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Come hai potuto credere che i tuoi figli sarebbero stati uguali a te?

I giorni delle illusioni e del cinismo. Mamma, io la vita la vivo, non ho bisogno di leggerla

26 Ottobre 2018 alle 10:26

Come hai potuto credere che i tuoi figli sarebbero stati uguali a te?

Foto Pexels

Ho avuto dei giorni governati dalle illusioni, giorni perduti in cui ho sperato, anzi no, molto peggio, ho creduto fermamente, in totale incoscienza, di sapere come sarebbero cresciuti i miei figli.

 

A parte le idee sull’educazione, presto seppellite sotto le briciole dei crackers, e a parte la soddisfazione ottusa con cui immaginavo splendidi viaggi insieme in cui nessuno vomitava e nessuno diceva all’altro: ti odio mi fai schifo, e nemmeno: vengo solo se mi prometti che non entriamo in nessun museo, io sono stata a lungo convinta, sinceramente convinta, con ingenuità e presunzione, che i miei figli avrebbero amato molto i libri. Avrebbero imparato prestissimo a leggere perché impazienti di chiudersi in camera con i fratelli Grimm, si sarebbero innamorati della neve attraverso le storie russe, sarebbero impazziti per Il mago di Oz, e da lì in poi per tutti i romanzi. Lo davo per scontato, allo stesso modo in cui ero certa che avrebbero amato gli animali. Amano gli animali, in effetti anche troppo oltre le mie aspettative, così tanto oltre che mia figlia vuole allevare dei topi in casa, ma io adesso mi chiedo: come ho potuto essere una così totale illusa? Ero sicura che, visto che piaceva a noi, sarebbe piaciuto anche a loro: avrebbero sfogliato libri ancora prima di parlare, perché i bambini imitano i genitori, no? Non è questo che dicono tutti? Che le figlie femmine si provano le scarpe con i tacchi della mamma e vogliono imitarla? Che i maschi guardano le partite di calcio con i padri? Beh, non è vero niente. Mia figlia disprezza le mie scarpe e dice che “non hanno nessun senso” , mio figlio non gioca a calcio, finge di tifare per una squadra di cui non sa nulla, e quando ci sono partite importantissime (tutte) si mette le cuffie e gioca con la playstation. Allora io gli dico: perché non leggi un libro? E lui dice: no, e rotea gli occhi all’indietro. Ma questo era prima. Durante i giorni delle illusioni dicevo davvero: perché non leggi un libro? Adesso dico al massimo: perché non leggi una pagina di libro? Ma la risposta è la stessa: no. Anche la roteazione degli occhi all’indietro è la stessa.

 

Ho portato a casa, negli anni, tutti i libri e tutti i giornalini del mondo, sempre convinta di fare la cosa giusta. Certa che si sarebbero incuriositi e poi appassionati. Ho raccontato migliaia di favole, e poi Pattini d’argento, Violetta la timida, Zanna Bianca, Pollyanna, fino a che una sera di due anni fa Giulio è corso a salutarmi sulla porta di casa e mi ha visto con due libri in mano, illustrati e quindi chiaramente per lui: era così esasperato che si è messo a piangere. Ha detto: non sono regali questi. Mi ha tenuto il muso per tutta la sera. E l’unico fra i miei libri verso cui ha allungato le mani di sua spontanea volontà, l’unico libro che gli ha acceso una specie di curiosità è una raccolta di vignette di Altan che si intitola: Donne nude.

 

Ho smesso di portare libri a casa, aspetto che sia lui a chiederli, ma appena lo fa io corro in ginocchio a portarglieli.

 

Però le illusioni sono andate perdute, e io sono passata dalle idee ostinate e romantiche al cinismo assoluto. Lui mi chiede: mamma, mi aiuti a fare il riassunto di questa pagina di libro? Sì certo, arrivo. Arrivo con la faccia cinica e gli detto ogni parola, e alla fine dico anche: bello questo riassunto. Magari mio marito ha spiegato a Giulio per un’ora come si fa un riassunto, gli ha detto che bizzarro significa strano, e che succulento significa molto gustoso, ma io non voglio perdere un minuto di più e detto questo riassunto velocissima, scandendo anche le doppie e le acca e la punteggiatura, perché non ho più illusioni. Poi mio marito dice che sono pazza, e io gli rispondo che non sono pazza, è solo che non ho più illusioni.

 

Una volta, un’unica volta, ho proposto a mio figlio di leggere una cosa che avevo scritto io. Era sul nostro gatto, pensavo che gli interessasse, perché Giulio ha amato follemente il nostro gatto. Lui ha guardato il foglio e ha detto: no, è troppo lungo. Allora ho insistito: solo qualche riga, dai, parlo anche di te. Ha risposto: mamma, io la vita la vivo, non ho bisogno di leggerla.

 

Non posso credere che siano esistiti i giorni delle illusioni.

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Commenti all'articolo

  • tonio dicembre

    27 Ottobre 2018 - 12:12

    Cara Annalena, non siamo cinici ma angosciati dal destino che i nostri figli avranno se si allontaneranno troppo dalle nostre illusioni.

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  • marco.ullasci@gmail.com

    marco.ullasci

    26 Ottobre 2018 - 19:07

    La frase conclusiva di Giulio sulla vita vale tutte le illusioni materne spezzate finora. E anche quelle a venire.

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