Maria Elena Boschi, Ettore Rosato e Luca Lotti durante l'elezione dei presidenti delle Camere (foto LaPresse)

Il nuovo Parlamento

Redazione

Molti “homines novi”, ma è soprattutto la Lega che ha portato amministratori. Sarà aria nuova? Parla Cassese

Professor Sabino Cassese, che ne pensa del Pd autodestinatosi all’irrilevanza e della inedita versione di Renzi come “backbencher”?

 

Non cominciamo subito dalla fine. Partiamo dal nuovo Parlamento. Forse qualche dato comparativo è interessante. L’affluenza alle elezioni politiche 2018 è stata del 73 per cento, è scesa di due punti rispetto alle precedenti elezioni politiche nazionali. In Germania è del 76 per cento, ma nel Regno Unito del 68 per cento, e in Francia anche più bassa. In compenso, vi è stato un più alto tasso di ricambio, del 65 per cento.

  

Più del passato?

 

Alle precedenti elezioni, dal 1946 al 1991, per 10 legislature, il ricambio medio è stato del 36 per cento. Dal 1992 al 1994, del 47 per cento. Solo nel 1994-1996 del 71 per cento. (segue a pagina quattro). L’ultimo ricambio ha visto in testa la Lega (86 per cento), seguita dal M5s con il 73 per cento.

 

Perché la Lega?

 

Per differenziarsi dalla precedente sua storia. Ma anche per un altro motivo. La Lega ha portato in Parlamento un alto numero di amministratori locali. Questo è un fatto positivo per due motivi. Il primo riguarda il legame con le collettività locali (quello che si definisce comunemente “territorio”). Il secondo perché gli “homines novi” della Lega hanno esperienza di gestione pubblica, sanno come si decide e si amministra. Il M5s, invece, ha un 65 per cento di persone che non ha mai fatto politica, con incarichi ad altri livelli.

 

E’ un segnale incoraggiante, quello della Lega?

 

Certamente. Ricordo quel che ha scritto Pietro Nenni nel suo “Diario”, lamentando che la dirigenza politica nazionale socialista non corrispondeva a quella della tradizione prefascista, che si era “fatta le ossa” nelle amministrazioni locali. E non dimentichi che Luigi Sturzo, prima di fondare il Partito popolare, era stato sindaco.

 

Il ricambio rappresenta una svolta positiva?

 

Sì, ma che va considerata con un certo scetticismo, perché l’esperienza precedente, quella degli anni iniziali della cosiddetta Seconda Repubblica, non ha portato a un diverso modo di funzionare del Parlamento. Insomma, è come se parlamentari nuovi non abbiano portato un’aria nuova.

 

Che cosa è l’“aria nuova”?

 

Un diverso modo di legiferare, lo svolgimento da parte del Parlamento delle funzioni di controllo di governo e amministrazione. Abbiamo avuto la stessa pessima confezione delle leggi, la stessa assenza del controllo parlamentare. Certo, c’è stato il lanciafiamme di Calderoli, ma non bisogna solo distruggere, occorre anche costruire. L’assedio delle leggi, lo scoordinamento, la contraddittorietà, spesso l’illeggibilità, sono un costo per l’intera collettività. Si aggiunga l’età media dei parlamentari.

 

Segno negativo?

 

In parte. Ora, alla Camera è poco più di 44 anni, al Senato di poco più di 52 anni, con l’incoraggiante 35 per cento di donne.

 

Torniamo al punto di partenza: le prime decisioni del Parlamento.

 

Molto interessanti. C’è la formazione di una larga maggioranza in Parlamento. Tutti dicono che alla prova del governo si romperà. Stiamo a vedere. Ma le faccio notare che è una maggioranza che potrebbe modificare la Costituzione senza ricorrere al referendum, perché supera i due terzi sia alla Camera, sia al Senato. Quindi, prima di saltare al governo e di rallegrarsi delle difficoltà che la inedita maggioranza potrebbe incontrare, occorrerebbe che le vestali della Costituzione aprissero bene gli occhi.

 

E il Pd?

 

La qualità di un partito si vede quando perde, non quando vince. Con le sue divisioni interne, ha reso più agevole la formazione dell’asse populista – antieuropeista, invece di inserirsi nel gioco, forse sporcandosi le mani, così salvaguardando la propria “purezza”, mentre avrebbe potuto almeno cercare di evitare l’asse che si è creato, Lega-M5s, che si porta Forza Italia al traino.

 

Qual è il suo giudizio complessivo?

 

Ho speranze e timori. Spero negli “homines novi”, ma, alla luce dell’esperienza precedente, temo che non riescano nell’impresa di dare assetti più razionali al paese. Non vedo un grande futuro per la legge elettorale Rosato, ma nello stesso tempo non credo che si possa cambiare la formula elettorale (cioè le regole del gioco) ogni legislatura.

 

Rimedi?

 

Sono quelli di sempre. Un serio gioco maggioranza-opposizione, fatto nelle Aule parlamentari, non con messaggi alla popolazione. Una Pubblica amministrazione capace, esperta, indipendente, che sia in grado di realizzare gli indirizzi del governo, ma anche di consigliare e correggere quest’ultimo. Un corretto funzionamento di quel tanto di “checks and balances” che abbiamo (perché ci rendiamo conto sempre troppo tardi delle imperfezioni, sotto questo profilo, della nostra democrazia?). Sono reduce da studi comparati dei presidenti italiani, e aggiungerei anche una attività di rilievo, controllo, consiglio, presidenziale, nello stile di Luigi Einaudi (la lettura de “Lo scrittoio del presidente”, che raccoglie buona parte di questi interventi, sommessi ma puntuti, einaudiani è ancora molto utile).

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