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Matteo Salvini è un ministro in perenne ricerca di pubblicità. Parla Cassese

La Giunta ha rinunciato a un esame della giustificazione, mentre il M5s è stretto tra l’interesse a restare al governo e i proclami contro la creazione di zone d’immunità 

26 Febbraio 2019 alle 06:00

Matteo Salvini è un ministro in perenne ricerca di pubblicità. Parla Cassese

Foto LaPresse

Professor Sabino Cassese, il Senato deve votare per decidere se il ministro dell’Interno, membro del Senato, ha agito nell’interesse dello stato impedendo per 5 giorni lo sbarco di immigrati dalla nave militare Diciotti.

Questione ben nota alle cronache di queste settimane, nella quale spiccano due profili che le indico subito: la democrazia immaginaria del Movimento 5 stelle, che ha sottoposto a votazione degli iscritti la decisione (dei parlamentari) di dare o negare l’autorizzazione a procedere; l’evidente intento dimostrativo di un ministro in cerca di pubblicità e la disattenzione della maggioranza della Giunta per un serio scrutinio parlamentare. Due azioni – simbolo delle due forze politiche al governo. 

   

Cominciamo da quella che lei chiama democrazia immaginaria del M5s.

Questo, in grande imbarazzo per l’evidente conflitto tra il proprio interesse a restare al governo e le proprie proclamazioni favorevoli a non creare zone di immunità dalla giustizia, ha sottoposto al referendum tra i propri iscritti la decisione che i propri senatori dovranno prendere. Il quesito referendario era formulato in modo da agevolare la risposta positiva: “Il ritardo dello sbarco della nave Diciotti per redistribuire i migranti nei vari paesi europei è avvenuto per la tutela di un interesse dello stato?”. Noti che Salvini non era menzionato e che si parlava solo di “ritardo”. Non è chiaro come i votanti M5s fossero stati edotti della questione. I risultati della consultazione interna pare siano stati i seguenti: 52 mila votanti, di cui 39 mila hanno risposto sì (quindi, a favore di Salvini). Il ministro della Democrazia diretta ha parlato di “partecipazione straordinaria”. Casaleggio di “partecipazione abbastanza alta”. Ora, se gli iscritti certificati al M5s sono ancora 137 mila (ma pare che siano scesi a 100 mila), i 39 mila voti a favore sono una esigua minoranza. E sono una minoranza ancora più esigua se si comparano ai 10 milioni di votanti per il M5s. Che democrazia è mai questa, che dà la voce di 39 mila persone a 10 milioni di votanti? Non le pare un numero molto esile, rispetto sia a iscritti, sia a votanti? Possiamo davvero dire che 39 mila iscritti sono i portavoce di 10 milioni di votanti? Gli eletti del M5s sono in Parlamento perché designati dai 137 mila iscritti, o perché votati da 10 milioni di cittadini? Il tanto esaltato popolo finisce per esaurirsi in 39 mila iscritti?

   

Lei ne fa una questione di numeri.

Che è legata a una questione di coerenza e di politica. Consideri questi altri interrogativi. Quale valore può avere una votazione di iscritti sui parlamentari, non solo per la sproporzione che ho indicato, ma anche per il divieto costituzionale di mandato imperativo? Come quella ristretta maggioranza può legittimare i parlamentari ad allontanarsi dagli orientamenti consolidati della forza politica alla quale appartengono (non sottrarsi in nessuna occasione ai giudici)? Può un numero limitato di iscritti modificare un orientamento consolidato dal voto di 10 milioni di elettori o questo è un tradimento dell’affidamento dato agli elettori da parte degli iscritti, la rottura di un patto fiduciario? Se decidono tanto pochi iscritti, i parlamentari non finiscono per diventare poco più che burattini? Questo è populismo o non è piuttosto leninismo?

    

Passiamo alla seconda azione-simbolo, l’azione dimostrativa.

Qualche premessa. La legge costituzionale del 1989 prevede che la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari non giudichi, ma stabilisca se ricorre una condizione di procedibilità, se l’azione di un ministro è stata compiuta nell’interesse dello stato costituzionalmente rilevante o nel preminente interesse pubblico. Se sussiste una delle due cause, la Giunta nega l’autorizzazione a procedere. E’ quello che ha fatto la Giunta il 19 febbraio con 16 voti a favore e 6 contrari, stabilendo che il sequestro di persona aggravato ordinato dal ministro dell’Interno ha giustificazione nell’interesse pubblico.

    

Quale giustificazione?

Stranamente, la Giunta ha molto ben argomentato nella prima parte della relazione, mentre ha tralasciato due argomenti nella seconda. Nella prima ha stabilito che un omicidio ordinato da un ministro non sarebbe reato ministeriale. Ha poi individuato attenuanti alla condotta del ministro (la nave era sicura, vi erano rifornimenti, non vi sono stati danni agli immigrati). Ha rubricato diversamente il reato, affermando che fu limitata la libertà di circolazione, non quella personale, che è incomprimibile. Ma poi si è limitato ad accettare la tesi del ministro, circa la presenza dell’interesse pubblico. Ora, non basta che il governo abbia dichiarato che c’è l’esimente. Nel corso della discussione, era stata avanzata una osservazione: gli immigrati erano già su territorio italiano (a bordo di nave militare, in porto italiano) e quindi non c’erano confini da difendere. Ma la lacuna importante è che la Giunta non ha considerato due aspetti: se l’interesse dello stato fosse “costituzionalmente rilevante” e se l’interesse pubblico fosse “preminente”, come richiesto dalla legge costituzionale del 1989. Insomma, ha rinunciato a un esame politico, limitandosi ad accettare nominalisticamente la giustificazione fornita dal ministro. In secondo luogo, non ha soppesato la proporzionalità della decisione: si poteva procedere altrimenti, raggiungendo il fine pubblico in altro modo, meno illiberale?

    

Ma questo spiega soltanto che la Giunta ha fatto il suo mestiere a metà.

Ma mette anche in luce il carattere dimostrativo dell’azione ministeriale, che è stata soltanto una mossa elettorale, per coltivare le paure dell’invasione. In altre parole, il ministro non ha raggiunto nessuno scopo pratico con quel sequestro di persone, tant’è vero che poi quegli immigrati sono stati messi in un “hotspot” e che una buona parte di essi è già in giro, senza che Salvini possa far nulla per riacciuffarli. E’ così che il ministro dell’Interno cura l’interesse dello stato costituzionalmente prevalente e il preminente interesse pubblico?

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