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Padri padroni

Come Dafne sul fiume Peneo, c’è un modo per scegliere se stessi senza commettere parricidio

3 Novembre 2017 alle 09:53

Padri padroni

"Apolo insegue Dafne", di Carlo Maratta (1681)

Ho lavorato in questi giorni a una drammaturgia teatrale di una delle metamorfosi di Ovidio, quella di Apollo e Dafne. Prima di trasformarsi in albero di alloro pur di sfuggire all’insistente corteggiamento di Apollo, Dafne chiede soccorso al padre, il fiume Peneo. “Concedimi una perpetua verginità”, piange e implora; non vuole amare né essere amata, e quella paterna è la sola figura che le sembra possa proteggerla, sostenerla nel destino di assoluta autonomia che lei ha scelto per sé. Peneo invece tradisce la sua fiducia, non la aiuta. E lei, Dafne, una volta che lo ha intuito si smarca: fugge via, da tutti. Scegliendo di passare “dall’altra parte” (di trasformare il proprio essere, mimetizzandone l’aspetto esteriore tanto da confonderlo nella natura), oltre che liberarsi di Apollo, si emancipa dal padre. Dentro di sé lo azzera.

 

“Uccidere il padre” è espressione ricorrente, oltre che chiave di lettura per rileggere miti, figure, dispositivi “psico-letterari” (da Edipo ad Amleto, passando per Kafka e innumerevoli altri casi di scrittori). Ma cosa l’immagine esprime davvero? L’ho pensato lavorando sulla Dafne di Ovidio.

 

Uccidere il padre: con la sua prosa agile, spia di un dominio della cultura classica tale da tradursi in trascinante forza divulgativa, Eva Cantarella riconsidera il tema nel suo ultimo libro (Come uccidere il padre. Genitori e figli da Roma a oggi, 144 pp., Feltrinelli). Lo analizza nella sua letteralità, allo stesso tempo mettendone in luce gli aspetti più simbolici. Racconta come il mondo classico fosse attraversato, per usare una definizione dell’archeologo e storico Paul Veyne, da una “nevrosi da ansia da parricidio” (oggi si potrebbe riformulare come “ansia da femminicidio”). Padri dominatori, detentori di potere (vigeva addirittura lo iusvendendi, la possibilità di vendere i propri figli). Ma anche, padri sempre in allarme, timorosi di finire ammazzati in una società che proprio al reato di parricidio infliggeva le pene più dure e cruente. Un’escalation di esercizio del potere lunga secoli, sino all’abrogazione della “patria potestà” (di cui sopravvivono curiosi retaggi, come in certi atti di compravendita immobiliare dove l’impegno del venditore viene dettagliato invocando “la diligenza di un padre di famiglia”).

 

L’ansia del parricidio si è spenta, lasciando dietro sé un paesaggio incenerito. I padri sono cambiati, più scontornate le loro figure, opaco e meno incombente il loro ruolo. Se le persone reali, i genitori anagrafici è come arretrassero verso lo sfondo, verso l’ombra, le dinamiche interne invece permangono in primo piano, accesissime. La funzione paterna intesa come pulsione psichica interiore resta lì, la stessa. Affermarsi, essere sé, non più ricalcando le orme di chi è passato prima di noi ma invece camminando oltre, spinti avanti, passo nuovo, nuovo tutto. L’atto di emanciparsi, “uccidere”, affrancarsi si potrebbe immaginare diverso. Come al padre vero va sostituendosi la sua funzione – alla persona reale, il processo psichico interiore – così sarebbe legittimo far spazio a una mutata strada verso l’autonomia, verso l’indipendenza di persone adulte, slacciate da legami di appartenenze pregresse. Già: ma quale strada? “Mi fa tanta rabbia”, ha detto un ragazzino il giorno in cui insieme a regista e attori sono andata in una scuola a condividere l’esperienza drammaturgica tratta da Ovidio. “Rabbia che per sottrarsi all’amore, Dafne perda anche suo padre. L’albero però rimarrà vicino al fiume”, ha aggiunto subito dopo, rasserenato da una soluzione trovata in totale autonomia di pensiero immaginativo; “così Peneo continuerà a star vicino alla figlia, con le sue acque a nutrire le radici dell’albero”.

 

Come Dafne: scegliere se stessi, non per quello sopprimendo ogni immagine interna di un padre. Emanciparsi ma senza fare tabula rasa. Non uccidere: recidere, piuttosto, intanto trapiantando innesti nuovi, così che in modo carsico un genitore continui silenziosamente ad esserci, sostenerci. Emancipazione piena, che taglia i ponti, ma non sopprime. Proprio come l’albero/Dafne sulle sponde del fiume Peneo: metamorfosi che conduce oltre, molto oltre, però lo stesso mantenendo accanto.

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