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Dito medio a chi?

Numeri veri e in controtendenza (psicologica) spiegano perché a Piazza Affari sono contenti

2 Novembre 2018 alle 06:00

Dito medio a chi?

Foto Imagoeconomica

Sì è vero, Moody’s e S&P, seppure con strategie e giudizi differenti ci hanno messo nel mirino. Sì, è altrettanto vero che gli investitori esterni stanno abbandonando l’Italia in termini di investimenti, se come emerge dagli ultimi dati disponibili sono già 75,7 i miliardi lasciati sul campo dagli stranieri, al punto che i disinvestimenti in Btp e altri titoli di Stato, a maggio e giugno, hanno raggiunto quota 66 miliardi. Ma non è così nera, a ben vedere. Perché questa fuga c’era già stata tra il 2011 e il 2012, come certificò il Fondo monetario internazionale guarda caso nell’ottobre di sei anni fa: nei 12 mesi compresi tra giugno 2011 e giugno 2012, l’Italia ha assistito a un deflusso di capitali pari a 235 miliardi di euro, il 15% del Pil. Insomma, periodicamente ci risiamo.

 

Sarà che le tempeste politiche, nel paese, sono sempre dietro l’angolo. 
Però a questi dati macro così infausti e preoccupanti si contrappongo altri numeri assolutamente interessanti e che certificano l’attivismo degli stranieri sul mercato locale. Basti vedere come ha reagito, lunedì 29, Piazza Affari all’indomani del pronunciamento di S&P’s (rating invariato, BBB, outlook portato da stabile a negativo): l’indice di riferimento di Borsa, l’Ftse Mib ha guadagnato l’1,91%, mentre lo spread (il differenziale Btp/Bund) è sceso a 295 punti base), mentre la vulgata si aspettava l’ennesimo tracollo.

 

E, per una pura coincidenza, proprio lunedì è arrivata una notizia rilevante: il colosso giapponese Hitachi ha messo altri 800 milioni sul piatto per rilevare il 31% di Ansaldo Sts (sistemi di trasporto ferroviario) dal fondo Elliott (il proprietario del Milan e socio forte, 8,9% di Telecom Italia) dopo aver investito nel 2015 i primi 773 milioni per comprare il 40% da Finmeccanica. Certo, non si può paragonare questo deal ai 33 miliardi di dollari messi sul piatto, sempre a inizio settimana, da Ibm per rilanciare l’immagine e il fatturato e comprare la assai più piccola Red Hat (sviluppo software), valorizzandola quasi 12 volte il fatturato (2,9 miliardi).

 

Ma l’Italia non è così bistrattata dagli stranger. Basti dire che, come emerso nell’ultimo report Kpmg, nel primo semestre di quest’anno sono state definite ben 333 operazioni di acquisizione (M&A) per un controvalore totale di 31,5 miliardi, poco meno del doppio del dato dello stesso periodo dello scorso anno (17 miliardi). Per i deal c’è n’è per tutti i gusti: si va dai 3 miliardi messi sul piatto dal fondo Cvc Capital Partners per aggiudicarsi il gioellino del pharma, Recordati, ai 475 milioni spesi dalla cinese Haier per rilevare la storica Candy (elettrodomestici) della famiglia Fumagalli. E che dire dei 6,2 miliardi impegnati dal uno dei principali fondi di private equity made in Usa, KKR, per comprare, attraverso la controllata giapponese Calsonic Kansei, la Magneti Marelli, branch che il gruppo Fca sta pensando di quotare per concentrare poi l’attenzione sul futuro riassetto del core business che passerà, giocoforza, dalla aggregazione della casa automobilistica nata a Torino ed emigrata a Detroit (e a Londra e Amsterdam, per questioni fiscali)? Non va poi dimenticata l’acquisizione, passata come fusione, da Yoox, unico Unicorn (start up e società digitali che ha sfondato il muro del miliardo di capitalizzazione) italiano da parte di Richemont che l’ha unita a Net-a-porter per dare vita a Ynap.

 

E per rimanere su tematiche borsistiche bisogna ricordare che sempre lunedì 29 è stata completata l’integrazione tra Atlantia (il gruppo autostradale dei Benetton) e la spagnola Abertis (di Florentino Perez, il presidentissimo, in bilico, del Real Madrid). Sempre quest’anno poi, il fondo Bain Capital ha investito 600 milioni per rilevare e allontanare da Piazza Affari la cartiera Fedrigoni. Parla poi francese (monsieur Dumont), seppure da poco, il Credito Valtellinese. Ed è proprio il settore finanziario e bancario a essere l’osservato speciale per il 2019. Perché se da un lato il governo intende accelerare sulla valorizzazione, leggasi vendita, di Montepaschi, nazionalizzato per evitare il default e ora pronto per essere rivenduto, magari oltreconfine tra Francia e Spagna. Ed è Oltralpe che si continua a guardare, nonostante le smentite di rito, per il futuro di Unicredit, la banca salvata dall’aumento di capitale monstre (13 miliardi) gestito dall’ad Jean Pierre Mustier e prima o poi destinata a convolare a nozze perché l’ex Legionario (amante dei pelouche a forma di alce) vuole prendere il timone di una banca paneuropea partendo da Milano, da piazza Gae Aulenti. Ed è sempre in direzione di Parigi che si continua a guardare per capire il futuro delle Generali, il terzo gruppo assicurativo europeo e da sempre cassaforte nazionale. Il Leone di Trieste fa gola ad Axa e in alternativa alla tedesca Allianz. Per ora Mediobanca (13%) non molla la presa, anche per i dividendi garantiti dalla società guidata da Philippe Donnet, francese guarda caso, ma prima o poi potrebbe cedere. A dimostrazione che l’Italia attira attenzioni. Sarà che oltre a know-how e manifattura manca una politica di sistema.

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