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Un ossimoro perfetto

Un’alleanza sovranazionale tra partiti nazionali sovranisti è la negazione del sovranismo

16 Aprile 2019 alle 10:25

Un ossimoro perfetto

Matteo Salvini e Marine Le Pen (foto LaPresse)

Professor Cassese, Salvini ha avviato consultazioni tra le forze europee sovraniste, facendo una prima riunione e preannunciandone altre. I sovranisti si rafforzano a livello sovranazionale.

Ottima iniziativa. Le aggregazioni sono un fatto positivo. Creano reti trans-europee. Stabiliscono solidarietà. Al fondo, mirano a rafforzare le istituzioni europee, curandone lo stesso fine, quello di sostituire alle guerre il dialogo, le intese ai conflitti. (segue a pagina quattro)

Ma questa è una rete di euroscettici.

In realtà non si sa quanto euroscettici, in quale misura e per quale scopo specifico. Qualcuno dice che si tratta di cancellare i vincoli di bilancio, che sono vincoli non estranei alle tradizioni costituzionali nazionali. Qualcun altro che si tratta di ritornare alla lira, con quali danni per il nostro paese si può immaginare. Singolarmente, nessuno ricorda che il maggiore sostenitore dell’“Europa delle Patrie” era De Gaulle, un’eredità ingombrante per le nostre forze politiche.

Mi aspettavo un suo giudizio più critico.

No: vedo con piacere questi sovranisti che si organizzano a livello sovranazionale. C’è in questo un ossimoro. Nello stabilire una rete sovranazionale, essi negano il loro sovranismo. Può darsi che un giorno si accorgano di questa contraddizione. Già un’alleanza sovranazionale tra partiti nazionali sovranisti è una negazione del sovranismo.

Ma intanto potranno danneggiare la costruzione europea.

Questa ha forze interne per difendersi. L’insieme di costi e benefici presenta sempre un saldo a vantaggio dei benefici. Pensi a un governo polacco che volesse uscire dall’Unione e all’atteggiamento prevedibile dei contadini polacchi che perderebbero i benefici della politica agricola comunitaria. O a uno ungherese che si troverebbe poi a dover fare i conti con un vicino più invadente, come la Russia. E comunque c’è sempre la grande lezione britannica.

Vuol dire che i britannici continuano a insegnarci qualcosa?

Sì, l’intera vicenda Brexit, con tutti i suoi contorcimenti, insegna una grande lezione: è difficile uscire dall’Unione; i costi di una secessione sono enormi, perché grandissimi sono i benefici dell’appartenenza all’Unione. Aggiunga che, nell’ipotesi di secessione, un paese vorrebbe uscire per un motivo, un altro per un altro motivo, un altro ancora per un motivo diverso. Diversi sono anche gli atteggiamenti delle diverse forze sovraniste l’una nei confronti delle altre. Quelle italiane possono volere, ad esempio, mani più libere in materia di bilancio, di disavanzo e di debito pubblico, che quelle di altri paesi non sono disposte a concedere.

Ma al fondo vuol negare che vi sia una tensione stato-sovrastato, ovvero Unione?

Non nego affatto che vi sia una continua tensione. Ma non si può neppure ignorare che la maggior parte degli organismi sovranazionali e globali nasce da necessità degli stati. Il fatto che ora vi siano forze politiche che vogliono frenare nella corsa verso aggregazioni sovranazionali non vuol dire che l’europeizzazione e la globalizzazione siano nate innanzitutto dalla necessità degli stati di raggiungere dimensioni più ampie, di aggregarsi per risolvere problemi che da soli non potevano affrontare.

Resta la richiesta di fondo, il recupero di margini di sovranità.

Anche questo è un bell’ossimoro: margini di sovranità. La sovranità non si presta al marginalismo, così come non può essere condivisa. Se è condivisa, non è più sovranità. E, poi, pensa che vi sia accordo su quali margini di sovranità voglia ciascuna forza sovranista?

Non c’è almeno “un” accordo tra i sovranisti, quello per un’Europa come confederazione di stati?

Anche questa richiesta – ammesso che sia tra quelle discusse – presenta ampi margini di equivoco. Non siamo alla fine del Settecento, quando le tredici colonie americane scelsero il compromesso federale tra il modello unitario e quello confederale. Ora vi sono tante altre federazioni e tante altre confederazioni. Anche qui bisogna scegliere. E alcuni dei modelli confederali sono più uniti dell’attuale Unione europea.

Resta il riconoscimento dell’identità nazionale.

Ma questa è riconosciuta già oggi dall’Unione. “Unità nella diversità” è il motto scelto nel 2000 per l’Unione europea. E va poi riconosciuto che oggi abbiamo tutti multiple identità, ci riconosciamo come milanesi, romani, meridionali, settentrionali, italiani, europei.

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