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Il fronte compatto e fiero delle amiche dentro le giornate storte

Il mattino ha l’oro in bocca, ovvero quanta esasperazione si può sopportare tutta insieme

Annalena Benini

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benini@ilfoglio.it

11 Gennaio 2019 alle 11:55

Il fronte compatto e fiero delle amiche dentro le giornate storte

Una scena di “Le amiche”, film del 1955 diretto da Michelangelo Antonioni

Ci sono giorni in cui tutto inizia ad andare storto dalla mattina presto, anzi dai brutti sogni la notte, anzi dall’insonnia che culmina sempre in un addormentamento profondissimo sessanta secondi prima che suoni la sveglia o che un bambino si catapulti nel mio letto con in mano un modulo urgentissimo da compilare per la gita scolastica, a cui allegare anche una copia originale delle vaccinazioni di tutta la famiglia e una del mio certificato di laurea, tutto entro diciotto minuti sennò il bambino non parteciperà alla gita. Ma dimmi, questa gita, in fondo, è così importante? Mio figlio inizia a piangere, e sono solo le sette del mattino. Piange anche perché ha perso un libro, un regalo di Natale che aveva ritrovato da meno di un giorno, e adesso il libro è di nuovo fuggito, e lui ne ha un assoluto bisogno, certo non di leggerlo, per carità, ma di averlo in mano. E invece di cercarlo, piange. Piange perché io gli dico che il telefono gli ha fatto cadere il cervello dalla testa, e non sono affatto sicura che gli ricrescerà. Intanto inizia a piovere, e il cane abbaia. Ma quando il libro ricompare, mio figlio è troppo sconvolto per smettere di piangere. Dov’era?, gli chiede sua sorella, che evidentemente ha voglia di fare a botte. Nascosto, risponde lui sempre piangendo. Nascosto dove?, insiste lei per umiliarlo. Nascosto fra i libri!, urla lui e le si avventa contro facendo cadere una lampada che purtroppo era di vetro molto sottile, e i vetri rotti sul pavimento hanno sempre questo ardente desiderio di vita, scappano da tutte le parti, si nascondono anche per anni in attesa di un piede nudo.

 

Ci sono giorni in cui non serve scrivere migliaia di volte: il mattino ha l’oro in bocca, perché il mattino disastroso si trasformerà in un pomeriggio in cui le lampadine si fulminano e la memoria del computer è piena, e poi in sera piovosa, e la sera piovosa in notte tormentata, e niente avrà funzionato, nessuna buona notizia avrà squarciato la nebbia degli inciampi e delle delusioni. Niente, tranne la certezza che le giornate non durano per sempre, e che quel quattro in matematica era strameritato, e che sbattere fortissimo un ginocchio alle sette del mattino e zoppicare poi per tutta la città prima di accorgersi di avere perso le chiavi di casa darà diritto, prima o poi, certo non a breve, a una giornata di sole, a un pranzo al mare, a una risposta non idiota a un messaggio importante, a un impiegato delle Poste gentilissimo e paziente. Bisogna solo resistere, fare queste iscrizioni online al Miur oppure decidere, in piena coscienza, che è ora che i miei figli smettano di andare a scuola e comincino un percorso diverso, più a contatto con la terra.

 

In questi giorni che sembrano assalti di truppe nemiche, e la città è ostile, nervosa, piena di buche come fauci spalancate, e tutti sono inferociti, invernali e bisognosi di prendersela con qualcuno, non solo su Facebook ma anche dentro il mio ascensore, c’è qualcosa di confortante, che quasi sempre esclude i maschi, perché è un patto tra amiche, e quindi va sempre molto oltre gli uomini, grandi e piccoli, vicini o insopportabili. Sono i messaggi che, da ogni parte della città, del paese e del mondo, le amiche mandano più o meno alla stessa ora per raccontare che anche là è iniziata una giornata assurda, e che il ginocchio si è gonfiato, e che quell’altro se ne è andato di casa, e che la caldaia si è rotta e il gatto è scappato e al tavolo della cucina è seduto uno sconosciuto ubriaco che dovrebbe aggiustare la caldaia, e la metropolitana è ferma e c’è un pericoloso picco di stronzaggine che gira tutt’intorno alla stanza, e allora forse è quasi ora, anche per noi, di zoppicare lontano. Ci sono momenti, dentro le giornate troppo storte e troppo uguali, in cui solo le amiche hanno il potere di rimettere in piedi qualche parte di noi che è inciampata nell’esasperazione. E’ una specie di unione, di fronte compatto, che parte da ogni angolo del mondo per camminare, orgogliosa e ostinata, a testa alta, sopra i vetri rotti e sopra il latte scaduto.

Annalena Benini

Annalena Benini

Nata a Ferrara nel 1975, laureata in Legge, è al Foglio dal 2001. Scrive di costume, di persone, di libri e di quello che succede. Cura per il Foglio un inserto settimanale, Il Figlio, che esce ogni venerdì. Vive a Roma, è sposata e ha due figli.

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