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Divorzio a Trenord. Fontana si mette alla guida del “modello Parigi”

Tramonta il sogno di epoca formigoniana: far vedere che il Nord poteva esprimere qualcosa di completamente nuovo in accordo con Roma

15 Luglio 2018 alle 06:28

Divorzio a Trenord. Fontana si mette alla guida del “modello Parigi”

Foto LaPresse

Il divorzio è consensuale. E non potrebbe essere altrimenti. Ferrovie dello Stato e FNM (società controllata da Regione Lombardia) archiviano il matrimonio in parità in Trenord e si preparano a dividersi la società dei trasporti per farne due, che attivino quello che il governatore Attilio Fontana chiama “modello Parigi”. Ovvero, più operatori che garantiscono servizi migliori ai cittadini e ai pendolari, grazie a un meccanismo di competizione virtuosa. Tecnicamente: le linee in mano alla nuova società regionale saranno il 45%, mentre Trenitalia gestirà il resto. Alla Regione 300 km di rete Fnm, le tratte suburbane, il passante e il Malpensa Express; a Trenitalia le linee regionali. “Modello Parigi”. Questo, almeno, è il sogno. Un sogno che ne archivia un altro: quello di una Trenord che fosse ipotesi di equilibrio ed efficienza tra Stato e Regione. Un sogno antico di epoca formigoniana: far vedere che il Nord poteva esprimere qualcosa di completamente nuovo, anche in questa materia, in accordo con Roma. Non è andata così. Anzi, è stato l’opposto. Con la Regione che, sotterrata dalle critiche degli utenti, doveva correre ai ripari e stanziare tramite FNM oltre un miliardo e mezzo per l’acquisto di nuovi treni. Il problema è che tra il dire il fare c’è di mezzo mare di inconvenienti, problemi, resistenze, frenate. Alla fine, Fontana ha deciso di voltare decisamente pagina. Via il management, via il cda di Trenord, via proprio tutto l’accordo: ognuno per sé e Dio per tutti. Che cosa vuol dire, politicamente, questa scelta?

 

Molto. Perché non ci sarà, da qui a un anno, un altro su cui scaricare il barile, ammesso che lo si volesse. Attilio Fontana ha deciso, coraggiosamente, di ballare da solo. Se andrà bene, ok. Altrimenti, bocciato. Perché i trasporti sono tema che non puoi prendere sotto gamba. Gli investimenti sono ingentissimi, la complessità alta. Tuttavia il percorso è accidentato. Per esempio: gli ottimisti dicono che in 60 giorni si arriverà all’accordo, e che in 90 potrebbero essere già divisi i pani e i pesci. Ovvero, quel che è di uno e quel che è dell’altro. Renato Mazzoncini, l’ad di Ferrovie dello Stato, intanto gioca la sua sopravvivenza sui tavoli romani, tra Giorgetti e Salvini e il Movimento cinque Stelle. Sarà malleabile, probabilmente, perché i fronti aperti sono troppi. Ma neanche troppo, visto che ha il carattere di un bresciano d’acciaio. Tra l’altro uno dei nomi in lizza per diventare ad di Trenord al posto di Cinzia Farisé è quel Bruno Rota con cui Mazzoncini litigava ai tempi di Busitalia (e che poi ha litigato con Sala e a Roma, in Atac). Probabilmente non sarà lui: in pole ci sono altri manager di nome, ma soprattutto Marco Piuri (già in Ferrovie Nord pre fusione, ora in Arriva). La scelta del vertice sarà fondamentale, perché influenzerà l’iter che sarà in gran parte tecnico, ma anche molto politico. Altro esempio: quel che c’è nei depositi, dai treni ai ricambi ai contratti di servizio, alle consulenze, alle collaborazioni, come verrà diviso? In quali quote? E se si comincia a litigare? Avvistati battaglioni di avvocati, il che non è mai buon segno. Ma c’è di peggio. Perché la questione meno tecnica e più politica riguarda i sindacati. Sono tutti preoccupati e sul piede di guerra. Silenziosamente. Perché le contrattazioni di secondo livello in Trenord sono diverse da quelle in Ferrovie dello Stato. Così, chi finirà in Fs potrebbe andare a guadagnare di meno. E chi rimarrà in Trenord regionale potrebbe prendere di più. E quelli che arrivano dalle vecchie Ferrovie Nord? E i fondi pensione, i servizi accessori e tutto il resto? Un ginepraio. O meglio, il campo dalle cento pertiche. Eppure tutto si gioca qui: questa è la partita, insieme alle periferie, che potrà far dire a Matteo Salvini che nella sua Lombardia le cose funzionano perché al governo c’è la Lega. E’ una partita decisiva. I mercati, che hanno premiato FNM con una lusinghiera sospensione per rialzo dopo il comunicato del divorzio alla Borsa, ci credono. Chissà se i pendolari ci crederanno: loro sono come san Tommaso, ma un po’ più arrabbiati.

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Commenti all'articolo

  • robyv73

    15 Luglio 2018 - 21:09

    La vera rivoluzione è la regione fuori completamente dalla gestione dei servizi. Deve essere indetta una gara d'appalto, almeno europea, e trovare il miglior gestore del servizio con la regione che, finalmente, fa da inflessibile controllore. Non ci interessa avere treni di proprietà della regione interessa avere treni in ordine che partono ed arrivano puntuali e magari più velocemente di quanto fanno oggi trasportando più persone più comodamente. Rimane il problema della rete dei binari che è di proprietà di RFI che a sua volta fa parte del gruppo FS di cui fa parte anche Trenitalia, se i binari e la gestione tecnica del traffico rimane in mano a Roma ed ai giochi dei politici qualunque speranza di migliorare sensibilmente il servizio è probabilmente destinata a schiantarsi.

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