Il premio Nobel per l'economia, William Nordhaus (Foto LaPresse)

Il centro di ricerca a Milano per mettere ordine al dibattito sul cambiamento climatico

Mariarosaria Marchesano

Il Premio Nobel William Nordhaus ha inaugurato un nuovo istituto nato da una collaborazione transatlantica

Greta Thunberg ha chiuso l’anno scolastico con una pagella eccellente a dispetto di tutte le assenze fatte per i lunghi viaggi intrapresi in giro per il mondo (rigorosamente in treno) per protestare contro il cambiamento climatico. Il solo fatto che la notizia venga riportata dai principali quotidiani la dice lunga su quanto l’informazione intorno a un tema così importante sia stata catalizzata da un’unica figura, quella della ragazzina svedese di 16 anni trasformata dai media nell’oracolo della salvezza del pianeta. Questa sorta di divinizzazione di Greta ha finito con il polarizzare il dibattito tra una maggioranza che pensa sia un’eroina e una minoranza critica che trova allarmistico l’appello della ragazza (“La nostra casa è in fiamme”, dal suo omonimo libro) e, soprattutto, mette in guardia dal pericolo che persone così giovani possano essere strumentalizzate da dottrine ambientaliste estremiste che in nome della riduzione delle emissioni arrivano a professare la decrescita economica.

 

In tutto questo gran parlare, però, risulta difficile capire a che punto sia la ricerca scientifica sul climate change e se sono stati fatti passi in avanti concreti sulla strada della transizione energetica, al di là delle campagne “green” dei grandi produttori. Una risposta prova a darla un nuovo centro di ricerca internazionale sull’economia del clima che è stato inaugurato a Milano l’11 giugno dal premio Nobel William Nordhaus, lo studioso americano che ha posto il problema di come favorire una crescita che sia allo stesso tempo durevole e sostenibile. “Non è un caso che abbiamo invitato Nordhaus, che non solo è un economista, ma è anche di scuola neoclassica, quindi il meno sospettabile di poter desiderare un arretramento in termini di progresso civile, produttivo o di limitazione della libertà d’impresa”, dice al Foglio Massimo Tavoni, professore al Politecnico di Milano e direttore dell’istituto di ricerca che ha trovato casa all’interno del Base di via Bergognone, l’ex fabbrica Ansaldo diventata uno dei poli multifunzionali più vivaci della città, a metà tra innovazione e cultura. Entrando si trovano ampi spazi di co-working, organizzati senza troppi formalismi, com’è nello stile della struttura che qualche anno fa il comune di Milano ha ristrutturato e dato in gestione a privati. Il neo istituto – in cui lavorano 50 ricercatori di 13 nazionalità di diverse – nasce con una matrice transatlantica, poiché è il frutto della collaborazione tra il think tank americano Resource for the Future (Rff), presieduto da Richard Newell, e il Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), guidato da Antonio Navarra.

 

“Abbiamo messo in piedi un team multidisciplinare, con il contributo anche del Polimi e dell’Università Bocconi, di cui fanno parte economisti, climatologi, data e computer scientist – prosegue Tavoni – Lavoriamo per conoscere l’impatto dei cambiamenti climatici sulla crescita delle economie globali e approfondire le strategie di investimento utili a raggiungere lo sviluppo sostenibile, ma ci poniamo anche l’obiettivo di valutare la sostenibilità stessa delle politiche per l’ambiente. La transizione energetica avrà sia dei benefici che dei costi economici, come dimostra il caso dell’auto elettrica: è impensabile una conversione di questo settore senza la perdita di migliaia di posti di lavoro. Noi cerchiamo di individuare e valutare misure che possano ottenere il massimo risultato nella riduzione di emissioni di anidride carbonica con il miglior impatto possibile in termini sociali e del mantenimento dei livelli di reddito”.

 

E proprio la mobilità è uno dei temi più attuali e dibattuti. È possibile immaginare un mondo in cui si viaggia solo in treno come fa Greta? “Ovviamente no – dice Tavoni – lei vuole lanciare un messaggio di impegno civile e fa bene, ma allo stesso tempo bisogna fare uno sforzo per cercare soluzioni compatibili con la naturale esigenza di mobilità delle persone. Una misura che i governi potrebbero considerare è, per esempio, quella di spostare la tassazione dal lavoro alle quantità di emissioni prodotte, premiando così i comportamenti più virtuosi”. Dunque, al di là della retorica che ammanta il racconto di Greta alle piazze colme di ragazzi come lei, ai quali forse qualcuno dovrebbe spiegare che la loro protesta è giusta, ma che non è possibile spingere un bottone per salvare il pianeta, c’è una comunità scientifica che si sta sforzando di studiare soluzioni che salvaguardino il progresso in cui questi stessi giovani sono abituati a vivere.

 

Una delle cinque ricercatrici senior del centro di Milano, Elena Verdolini, 43 anni, bresciana, dice che “uno dei rischi maggiori è che la transizione energetica finisca col pesare sulle fasce sociali più deboli, come dimostra il fatto che i metalmeccanici senza un aggiornamento professionale adeguato rischiano di uscire dal circuito produttivo e dal mercato del lavoro”. Ma anche i governi devono prestare maggiore attenzione quando comunicano le loro politiche ambientali. “In Francia l’annuncio di una tassa sul carburante ha generato la rivolta dei gilet gialli. Nella British Columbia, una provincia del Canada, qualche anno fa è stata adottata una misura analoga, ma in quel caso il governo aveva spiegato che i soldi sarebbero stati restituiti successivamente per incoraggiare consumi ecosostenibili. Ebbene, non solo la popolazione ha accettato la tassa ma l’economia locale ne ha avuto grande beneficio”.

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