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Pollici alzati per “The Critic”

La serie animata che fa impazzire i critici, anche se oggi non esistono più

6 Febbraio 2019 alle 06:10

In “L’altra domenica” (fine anni 70, detto per i millennial) Roberto Benigni faceva la caricatura del critico cinematografico: incapace di raccontare una trama, stupefatto dalla lampada che si accendeva e spegneva. Nei “Gremlins” il nerdissimo Leonard Maltin (inventore del repertorio annuale con titoli, trame, stellette ora reso inutile dall’International Movie Database, sono gli unici volumi che negli anni abbiamo buttato via) era legato e torturato con pezzi di pellicola dai mostriciattoli che non vanno né bagnati né nutriti dopo una certa ora. Il critico visto in “Lady in the Water” di M. Night Shyamalan fa un numero sulla falsariga di “Scream” – “So io come andrà a finire, ho visto tanti film”. Si sente al sicuro e morirà tra atroci tormenti. Poi è arrivato il critico di “Ratatouille”, acido e dormiente in una bara (recensisce ristoranti, perché ormai a cena – sarà capitato anche a voi – si parla più a lungo dell’ultima ricetta sperimentata dell’ultimo film visto).

 

Dalla lista manca la serie animata “The Critic”, creata da Al Jean e Mike Reiss, showrunner per la terza e quarta stagione dei “Simpson”. Tredici episodi sulla Abc, altri dieci sulla Fox: a maggio del 1995 era già tutto finito, per un fatale intreccio di programmazione infelice, di bassi ascolti, di dirigenti che odiavano il programma. Nel 2000 il personaggio fu ripreso in una serie web, “l’ultima occasione per i personaggi dimenticati” (allora Netflix distribuiva dvd e videogiochi, lo streaming arriva nel 2008). Ricompare in tutti gli elenchi delle serie ingiustamente trascurate. Pensatela come corrispettivo preciso degli “scrittori per scrittori”: libri esaltati da chi a sua volta scrive, che non suscitano tra i lettori altrettanto entusiasmo. I fan, soprattutto addetti ai lavori, suggeriscono che si potrebbe rifare oggi, il pubblico è cambiato e apprezzerà.

 

Il pubblico è cambiato, ha fatto l’abitudine ai cattivi e alle serie animate per adulti (la rima “genitalia / Australia” non passò inosservata sulla Abc, ci furono proteste). Nel frattempo è venuto a mancare l’oggetto della satira. Quando uscì, sulla tv americana c’erano Rogert Ebert e Gene Siskel, coppia di critici che alzavano i pollici in segno di approvazione. Non sempre erano d’accordo, se lo erano il giudizio sintetico diceva “Two Thumbs Up!”. Anche Jay Sherman, il critico della serie, ha il suo giudizio sintetico: “It stinks!” – fa schifo. Ovviamente non piace alla rete che ospita il programma, ha a disposizione – suggeriscono i dirigenti – “Good” e “Excellent”. E quando un film non mi piace proprio? chiede il critico. Gli rispondono: per questo hai “good”.

 

Jay Sherman è sfigato, antipatico, grasso (“mi hanno bandito dalle spiagge pubbliche, se non dimagrisco”) e vanesio (si fa disegnare i capelli con lo spray dalla truccatrice prima di andare in onda). Vive in un attico a Manhattan, regalato dai genitori adottivi che il giorno del suo compleanno gli tagliano i fondi, e con il premio Pulitzer non si pagano le spese. E’ divorziato con un figlio, nella serie web i divorzi alle spalle sono già due. Quando va al ristorante da solo, lo mettono tra gli altri critici, gente che tra un boccone e l’altro bofonchia giudizi inappellabili. Fa da segnatempo un ex modella ora attrice che nel curriculum ha scritto “I Dated Donald Trump”. Spassose soprattutto le parodie dei film: in “Rabbi P. I.”, Arnold Schwarzenegger sotto copertura deve dimostrare che è un vero rabbino procedendo alla circoncisione di un neonato.

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