Tribù verticale

La serie tv di Torre su Rai 3 fa ben sperare: forse la corsa verso la banalità si è finalmente interrotta

Tribù verticale

Greta Scarano e Valerio Mastandrea, protagonisti de "La linea verticale" (foto LaPresse)

In un paese di superstiziosi, dove “The Funeral” di Abel Ferrara fu ribattezzato “Fratelli” per non far scappare gli spettatori, una serie ambientata all’ospedale mette curiosità. Come siano riusciti a scansare le critiche, gli scongiuri, le palpatine sotto il tavolo, e a farsi dare il via libera per produrre la serie appare miracoloso. Nel paese dell’eufemismo coltivato già sui banchi di scuola – dalle stesse maestre e dalla stessa Accademia della Crusca che si entusiasmano davanti a “petaloso”, poi sparano sui corsi tenuti in buon inglese al Politecnico – una serie che ha per protagonista un malato di cancro è stupefacente.

 

“La linea verticale” – otto puntate su Rai 3 e in blocco su RaiPlay, mossa giustissima tenendo conto che siamo nel 2018, la televisione non ha più il centrino di pizzo con la gondoletta soprastante – secondo gli standard della fiction italiana non dovrebbe neppure esistere. Non è passato un minuto, già si parla di malattia, morte e funerali. Valerio Mastandrea immagina il suo, ha appena avuto una diagnosi che nessuno vorrebbe sentire. L’estremo saluto dovrà essere devastante di tristezza, non noioso come le cerimonie che spingono gli astanti a fumarsi una sigaretta fuori dal luogo deputato (anche per le sigarette, di questi tempi, ci vuole coraggio).

 

La serie esiste e ha avuto successo, segno che forse la corsa verso la banalità ha toccato il fondo. Bello sarebbe, ma siccome l’industria dello spettacolo italiano è ancora lontana dall’essere tale, il merito va a Mattia Torre che ha scritto e diretto la serie (lo spunto viene da un episodio personale, non è un segreto per nessuno, all’origine c’è un romanzo uscito da Baldini & Castoldi). L’ha sceneggiata con la collaborazione di Valerio Mastandrea. Un unicum, come va considerata un unicum l’ormai mitica serie “Boris”, con la sua finta soap girata da cialtroni, la “cagna maledetta” come attrice protagonista, una troupe pittoresca quanto poco professionale. Mattia Torre era tra gli autori, con Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico.

 

L’ospedale funziona come un’istituzione totale. Prevede pazienti sempre allettati, vestiti con l’orrendo camicione aperto sul dietro e costretti a pranzi e cene anticipati. Non somiglia al pronto soccorso di “E. R - Medici in prima linea”, dove le barelle viaggiano a gran velocità con attaccato un grappolo di medici. Qui siamo in corsia, e chiunque ci sia mai stato riconosce i tipi umani che la abitano. Quello che attacca bottone, quello che ne sa più dei medici, il depresso perché non lo dimettono, i depresso perché lo mandano a casa e lì almeno aveva qualcuno con cui parlare, la caposala brusca ma buona, l’infermiera gentile, il dottore che appare circondato da un nugolo di assistenti, il dottore depresso con il modulo per il “consenso informato” (meglio firmarlo senza leggerlo). La rasatura prima dell’operazione, le risposte evasive che fanno pensare al peggio del peggio. 

 

I riti e la rabbia

 

Valerio Mastandrea è bravissimo, fa dimenticare il non riuscitissimo ruolo nel non riuscitissimo film “The Place” di Paolo Genovese. E’ spaventato e curioso, la sua voce fuori campo cerca di decifrare i riti della tribù. La rabbia per esempio, viene scaricata verticalmente. Ognuno sgrida il sottoposto, e tutti si accaniscono sulla pulsantiera dell’ascensore. Geniale l’imbarazzo che coglie amici e conoscenti in visita (la moglie incinta Greta Scarano ha paura ma sorride). L’ipocondriaco che ti racconta i suoi doloretti, chi arriva con la faccia compunta da ultimo saluto, chi esorcizza la fifa facendo programmi a lungo termine.

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