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Magia nera

Lipperini e Shirley Jackson, sconfinare tra visioni e realtà. Credete a tutti i tuffi al cuore

19 Aprile 2019 alle 11:06

Magia nera

(Foto Pixabay)

“Una donna che scrive è troppo sensibile e sensuale, / quali estasi e portenti! / Come se mestrui bimbi ed isole / non fossero abbastanza; come se iettatori e pettegoli / e ortaggi non fossero abbastanza. / Crede di poter prevedere gli astri. / Nell’essenza una scrittrice è una spia”, recita l’esergo di Anne Sexton alla raccolta di racconti di Loredana Lipperini, appena uscita per Bompiani. Magia nera è il titolo della poesia di Sexton e anche il titolo di questo libro, una formula che evoca sia la gioia del fantastico, l’irruzione dello sconcerto nella normalità, sia una precisa idea di scrittura che ricorda quella di Shirley Jackson in Paranoia. Per un capriccioso riallineamento dei pianeti, mentre per Bompiani arrivano questi dodici racconti in cui sulla scena si muovono donne normalissime, cioè dotate di un superpotere, per Adelphi torna Jackson con La ragazza scomparsa, tre racconti (due pubblicati negli anni Cinquanta e il terzo, postumo, nel 1996) tradotti da Simona Vinci, che possono essere descritti come incubi senza soluzione, come sono davvero gli incubi.

 

Nelle pagine di Lipperini Shirley Jackson non è nominata ma, nell’assenza, la sua poetica è inequivocabile negli sconfinamenti fra la visione e ciò che è successo davvero, fra ciò che accade nella finzione e ciò che potrebbe accadere a chi legge, fra personaggi realmente esistiti e personaggi letterari. Se vi state chiedendo se stiamo vivendo un momento Shirley Jackson la risposta è: sì. E se vi state chiedendo perché, la risposta risiede nel bisogno di fantastico, nel bisogno di quell’esitazione dell’umano di fronte al soprannaturale di cui parlava Todorov: un’esitazione, ci dicono questi libri, profondamente umana. Le domande che sorgono leggendo il primo racconto di Jackson sono: esiste davvero la ragazza che è scomparsa, è mai esistita una ragazza che è scomparsa, esiste una persona che l’ha conosciuta, esiste la prova che qualcuno l’abbia conosciuta…?

 

Leggendo il primo racconto di Lipperini, Tu stessa, per inseguirlo, accettiamo l’apparizione di un defunto come qualcosa di normale, di dovuto. La desideriamo. Non può che andare così, non va forse così per tutti noi? Si narra di una donna, Cecilia, che alla morte del marito decide di disperderne le ceneri assecondando le sue volontà, ma rispetto al desiderio del marito si prende una libertà piccola e decisiva: diluire l’addio ripetendo il rito una volta al mese, un pugno di ceneri alla volta, per indugiare ancora un po’, il più possibile, dentro il gesto del trattenere. Bastano le prime due pagine a inondare il lettore di tenerezza, basta leggere che “solo così aveva potuto riprendere a mangiare, dormire e accorciare un po’ della distanza che li separava”.

 

Cinque anni è durata la liturgia di Cecilia, cinque anni è la durata della colpa: Michele è morto in ascensore accanto a lei, per un aneurisma, una di quelle dipartite rapide dopo le quali chi sopravvive ha bisogno di moltissimo tempo per capire che no, non si poteva fare nulla. Questa, almeno, è la realtà, ma la scrittura può dire un’altra cosa, e quando è la voce di Michele a parlare, proprio la sua, a implorarle di voltarsi come se fosse lei Orfeo e lui Euridice, alla paura si mescola il sollievo. La voce di chi non c’è più ha un potere esortativo che passa attraverso il brivido e la familiarità.

 

Ecco perché oggi c’è bisogno di Shirley Jackson e di tutte le storie che da lei derivano: per dare complessità allo spavento e trovare quanta meraviglia, quanto sublime può contenere un sentimento sconvolgente, per ricordare che non c’è scoperta né conoscenza senza scossoni. Ancora, in Magia nera, in una storia intitolata Who is that girl? una ragazza nasce con il potere di distruggere ogni apparecchio non meccanico con cui viene a contatto. È sana, è forte, è bella – e distrugge tutto. Eppure, al contrario di quanto per lei temevano i genitori, non le dispiace scoprire quella facoltà dentro di sé, e la conclusione di questa plumbea fiaba avrà sorprendentemente a che fare con il collasso delle nostre vite su internet. Quando Jackson scriveva, e i social network non c’erano ancora, chissà cosa sarebbe accaduto se alla scomparsa della ragazzina dal campo estivo, narrata nel primo racconto, fosse seguita una catena di appelli o di necrologi che rimbalzavano di bacheca in bacheca. Sarà che ho letto questi libri uno dopo l’altro, ma mi sono divertita a immaginare la Cat di Lipperini in dialogo con la Betsy di Jackson e tutte e due in dialogo con le loro autrici. I libri, perlopiù, sono arcipelaghi e non isole: credete a ogni cosa che viene raccontata, credete alla vostra paura, al vostro saltare in aria girando pagina e poi chiedetevi se la realtà, infine interpretata, ovvero deformata, vi annoia ancora.

Nadia Terranova

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