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il bi e il ba

Siamo arrivati al punto da trattare il sionismo come malattia curabile solo da altri malati

Guido Vitiello

In un articolo per Commentary, Sally Satel ha raccontato diversi episodi in cui gli psicologi si sono rifiutati di prendere in cura alcuni pazienti perché "sionisti". E allo stesso tempo una terapista di Chicago ha diffuso una lista nera di colleghi con affiliazioni sioniste per evitare di indirizzare i pazienti da loro

Intendiamoci, non hanno nulla contro gli ebrei in quanto ebrei. Anzi, idealmente vorrebbero curarli – e cosa c’è di più amorevole, di più sollecito? Non si è tentato lo stesso per decenni con gli omosessuali, la stirpe di Sodoma di cui parlava Marcel Proust, associandola proprio al popolo ebraico? Tutto sta a mettere in chiaro che il sionismo, prima e più che un’idea politica, è una “psicosi da coloni”, diagnosticata da Lara Sheehi, psicoanalista queer di origini libanesi che pratica una terapia antirazzista e decoloniale, e che fino all’anno scorso è stata presidente della Società di psicoanalisi dell’American Psychological Association, la più importante associazione professionale statunitense. Certo, basta un po’ di buon senso per capire che nessuno affiderebbe la propria psiche a un malato. Così una terapeuta di Chicago, Heba Ibrahim-Joudeh, ha stilato e diffuso una lista nera di colleghi con affiliazioni sioniste, per evitare di indirizzare i pazienti presso i loro studi. Ma anche per chi si stende sul divano ci sono controindicazioni.

 

Nel 2025 una giovane donna ebrea ha avuto il suo primo appuntamento con uno psicoterapeuta a Washington. Durante la seduta ha menzionato un soggiorno recente di alcuni mesi in Israele. Il terapeuta le ha sorriso e ha detto: “È una fortuna che l’abbiano assegnata a me. Nessuno dei miei colleghi tratterebbe una sionista”. E un’analista ebrea di Manhattan ha raccontato che quando certi terapeuti sentono un paziente dichiararsi sionista troncano subito la seduta, e gli mandano una letterina per comunicargli che i loro valori non sono allineati, dunque niente cura. Sono alcuni dei molti episodi riferiti da Sally Satel in un articolo per il numero di febbraio di Commentary, intitolato Anti-semitism on the couch. In breve, il sionismo è una malattia, ma chi ne è affetto non può essere curato se non da un altro malato. Un lazzaretto di soli ebrei, ma potremmo anche dire un ghetto terapeutico. Ironico destino per quella che i nazisti chiamavano “scienza giudaica”! Buon Giorno della Memoria a tutti.

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