Le madri senza

Nadia Terranova

Le mie nonne e le altre donne senza più i loro figli. Se è Natale per loro, io non posso lagnarmi

La prima volta era un Natale di inizio millennio, l’ultimo in cui mia nonna paterna era ancora viva. A cena stavano servendo il baccalà, si girò verso di me e disse: a Giovanni piaceva tanto. Giovanni, suo figlio, mio padre, era morto quindici anni prima – forse non era neppure il baccalà, forse erano le frittelle di cavolfiore, che importa? Pronunciare quel nome alla vigilia aveva un solo scopo: esortare il figlio a mangiare con qualunque scusa, con qualunque mezzo. Mia nonna aveva più di ottant’anni ed era sempre la madre del bambino Giovanni, mica poteva aspettare che arrivasse il panettone per chiamarlo a tavola, se nessun altro ci pensava allora ci avrebbe pensato lei: vieni a mangiare, forza, non mi fare arrabbiare.

 

Dire il suo nome era compiere un rito magico, si guardò intorno per vedere se qualcuno se n’era accorto ma non se n’era accorto nessuno oppure se n’erano accorti tutti, fatto sta che a mezzanotte mi sembrò che a brindare ci fosse una persona in più, che quel fantasma fosse stato con noi e si fosse pure divertito. Da allora, a Natale, il nome di mio padre se non lo pronuncia nessuno lo pronuncio io dopo averlo pronunciato di continuo nei libri, nei racconti – ecco l’insegnamento di mia nonna: con qualunque scusa, con qualunque mezzo. Sia mai che Giovanni abbia voglia di pesce fritto.

 

Però non era la prima volta che capivo cos’è una madre senza un figlio, a Natale. Sì, lo so, non solo a Natale, ma a dicembre tutto si moltiplica, anche il dolore, anche i riti magici, anche il baccalà in eccesso, anche le frittelle di cavolfiore: nel dubbio, non facciamoci mancare nulla. La prima volta era stata anni prima, ero davvero piccola, non andavo neppure a scuola, mia madre mettendomi a letto mi disse che mia zia, sua sorella, non c’era più, era morta in un incidente. Il mio primo ricordo della morte non è la morte, sono i suoi effetti sul corpo degli adulti: ingrassare, dimagrire, lasciarsi andare, non tingere i capelli bianchi, lasciare la barba incolta. L’altra mia nonna, che fino al giorno prima mi portava in giro nel passeggino e veniva scambiata per mia madre, all’improvviso diventò vecchissima e canuta.

 

Quanto al Natale in casa materna, da allora ebbi l’impressione che si mettesse in scena solo perché c’ero io, unica e strabordante nipote, e se nella letterina chiedevo la pista delle automobili qualcuno doveva vestirsi, andare al negozio di giocattoli e comprarla con qualunque scusa, con qualunque mezzo. Mentre spacchettavo con la feroce gioia dei bambini, anche nella casa materna non eravamo soli: la ragazza che non ha mai compiuto vent’anni è rimasta lì con noi (ho misurato il tempo con la sua età, per capire l’età delle cugine nate dopo ho sempre usato il suo metro, più piccola di lei voleva dire piccola, più grande di lei voleva dire grande. Non ho mai avuto il coraggio di chiedere a mia nonna se facesse lo stesso, ma tendo a rispondermi di sì).

 

Io, che non credo alla biologia, sono stata tirata su da due donne che avevano entrambe perso un figlio, una ragazza di diciannove e uno di trentasette, e da piccola pensavo fosse così in tutte le case, che ovunque bussasse il Natale trovasse un nome da non pronunciare e ricordi da non riesumare perché troppo breve era stato il tempo passato insieme, troppo aperta la ferita. E sempre io, che non credo alla biologia e a “se non sei madre non puoi capire”, sono cresciuta con due madri che non l’hanno mai detto – due madri che ne avrebbero avuto motivo. Quelle due donne senza figlio, cioè senza un arto, senza un polmone, l’esofago o un altro organo interno e vitale, rimaste ironiche o borbottone, infaticabili e logorroiche, mi hanno tirata su senza un lamento (o con troppi lamenti, dunque azzerandoli da sé). “Se non sei madre non puoi capire” non l’hanno detto né a Natale né mai, e io ho capito tutto: cos’è una madre, cos’è un Natale, cos’è un’assenza, cos’è il dolore, cos’è l’allegria. Ho capito come si fanno le frittelle di cavolfiore, anche se non mi riescono buone come a loro – col baccalà era una partita persa, non l’ho mai neppure iniziata.

 

E quando a Natale muoio di tristezza, cioè sempre perché è una festa che esiste solo per ricordarci quanto faccia schifo la nostra vita (al limite possiamo distrarci se ci sono delle automobiline da comprare), comunque cerco un momento per sorridere con qualunque scusa, con qualunque mezzo. Per farlo ho bisogno di loro o delle donne come loro: da quando non ci sono più, spio quelle da cui so di poter imparare, le madri dei desaparecidos di Plaza de Mayo, Felicia Impastato quando c’era, la mamma di Alessandro Leogrande che va agli incontri letterari in un posto di Taranto dove al muro c’è uno striscione con la foto e le parole di suo figlio. Quando una di queste donne ride allora ride il mondo intero, le lucine colorate delle feste pulsano e impazziscono e io non ho più diritto di lagnarmi: se è Natale per loro lo sarà pure per me.

  

Nadia Terranova è in libreria con “Addio fantasmi” (Einaudi)

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