La paura finta che diventa vera. Halloween a New York e a Roma

Le signore che gridano: andate via!, l’uomo che voleva “ucciderne di più”. E un segreto

Annalena Benini

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La paura finta che diventa vera. Halloween a New York e a Roma

Un uomo mascherato per Halloween nella metropolitana di New York (foto LaPresse)

Nel crepuscolo di questo ottobre ormai alle spalle i bambini di New York sono andati su e giù per i viali indossando i loro costumi spaventosi, pieni di una paura finta che sprecava, o forse invece aggiustava, chissà, quella vera. I barboncini travestiti da zucca, gli ingressi delle case ricoperti di ragnatele spray, i teschi alle finestre, per il materialismo eroico di una città capace di mascherare un bambino da Pensatore di Rodin. Urla “trick or treat”, e va via soddisfatto, carico di dolci e di carezze, saltellando insieme agli amici mascherati da Spider Man e da fantasmi. In nessuna casa di Manhattan, il posto che idolatra i bambini, sarebbe mai accaduto quel che è successo a Roma, nel nostro Halloween ancora acerbo: mia figlia e le sue amiche suonavano alle porte di appartamenti in cui vecchie signore urlavano: andate via! Negri! Un uomo ha minacciato di liberare il cane feroce, che si è rivelato un volpino molto affettuoso e con una vocetta stridula.

 

In due occasioni invece, un uomo anziano in pantofole e tuta da ginnastica, e un prete in visita a una donna in sedia a rotelle, hanno aperto la porta, fatto una faccia stupita di fronte a cinque ragazzine truccate da zombie che gridavano: dolcetto o scherzetto?, e hanno detto perplessi: beh, allora dolcetto, grazie. Hanno ficcato senza esitazione la mano nel cestino di mia figlia e delle sue amiche, prendendo velocemente qualche cioccolatino, il prete anche un lecca lecca a forma di cervello, e hanno richiuso in fretta la porta. Le ragazzine hanno detto che quelle persone erano “troppo vecchie” per sapere che a Halloween si regala e non si prende, e comunque si sono pazzamente divertite anche per questo, hanno passato la notte a urlare e sgranocchiare patatine dentro i sacchi a pelo, a raccontarsi storie dell’orrore, a godere di questa paura recitata, di queste cicatrici tatuate, e dei pantaloni strappati: io ho tagliuzzato quelli di mio figlio, che doveva abbinarli a un grembiule insanguinato da macellaio e a una mannaia di gomma. Con le forbici in mano ho chiesto indicazioni sui tagli. Lui: taglia come quando esci da sottoterra e sei tutto a brandelli, come quando un cane ti divora, come quando ti seppelliscono vivo. Bene, perfetto, lo faccio subito. La mattina dopo lo zombie party, tutti avevano i capelli annodati, il sangue finto, le occhiaie vere e una fame assurda.

 

A Roma però siamo dei principianti: ci si può ancora facilmente sottrarre, da adulti, alle feste in maschera con le unghie da vampiro e i cappelli da strega, ma Manhattan è il posto di Halloween, in cui ci si congratula per le case con gli scheletri penzolanti dal davanzale e i pipistrelli pelosi, le madri e gli insegnanti fanno gare feroci di decorazioni mostruose, e per un mese almeno si progetta con eccitazione questa festa di avvicinamento al Natale. Si spera nel bel tempo per fare il giro delle case prima del buio, si mettono lanterne alle porte e, come ha detto il terrorista uzbeko che si è gettato sulla pista ciclabile vicino al World Trade Center, uccidendo otto persone e ferendone tredici, “c’è più gente in giro”. C’è più gente in giro, ci sono molti bambini in giro. Sono vestiti da mostri e non hanno nessuna paura dei mostri: pensano che il male sia quello allegro dei travestimenti e delle storie finte, e che nessun aspirante mostro davanti a un muffin a forma di zucca stregata resterebbe cattivo. Sullo scuolabus contro cui il pick-up bianco a noleggio si è scontrato c’erano due bambini, e uno di loro è ancora in condizioni critiche. Probabilmente stavano andando a casa a travestirsi, perché tutti i bambini di New York ad Halloween si travestono. “Avrei voluto continuare a uccidere”, ha detto Sayfullo Saipov, ventinove anni, che viveva nel New Jersey con moglie e due figli: una casetta con le scale di mattoni, la biancheria stesa e un triciclo rosso. Aveva vinto la green card alla lotteria, il sogno americano, e voleva arrivare al ponte di Brooklyn per fare la strage di Halloween. La strage dei bambini vestiti da pipistrelli e da fantasmi, la strage delle persone che festeggiano, passeggiano in bicicletta, vogliono andare a vedere l’albero dei sopravvissuti a Ground Zero. Il mostro vero che guarda i mostri finti e vuole “ucciderne ancora”. Che cosa dici ai bambini, che cosa gli racconti, che cosa fai per loro? Dici che devono continuare a festeggiare, che andrà tutto bene, fidati di me, sei al sicuro. Alle tre del pomeriggio in una giornata di sole e foglie secche, un giorno perfetto per vivere, un uomo voleva investire con il camioncino bianco tutte le persone che hanno trasformato la morte e la spaventosità in qualcosa di zuccheroso, innocuo, generoso, e che pensano: che bello essere qui, adesso. Mio figlio vestito da macellaio zombie è venuto da me mentre guardavo le immagini di New York, io gli ho detto del pick up e del resto, lui è stato un po’ in silenzio, faceva soltanto roteare la sua mannaia di gomma pre-insanguinata, non diceva niente. Pensavo che non avesse capito, ero anche sollevata: i bambini non si lasciano schiacciare dalla preoccupazione, trovano mille altri pensieri a cui aggrapparsi, e mio figlio aveva quella orrenda mannaia che aveva desiderato tanto. Mi è saltato addosso e mi ha detto all’orecchio: mamma, un segreto, lo vuoi? Certo che lo voglio, voglio tutti i segreti del mondo, ma voglio soprattutto i tuoi. Non mi piace per niente Halloween, mi ha sibilato dentro l’orecchio. Amore, neanche a me, per niente: odio le caramelle a forma di pupilla, odio che qualcuno ci proponga di travestirci da Famiglia Addams, odio gli zombie e anche il sangue finto. Però perché a te non piace, non ti piace il grembiule?, in effetti fa schifo. No, non mi piace avere paura, né per finta né per davvero.

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