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La vita è una linea verticale

Incontro con Mattia Torre e la sua serie tv, che con ironia ha reso il cancro un compagno di strada

27 Gennaio 2018 alle 06:00

La vita è una linea verticale

Greta Scarano e Valerio Mastandrea protagonisti della serie tv “La linea verticale”

Quando alcuni anni fa per la prima volta ho visto uno spettacolo teatrale di Mattia Torre, 456, ho pensato: non è mai esistito niente del genere. Una lingua inventata, un mondo spaventoso e comico, una famiglia di tre persone che continua a tenere acceso sul fuoco il sugo di pomodoro della madre morta sei anni prima. Adesso ho visto la serie televisiva La linea verticale (il sabato sera su RaiTre, stasera la quinta e la sesta puntata), e ho pensato di nuovo: prima non c’era. È la storia ironica e sentimentale di un malato di cancro in un ospedale pubblico, dentro una stanza di tre persone, e intorno a lui (Valerio Mastandrea) medici, infermiere, malati, portantini, tutto il mondo che c’è dentro un reparto oncologico, e soprattutto: la vita. La linea verticale, il titolo, significa questo, credo: rimanere in vita, aggrapparsi alla vita nonostante tutto (Amed, il vicino di letto, lo dice a Luigi, il protagonista: verticale sei vivo, orizzontale sei morto). Si ride e si piange, si segue il filo di una commozione costante: per i malati, per i medici, per l’umanità a cui apparteniamo, per il bar dell’ospedale, lontanissimo, che diventa la grande impresa simbolica: arrivarci con le proprie forze, a piedi, non comprare niente perché un degente non può mangiare niente di quel bar, ordinare cinque caffè per gli infermieri e tornare indietro, faticosamente, con il vassoietto in mano.

 

A tutti quelli che venivano a trovarmi e dicevano: tirerai fuori una storia bellissima, rispondevo sempre:
col cazzo

Mattia Torre, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, regista, ha raccontato la sua storia, o meglio la sua storia clinica di quarantenne con secondo figlio in arrivo che scopre di avere un cancro al rene e viene operato: comincia la guerra. “La guerra dura ancora e sarà lunga, ma due anni fa sono finito in questo reparto ospedaliero che mi ha colpito subito perché mi aspettavo un mondo molto angoscioso e tormentato, di cui non sapevo nulla e che anzi mi terrorizzava”, mi racconta adesso, commosso per il successo della serie (“lo desideravo da tanto tempo, superare la sensazione soffocante della nicchia, dello scrivere cose per persone che già la pensano come me”), ma anche sconvolto, affaticato dall’aver moltiplicato la sua storia: vivendola, e girandola da regista.

 

“La prima sorpresa è stata l’eccellenza del reparto di un ospedale pubblico che funziona da Dio, dove le persone sono competenti e gentili. Poi la figura di questo chirurgo, l’uomo che mi ha salvato la vita operandomi, lontano da tutti i cliché sui grandi medici di fama: gentilissimo, affettuoso e felice. Sentivo di trovarmi in un luogo di grande umanità e di grande vitalità. Ho capito, là dentro, che l’ospedale è un luogo in cui i pazienti vivono una solidarietà tacita che li rende fratelli. Tu diventi fratello nel momento in cui hai paura insieme, dice una massima indiana, ed è vero. Queste tre ragioni mi hanno portato a scrivere la serie – anche se a tutti quelli che venivano a trovarmi e dicevano: tirerai fuori una storia bellissima, rispondevo sempre: col cazzo. Ma ero stupito di quel che avevo incontrato e io amo che uno scrittore si faccia da tramite tra una cosa che ha scoperto, diversa da come se la immaginava, e il pubblico”.

 

Non hai pensato: ho paura di raccontarlo, ho paura di parlare di malattia? “Ho subito pensato che toccavo un tema sensibile e doloroso per molte persone, ma l’idea di fare un racconto frontale, anche rischioso, mi incuriosiva e mi interessava, perché io l’ho vissuto, lo vivo, altrimenti non avrei mai avuto il coraggio”. Di raccontare l’attesa, assetato, per la Tac, l’attesa dei risultati dell’esame istologico, la rabbia scaricata sui pulsanti dell’ascensore, il conforto dei vicini di letto, la nostalgia straziante per lo Chardonnay: l’esperienza sentimentale di un malato di cancro. “Là ho visto una straordinaria e commovente normalità: mi ricordo di un ragazzo calabrese robusto, forzuto: aveva subito un intervento importante ma si è alzato dal letto per venire a dirmi: sono contento, so che la tua operazione è andata bene”.

 

Dico a Mattia Torre, adesso, quello che ho pensato della sua serie: non c’è un’altra cosa così, in Italia. Surreale e realistica, che racconta la verità con ironia. “Forse non c’è un riferimento, ma questo secondo me è il compito della scrittura: noi siamo ossessionati dal passato, dai maestri, dai filoni e dai precedenti, invece la scrittura deve aggrapparsi ferocemente al presente e sbattersene del passato. Io non voglio più che tutto si riconduca sempre all’espressione: la commedia all’italiana. Poi è evidente che nel mio dna c’è tutto quello che ho visto, tutto quello che ho amato, ognuno di noi hai un’eredità che gli si muove dentro, ma prenderla sempre a riferimento può essere un grosso limite. Tanti anni fa una studentessa voleva fare una tesi sui miei lavori teatrali, e il professore le ha detto: eh, ma a quale filone si rifà? Siccome non si capiva il filone, la tesi è saltata. E io ancora adesso vengo stroncato da critici teatrali che non sanno chi sono, solo per il fatto che non sanno chi sono e quindi dicono: ma che vuole questo?”.

 

Ci ho messo molto a imparare…
La scrittura per me è una cosa viva
e forte, che mi distrugge, ma che deve arrivare a tutti

Mattia Torre ha una rabbia allegra, ma molto precisa, frontale: non vuole più soltanto diventare un cult, come è successo con Boris: “La parola che più odio in questo mestiere è target, mi manda fuori di testa: target significa scrivere e pensare una cosa per un pubblico preciso, è l’antiscrittura, è una cosa triste: io voglio arrivare a tanti, e voglio scardinare la logica per cui il campionato grosso genera solo cose di puro intrattenimento”. Però avevi deciso che avresti scritto uno spettacolo teatrale, non un serie tv. “E’ vero, ma per fortuna il mio produttore, Lorenzo Mieli, mi ha convinto a fare un tentativo: a me sembrava che la pazzia con cui io volevo scrivere questa storia vera si combinasse meglio con il teatro, ma lui mi ha detto che era il tempo di provare a fare una cosa diversa, di cui io mi sto rendendo conto soltanto adesso, come sempre mi succede: scrivo in una specie di trance, giro in trance, capisco tutto sempre dopo”.

 

E hai capito, quindi, che hai scritto e girato una storia costruttiva e non distruttiva? Perché qui c’è un sentimento costante, che poi dà questa temperatura calda a tutta la serie, anche quando Giorgio Tirabassi cammina per la stanza con la sacca dell’urina in mano: è qualcosa che assomiglia alla gratitudine. Mattia Torre, che non tace mai, che non smette mai di arrotolare sigarette e alzarsi in piedi e guardarsi intorno, tace per un momento, e adesso è fermo. “Mi era successo tantissimi anni fa con un racconto di viaggio che avevo scritto dopo un viaggio in Albania, durante la guerra in Kosovo. Non c’era un nemico, e anche qui non c’è un nemico”.

 

C’è il cancro, che Torre riesce a trasformare in un compagno di strada. “Di tutto questo mi sono reso conto dopo: ma in fondo è la cosa che più mi affascina dei film di Miyazaki, dove non c’è il cattivo, non c’è il male, e mi sono sempre chiesto come potesse reggere narrativamente: e qui in effetti, a differenza di Boris e dei lavori teatrali, che avevano sempre qualcosa da decostruire e da deridere, c’è l’immersione in un mondo certamente molto complicato e pieno di sfaccettature e paradossi ma in realtà esaltante. Il sentimento che è riassunto nella scena finale in ascensore, la mia preferita – di molte scene io dico: è la mia preferita – è proprio la gratitudine, e mi piace pensare che anche il chirurgo sia un po’ grato a Luigi, c’è un senso di reciprocità: tu sei un grande e mi hai salvato la vita e sei un uomo gentile, e io ce l’ho messa tutta per farti felice e sopravvivere, che è anche il senso del tuo lavoro”.

 

In ospedale ho visto
una straordinaria e commovente normalità: si diventa fratelli quando si ha paura insieme

Ma per te, che sei stato in ospedale per ventun giorni, è andata davvero così? “Rispetto alla malattia la mia storia è un po’ diversa, perché è più complessa e perché mi ha molto spaventato affermare le cose che dice Luigi: in tutta onestà, non è ciò che ho provato io. La linea verticale ha un carattere autobiografico molto ambiguo, io non sono uscito dall’ospedale con quello spirito costruttivo, ero veramente un reduce derelitto, però ho pensato che il modo più bello per sintetizzare quell’esperienza fosse mostrare che il nostro eroe esce con una piena consapevolezza che lo fa stare verticale. Io ci ho messo più tempo, quindi mi sono preso una licenza poetica: quando sono uscito ero distrutto, ho avuto un crollo emotivo enorme: sono uscito dall’ospedale il 24 luglio e mio figlio è nato il 10 agosto”.

 

Quando mi dice queste date io penso alla moglie di Mattia Torre, che ha affrontato tutto questo insieme a lui. Nella serie è l’unico personaggio del mondo esterno, una specie di allegoria luminosa della speranza, una ragazza bellissima con il pancione, interpretata da Greta Scarano. “Rappresenta il dieci per cento di quello che ha fatto mia moglie nella realtà, per le stesse ragioni per cui Luigi è diverso da me: io ho fatto una sintesi, ma la vita privata è un’altra cosa. Mia moglie è un’ostetrica, quindi un medico, e vigilava sulla mia situazione clinica, faceva da filtro con i medici e la sua vita era un inferno: all’ottavo mese, con una figlia di sei anni, i lavori a casa, un marito in guerra”.

 

Torre ricomincia ad agitarsi, si alza, cammina, torna a sedersi, controlla il telefono (ha un vecchio Blackberry, proprio come il protagonista della serie, e c’è una scena indimenticabile in cui questo telefono cade per terra, dal letto, e Luigi non riesce a prenderlo, ma è notte e l’infermiere si rifiuta di raccoglierlo. Valerio Mastandrea, che recita praticamente soltanto con il volto, sempre a letto, è così bravo che la sofferenza per quel telefono a terra è totalmente nostra). Capisco che se ne vuole andare, faccio un’ultima domanda: ti sei liberato, con questa serie, della sensazione che stiamo sempre facendo bollire il sugo perpetuo, il sugo della nonna morta sei anni fa? “Io questa cappa soffocante la sento moltissimo, anche nei nostri artisti più affermati. Che vivono percorsi individuali, competitivi e non generosi: non mi sembra che ci sia un reale desiderio di scambio e condivisione, ma l’individuale presa di potere artistica: nessuno ti accoglie e ti crea una strada, tu la devi conquistare spaccando tutto”.

 

Mia moglie, che fa l'ostetrica,
aveva la pancia all'ottavo mese,
una figlia di sei anni, i lavori a casa
e un marito in guerra

Però in questo modo ci metti più energia, più rabbia, più ribellione. “Sì, ma è anche molto doloroso, nel teatro, nel cinema, nella televisione e un po’ anche nell’editoria: per molti anni mi sono sentito non tanto capito e accolto, perché ognuno di questi ambiti ha una propria chiesa con propri sacerdoti che se non ti riconoscono non ti accettano, dicono: questo chi cazzo è”. Il primo spettacolo teatrale di Mattia Torre e Giacomo Ciarrapico è del 1994, sono passati quasi venticinque anni, “prima di allora ho scritto ossessivamente racconti orripilanti per tanti anni, ci ho messo molto a imparare, il talento non è mai pronto e servito, ma la scrittura per me è una cosa viva e forte, che mi distrugge ma che deve arrivare a tutti. Mentre giravo questa serie ho pensato molto a Paolo Sorrentino: lui è la prova vivente che si può fare, avere delle cose da dire e riuscire a realizzarle”. Ecco di nuovo la linea verticale: la rabbia scaricata verticalmente, la rabbia che fa costruire. “Sono molto felice adesso, felice perché mi scrivono i malati in ospedale e mi telefonano gli infermieri, ma ho sofferto, perché ho bissato la malattia, l’ho davvero vissuta due volte, ho ricostruito la stanza d’ospedale precisamente come era: quando ho girato quelle scene ero devastato. Ho formalizzato quell’esperienza, altrimenti avrebbe vagato dentro di me per sempre. Ma non è finita. Sono tutte cose, queste, che potrò confermare fra qualche anno”.

Annalena Benini

Annalena Benini

Nata a Ferrara nel 1975, laureata in Legge, è al Foglio dal 2001. Scrive di costume, di persone, di libri e di quello che succede. Cura per il Foglio un inserto settimanale, Il Figlio, che esce ogni venerdì. Vive a Roma, è sposata e ha due figli.

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