Evviva Fran Lebowitz, scrittrice non scrivente che ci rivitalizza i pensieri

Annalena Benini

Il cibo giapponese è bello a vedersi e senza dubbio rappresenta una soluzione appropriata per il Giappone, paese popolato perlopiù da persone di altezza inferiore alla media. Alle padrone di casa determinate a offrire simili piatti ai loro ospiti occidentali andrebbe consigliato di integrarli con portate più sostanziose e tenere a mente che quasi tutti apprezzano le patatine fritte.
Fran Lebowitz, “La vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire” (Bompiani, 297 pp.)

 


Potreste avere incontrato Fran Lebowitz quest’anno, nel documentario di Martin Scorsese per Netflix, “Fran Lebowitz. Una vita a New York” ed esservene innamorati di schianto. Potreste invece conoscerla da sempre ed essere convinti di vestirvi come lei e di avere quel particolare senso dell’umorismo, oltre che la stessa passione immobiliare. In ogni modo, questo libro è indispensabile per entrare nel suo mondo, per divertirsi e anche per avere nostalgia di qualcosa che non ci è ancora accaduto o che non ci accadrà più, a meno di fare l’unica cosa ragionevole: vivere a New York. C’è quasi tutto quello che Fran Lebowitz ha pubblicato, e tra l’altro, ci rammenta Simonetta Sciandivasci nella prefazione, lei non scrive un libro da quarant’anni, fatta eccezione per un racconto per bambini del 1994 (“in Italia non siamo abituati a scrittori che non scrivano, del resto non siamo abituati a persone che non scrivano”). Leggendo questo libro, che contiene anche l’intervista della Paris Review del 1993 e un’intervista nuova di zecca di Giulio D’Antona, che ha anche curato e tradotto i suoi scritti, riusciremo ad afferrare lo spirito di Fran Lebowitz e potremo finalmente dire di conoscere le sue ossessioni. Scrivere, mangiare, fumare, camminare, dormire, osservare l’umanità in movimento. “Ore 12.35 - Squilla il telefono. La cosa non mi riempie di gioia: preferisco svegliarmi in altro modo. La mia sveglia ideale? Una certa attrice francese che, alle due e mezza del pomeriggio, mi sussurra dolcemente in un orecchio di sbrigarmi a far portare la colazione, se voglio arrivare in Svezia in tempo per ritirare il premio Nobel per la Letteratura. Purtroppo capita molto meno spesso di quanto si speri”. Ci sono anche teoremi,  grafici, un alfabeto dei buoni propositi, una dieta e un test per capire se nostro figlio è uno scrittore, fin dalla gravidanza (“quando il ginecologo  appoggia lo stetoscopio alla vostra pancia, non sente che scuse”). C’è  libertà, intelligenza, la capacità di trasformare un appartamento nel mondo intero, e un bel po’ di cliché in cliché di cui ci vergogneremo per sempre. Lei ci perdonerà. E comunque, “chiedete a vostro figlio cosa vuole per cena solo se paga lui”.          

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.