempo, anche le loro idee mutano. Nel Settecento, ad esempio, dominava la classe dei nobili proprietari terrieri, che venivano lodati dagli esperti perché con le loro spese, alimentate dalla rendita agraria, facevano girare le ruote dell’economia. Era allora conoscenza comune che quel che occorreva era un’ampia e veloce “circolazione del denaro”. Per contro, risparmiare toglieva denaro dalla circolazione e recava grave danno all’economia. Ma nell’Ottocento la classe dominante diventò quella dei capitani della “rivoluzione industriale”, che accumulavano il loro risparmio sotto forma di grandiosi apparati industriali, ossia di quel “capitale” che tanto impressionò Karl Marx.

Perciò, a inizio Ottocento, con l’aiuto della fantasia, gli slogan si aggiornarono in fretta. Si dichiarò che il risparmio non riduce affatto la circolazione ma viene subito investito per farlo fruttare. Ed esso è l’origine del “capitale”, il grande e indispensabile motore del progresso economico. I capitalisti dell’Ottocento erano persuasi dalla saggezza degli economisti dei loro tempi quanto, su idee assai diverse, lo erano stati i nobili del Settecento. La situazione mutò, nel Novecento, soprattutto per opera di Keynes, che anche a seguito della perdita di prestigio dei redditieri, rovinati dall’inflazione della Grande guerra, ripropose, durante la crisi degli anni 30, la visione settecentesca di un risparmio che può rallentare pericolosamente la circolazione del denaro, impoverendo il paese. Conservò però invariato, e del tutto positivo, il giudizio sul capitale.

E, se pure evitò, come la gran parte degli economisti moderni, di parlarne in dettaglio, confermò che il grande motore del progresso economico è precisamente il suo accrescimento, ossia l’“investimento”. La ricetta “l’investimento crea lo sviluppo” è semplice e soprattutto verosimile. Gode perciò tuttora di grande credito e viene ripetuta meccanicamente, da specialisti e orecchianti di cose economiche, come fosse una conoscenza preziosa e ormai saldamente acquisita. Ma – potremmo domandarci – se la ricetta del progresso economico è così semplice, com’è che sulle politiche da seguire ci sono sempre tanti dubbi? Com’è che sulle previsioni economiche c’è sempre tanta incertezza? Lo stesso Keynes sospettava che le cose del mondo non corrispondessero troppo bene alla sua ricetta e infatti il suo discepolo Hicks ci informa come osservasse volentieri che “l’investimento è un uccello capriccioso” aggiungendo, come per consolarsi, “ma se possiamo trovare come regolarlo attraverso il tasso di interesse o in altro modo, il resto dell’economia andrà a posto da sé”.

Di fatto riconosceva la difficoltà di ritrovare nella pratica quel legame tra investimento e sviluppo che suggeriva con la sua teoria. Ma qui il vero problema è che la relazione che propone tra investimento e sviluppo mescola pericolosamente cause ed effetti, come avviene facilmente ragionando di economia. Capitava a coloro che, vedendo che nei paesi ricchi circola molto oro e argento, pensavano che fossero l’oro e l’argento ad apportare la prosperità, e non piuttosto l’intensa attività economica che attirava oro e argento nel paese. Qui è lo stesso. Gli investimenti, di solito, non creano di per sé la prosperità; è invece un’economia fiorente che incoraggia gli investimenti e li rende fruttuosi e diffusi. Mentre un’economia stagnante o depressa fa scarseggiare gli investimenti semplicemente perché essi non producono ricchezza ma perdite. Queste conclusioni non sono gradevoli per esperti che si son scelti, per mestiere, di rivelare la ricetta del benessere. Ma è meglio scoprire che i propri ragionamenti sono errati che essere certi di falsità.
Mario Fabbri

 

Il suo ragionamento è molto interessante, caro Fabbri, e lo contestualizzerei anche all’interno di un altro tema importante: l’incapacità, da parte di molti economisti, non tanto di prevedere il futuro, cosa complicata, quanto di capire il presente, rendendosi conto per esempio che l’Italia reale, l’Italia capace di creare ricchezza nonostante tutto, nonostante i problemi, è infinitamente più forte e, come si dice, resiliente dell’Italia percepita.

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