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Le norme del governo gialloverde sulla semplificazione non fanno che complicarsi

Continue proclamazioni in forma aggressiva, insofferenza per il dissenso, ardore spartitorio: per quanto tempo possiamo andare avanti così? Parla Cassese

12 Febbraio 2019 alle 06:07

Le norme del governo gialloverde sulla semplificazione non fanno che complicarsi

Il testo del decreto Semplificazioni con gli emendamenti all'esame del Senato. Foto Imagoeconomica

Professor Cassese, può valutare l’azione di governo, dopo circa nove mesi di questa inedita coalizione?

A patto di non inseguire dichiarazioni e gesti teatrali o plateali, foto, tweet, ma di partire da pratiche, norme, usi, in cui consiste la vera attività di un esecutivo. Deve quindi avere la pazienza di cominciare da un esame minuto di qualche provvedimento normativo.

   

Iniziando da…

Dalle norme sulla semplificazione che sono state approvate nello stesso Consiglio dei ministri del 12 dicembre 2018, una in forma di decreto legge, l’altra in veste di disegno di legge. La prima è andata avanti ed è stata approvata in via definitiva dalla Camera dei deputati il 7 febbraio scorso.

     

Cominciamo dal decreto legge.

Non senza osservare, preliminarmente, che i due provvedimenti sono ambedue di semplificazione, una parola “passe-partout”, che viene usata come se indicasse un oggetto, mentre indica solo un metodo, una procedura, o una finalità (nel titolo del decreto legge è stato aggiunto anche “sostegno”, per giustificare misure che non sono di semplificazione). Il decreto legge, originariamente composto di 12 articoli e 39 commi, è ora divenuto molto più lungo: 28 articoli e 152 commi. Ma quel che interessa maggiormente è la varietà e disomogeneità dei contenuti, che imporrebbero un rinvio: autonoleggio con conducente, zone economiche speciali e zone logistiche semplificate, piccole e medie imprese, personale di polizia, pagamenti digitali, Agenzia per l’Italia digitale, consigli degli ordini circondariali forensi, Alitalia, etichettatura, alimenti, aiuti di Stato, lavoratori dello spettacolo, personale sanitario, vittime di Rigopiano, concessioni idroelettriche, modifiche al codice di procedura civile, contabilità locale, transizione energetica, tutto questo (e altro) scritto nella solita maniera incomprensibile, con rinvii su rinvii, che richiedono al lettore di munirsi di una molteplicità di norme per capire un solo rigo: insomma, il contrario della chiarezza e della trasparenza.

  

Tutto questo è solo il significato dell’incapacità di legiferare?

Questo è il segno di assenza di politica legislativa (ad esempio, perché non delegificare tante di quelle materie? Perché non intervenire con normative organiche, che facciano chiarezza nelle nuove e vecchie norme?). Ma non si tratta solo del sintomo di inettitudine nel governare. Si tratta di più: tutte queste piccole norme interstiziali soddisfano interessi di categorie, di gruppi, di lobby, di corporazioni, di amministrazioni. Le faccio solo l’esempio della previsione dello “scorrimento delle graduatorie”, abbondantemente previsto nella legge di Bilancio (un’altra legge omnibus) e ancora in questo decreto legge, ormai convertito in legge.

  

Che cosa è lo “scorrimento delle graduatorie”?

Un capitolo della fuga dai concorsi è costituito da tempo dalla sistemazione in ruolo degli idonei. Questo vuol dire fare un concorso per un posto, con il quale si sistemano in ruolo 26 persone (il caso si è realmente verificato e su di esso c’è una decisione dei giudici amministrativi). Questo vuol dire che commissioni di concorso compiacenti fanno lunghe liste di idonei, che rimangono in vita per tre anni, vengono poi rinnovate, e consentono di attingere da esse nuovi assunti. Questi assunti non sono tra i vincitori del concorso, stanno al fondo della lista. I concorrenti in graduatoria sono, naturalmente, molti, e premono perché si attinga alla graduatoria, sistemandoli in ruolo. Così i nuovi governanti coltivano le loro clientele, naturalmente sbarrando la strada a chi segue, ai più giovani che potrebbero avere un posto se si facesse un nuovo concorso. La pretesa di coloro che sono collocati in graduatoria giunge fino al punto di sostenere che non si possono fare altri bandi e quindi nuovi concorsi, perché essi hanno un diritto a essere sistemati, pur non essendo i posti messi a bando e non essendo essi vincitori. Le conseguenze per le amministrazioni sono molte e negative: c’è sempre un gruppo di idonei che preme per allargare i ruoli, in modo da entrarci; quindi, si moltiplicano gli uffici o si dividono i compiti. Il contrario della razionalità amministrativa.

Tutto questo – aggiungo – con grave danno per il diritto e per l’amministrazione, per il primo perché i più giovani debbono solo aspettare, perché per loro non c’è posto; per l’amministrazione perché si sceglie una persona che non è tra i vincitori, pur essendo idonea (una idoneità non si nega a nessuno), e che, dopo qualche anno, potrebbe non aver più i requisiti richiesti per quel posto. E il secondo atto, il disegno di legge di semplificazione?

Questo sta invecchiando nel governo e pare non sia stato neppure presentato alle Camere, a prova dell’irrilevanza del dipartimento della Funzione pubblica. Il contenuto è però indicativo sia di una semplificazione che consiste in complicazioni (si creano nuovi comitati, commissioni, cabine di regia, unità, accanto a quelle esistenti), sia di un intento accentratore nel governo della funzione legislativa (sono previste deleghe per rifare di sana pianta le norme di una ventina di settori, dettando princìpi e criteri direttivi che consentono al governo piena libertà di riscrittura).

Quali conseguenze ne trae sull’azione di governo?

Che queste norme “omnibus” sono scritte per contentare le più varie clientele, non il popolo di cui si riempiono la bocca i governanti. Che quelle di delega per la semplificazione, in particolare, mirano all’accentramento nel governo della normazione. Se a questo aggiunge tre ulteriori caratteri dell’azione governativa, le continue proclamazioni in forma aggressiva (del tipo: azzereremo la Banca d’Italia), l’insofferenza per il dissenso o l’indipendenza (la mancata conferma di Signorini, perché ha espresso opinioni non allineate al governo) e l’ardore spartitorio (si sono impadroniti delle risorse destinate al Coni, hanno “scaricato” amministratori di Anas, Ferrovie, Consob prima della scadenza, sostituito i membri del Consiglio superiore di sanità, imposto un giro di valzer ai dirigenti del Mise), capisce che siamo in presenza di un nuovo governo borbone: la casa spagnola – secondo Benedetto Croce – fu composta da cattivi amministratori. Senta quel che scriveva il grande Pietro Colletta, riferendosi al Reame di Napoli nel 1805: “Non mai società è stata sconvolta quanto la napoletana ai primi del XIX secolo: il potere del re illimitato ma senza scopo…; i sapienti avviliti e senza speranza…; il ceto dei nobili disordinato, infermo, non spento tal che non era nobiltà, né popolo; la fazione del 99 contumace alle leggi, rapace, potentissima al distruggere, al creare impotente… Bisognava nuovo re, nuovo regno, ed avvenimento che per la sua grandezza sopisse le domestiche brighe e desse scopo comune alle opere e alle speranze”.

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