Il Figlio

Figli degli altri. La scoperta del futuro mentre si compie

Giacomo Giossi

Un libro e una bambina di 7 anni. Un'esplorazione del domani nella distanza minima che separa la fantascienza dalla scienza

Poche cose sono più rassicuranti e consolanti di sentirsi padri di figli di altri. Lei è un vero e proprio movimento di sette anni, un corpicino atletico e riflessivo che osserva il mondo nelle sue strade e nei suoi contorni con uno sguardo che ho sentito subito affine eppure  originale. Il primo incontro è stato subito una sfida, un gioco a carte: ho perso e riperso subito, ma lei non ha perso stima nei miei confronti, anzi è apparsa divertita, forse con una punta non banale di sadismo. E quindi battuto e sconfitto abbiamo parlato, io più che altro le ho posto domande – abbastanza ovvie e stupide – lei ha risposto brillantemente e anche con un filo di alterigia.

 

Chi è padre o madre forse dimentica cosa significa quando non lo si è ancora parlare con dei bambini, l’effetto quasi direi lisergico che procura. Ogni cosa assume una posizione leggermente diversa, ogni cosa ha una sfumatura che prima non esisteva. Uno slittamento che arriva fin dentro le ossa come un dolore in un certo senso piacevole.

 

E’ il futuro, l’improvviso infrangersi di leggi assolute in nome di un tempo che noi viviamo con una distanza maggiore, senza averne chiare le conseguenze, una forza creatrice che non ci appartiene e che appartiene invece a lei e ai suoi occhi rapidi. Una vera e propria esplorazione del futuro come la definisce parlando della mente umana H.G. Wells ne La scoperta del futuro finalmente di nuovo disponibile in libreria grazie alla bella traduzione di Andrea Daniele Signorelli nella nuova e raffinata collana di Luiss a cura di Simone Arcagni e Daniele Rosa. Ed è stato leggendo le pagine di Wells e del suo manifesto di futurologia che ho ritrovato il tono e il senso delle affermazioni bizzarre e minime, delicate e impreviste di Francesca e dei suoi sette anni.

 

La distanza minima che separa la fantascienza dalla scienza è infatti qualcosa di paragonabile ad un bambino che si fa sperimentatore e innovatore. Termini certamente oggi tanto abusati quanto anche fastidiosi, ma che se riportati nell’alveo di una mente creatrice assumono un altro senso, quello della possibilità di essere se stessi in modi infinitamente diversi. Un futuro che si palesa con un’indole e una necessità, quella della scoperta. Scoprire è la prima cosa che viene in mente parlando con un bambino, non tutto quello che non sa, ma tutto quello che ha voglia di scoprire e di capire. Una scoperta che si fa subito cura e attenzione.

 

Ogni sua scoperta Francesca me la menziona infatti con misura e precisione, alle volte annotandosi impressioni e sguardi sul suo taccuino. Un quadretto in cui enumera e conta ciò che vede con una costanza incredibile, appunti del sogno come quando appena svegli, come consigliava Ernst Bernhard a Federico Fellini, ci si appunta i sogni fatti la notte prima. Nel caso di Francesca si tratta invece di una totale coerenza e vera e proprio compresenza tra sogno e realtà. Scrive Wells in chiusura del suo manifesto: “Tutto questo mondo è pieno di promesse di cose più grandi, e verrà il giorno, un giorno in una successione infinita di giorni, in cui gli esseri che oggi sono latenti nei nostri pensieri e nascosti nelle nostre menti, si innalzeranno su questa terra come possiamo ergerci su uno sgabello, e ridendo tenderanno le loro mani verso le stelle”. 

  
Una definizione di quello che sono i figli degli altri (certi figli) quando capita la fortuna di incrociarne la strada: è come vedere il futuro nel suo compiersi, un vantaggio che non infastidisce perché arriva un tempo in cui poter tornare piccoli è utile quando la paura fuori diventa troppa e la testa non riesce più a capirla. Mi ha scritto qualche giorno fa la madre di Francesca, mi ha inviato un audio in cui la piccola legge un tema, il racconto di una gita, un racconto da brividi dice lei. Bellissimo anche perché mi ha fatto paura e quindi mi ha fatto ridere.

 

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