L'epidemia di coronavirus, uno stress test per la nostra società

Perché dobbiamo evitare di essere messi di fronte a “scelte tragiche”. Ricordate “Prova d’orchestra” di Fellini?

L’ultimo decreto del presidente del Consiglio dei ministri ha disposto la “sospensione delle cerimonie religiose”. E la libertà di religione? Quella di culto? Non sono garantite dall’articolo 8 della Costituzione, secondo il quale “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge?

Giustissimo. Ma l’articolo 2 della Costituzione dispone che, accanto ai diritti, la Repubblica “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Dobbiamo anteporre i diritti ai doveri, o fare il contrario? Oppure bilanciare diritti e doveri? Per esempio, far prevalere il diritto alla salute sulla libertà religiosa? Non ha fatto bene il Papa a evitare che si raccolga folla in Piazza San Pietro? 

 

Quindi i diritti possono essere messi a tacere?

Rispondo con la frase tratta dalle conclusioni Romieu in un caso francese famoso del 1902, dinanzi al “Tribunal des conflits”: “Lorsque la maison brûle, on ne va pas demander au juge l’autorisation d’y envoyer les pompier” (quando la casa brucia, non si va dal giudice per chiedere l’autorizzazione a inviare i pompieri). E’ il problema tanto discusso dello stato di eccezione (basta pensare a Weimar e ai poteri presidenziali in materia). In questo momento, la questione è tanto più rilevante in quanto ci sono 600 mila persone sul fronte (tanti sono gli addetti del Servizio sanitario nazionale). Occorre contemperare doveri e diritti, nell’interesse collettivo e individuale, ma anche per rispetto di coloro che lavorano in prima fila. Basti ricordare che l’ultimo decreto del presidente del Consiglio dei ministri ha sospeso i congedi del personale sanitario e tecnico. E’ una specie di chiamata alle armi. Il Sistema sanitario è a rischio, come osservano gli esperti (W. Ricciardi, La battaglia per la salute, Roma-Bari, Laterza, 2019, p. VI) 

 

Ma anche il Servizio sanitario nazionale viene criticato.

Questo è un errore, sia per la sua buona performance in questa “prova da sforzo”, sia per un motivo più generale, magistralmente messo in luce da Federico Fellini nel film del 1979 “Prova d’orchestra”, che ritengo il saggio più acuto sulla disunione del nostro paese. Gliene ricordo brevemente la semplice trama. Degli orchestrali, sotto la guida di un direttore con accento tedesco, iniziano una prova. Le note stonate che provengono dalla sala fanno notare il poco affiatamento. Il direttore viene contestato. Cominciano slogan populisti e sessantottini: “La musica al potere, no al potere della musica!”. Il direttore è sconfitto, l’anarchia è totale. Ma, a un certo punto, una enorme palla demolisce uno dei muri della sala. Tra polvere e macerie, il direttore d’orchestra richiama allora gli orchestrali e dice loro, con forte accento tedesco: “Ognuno deve dedicare attenzione al suo strumento. Solo questo noi possiamo fare, adesso. Le note salvano noi, la musica salva noi. Aggrappatevi alle note, seguite le note, una dietro l’altra, così come le mie mani vi possono indicare. Noi siamo musicisti, voi siete musicisti, e siamo qui per provare. Niente paura, la prova va avanti. Ai vostri posti”. I musicisti, in piedi, tra le macerie, riprendono a suonare disciplinatamente. In questi momenti, nei quali ci rendiamo conto di quanto ciascuno di noi dipende dagli altri, individui, regioni, nazioni, salute, economia, l’orchestra deve dare prova di unità. 

 

Ma sotto stress emergono, come ci siamo già detto, alcuni difetti strutturali, si riaffacciano tutti i temi classici dello Stato moderno e del suo diritto.

Il primo dei quali è quello già indicato: la dipendenza reciproca, che richiede “coinvolgimento, condivisione, concordia, unità di intenti”, come ha detto il presidente della Repubblica nel messaggio del 5 marzo scorso (ha notato che lui, così parco nell’esprimersi, ha messo in fila quattro sostantivi per comunicare lo stesso concetto?). Quindi, i sovranismi che rispuntano, gli Stati che bloccano la vendita all’estero di prodotti medicali fanno male. 

 

Molte voci diverse si sono levate anche in Italia: sindaci, presidenti di regioni, in particolare.

Segno positivo perché si sentono investiti del compito di esprimere aspettative e bisogni delle loro comunità. Negativo perché simbolo di quell’“insigne faiblesse” (grande debolezza) che, secondo il grande studioso francese Fernand Braudel rappresenta il tratto caratteristico della storia italiana. Mi sembra un elemento positivo il fatto che in tutti i molti decreti approvati vi sia una norma che attribuisce le responsabilità esecutive ai prefetti. E le faccio notare che questo è stato deciso senza battere ciglio dalle forze populiste che fino a ieri hanno criticato élite, casta, burocrazia. 

 

Non dobbiamo essere preoccupati da questa produzione a getto continuo di norme di varia natura? Lamentiamo di aver tante leggi, ma poi ne dobbiamo fare anche di più, e in fretta, con tutte le conseguenze per la loro qualità. Ne abbiamo tante, ma non abbiamo quelle necessarie che servirebbero in casi di emergenza.

Partiamo dai fatti. Finora sono stati approvati due decreti legge (il 23 febbraio e il 2 marzo); sei decreti del presidente del Consiglio dei ministri 23, 25 febbraio e 1, 4, 7 e 8 marzo (ma quello del 4 dovrebbe essere interamente sostituito da uno successivo); ordinanze del ministro della Salute ogni giorno dal 21 al 25, e il 30 febbraio. Forse si poteva evitare di mettere in norme primarie (decreti legge) alcune disposizioni e valersi di leggi esistenti o procedere in via amministrativa. Infatti, il guaio delle legificazione è che ci si lega le mani, e poi bisogna procedere sempre con atti con forza di legge, se si vogliono cambiare le norme. 

 

Torniamo al tema iniziale, quello dei diritti: possono esser limitati nello stato di emergenza: se non ci si può spostare, non si può andare a scuola, non si può lavorare, non vengono limitati diritto di circolazione, diritto al lavoro, libertà di istruzione?

Ma dall’altra parte c’è il diritto alla salute, che prevale. E i testi sia legislativi sia regolamentari sono formulati, sia pure frettolosamente e con qualche errore, in modo che tiene conto dei diversi “beni” che vengono limitati: spesso vietano, sospendono e chiudono; ma in altri casi “raccomandano” o “raccomandano fortemente”. Stiamo tutti facendo una prova d’orchestra e speriamo di evitare il peggio. 

 

La diffusione dell’epidemia, la sua trasformazione in pandemia?

No, prima di quello c’è un pericolo più immediato: che il Servizio sanitario nazionale, per mancanza di mezzi e personale, debba esser costretto a scegliere chi assistere, e sia messo di fronte alla necessità di “scelte tragiche”: ricordo l’indagine con questo titolo di due studiosi come Guido Calabresi e Philip Bobbitt (Milano, Giuffré, 2006), in cui si metteva in luce come negli ospedali italiani si affrontassero scelte da cui dipendeva la vita delle persone, quando, ad esempio, si doveva stabilire chi sottoporre a dialisi, con conseguenze mortali per quelli esclusi. Dobbiamo cercare di non trovarci in una situazione di questo tipo.

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