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Lombardia e Pnrr, faremo così. Parla l'assessore Alparone

Fabio Massa

A proposito del Codice degli Appalti: "Semplificazione non vuol dire assenza di controlli. I controlli sono fondamentali, non devono essere un ostacolo ma una facilitazione. E devono essere in itinere, né pre né post, si chiama vigilanza collaborativa"

Marco Alparone è un tipo dal sorriso facile sotto gli occhiali a montatura spessa. Sindaco per due mandati a Paderno Dugnano, poi in provincia e infine per cinque anni in Consiglio regionale. In Forza Italia fino a un paio di anni fa, poi il passaggio a Fratelli d’Italia. Adesso gestisce le casse regionali, assessore al Bilancio. E soprattutto è vicepresidente. Ruolo complicato, in questa fase di assestamento. “Come interpreto il mio ruolo di vicepresidente? Prima di tutto non mi scordo del mio territorio – racconta al Foglio – e là sono riconosciuto. Poi c’è la stima del presidente Fontana, e la sua fiducia serve per fare il vicepresidente. Infine Fdi: ci sono entrato due anni fa e sono la dimostrazione che è un partito che riconosce il merito”. Intanto però ci sono le prime tensioni da gestire: “E’ un semplice rodaggio. Partiamo da un concetto di base: Attilio Fontana ha vinto perché la Lombardia non voleva protagonismi personali, ma persone che si mettono al servizio. Le elezioni hanno punito i protagonismi e hanno individuato in Fontana una leadership. Ovvio, poi bisogna riconoscere che gli equilibri sono cambiati. Ma il fatto che Fdi abbia una responsabilità più grande nella giunta deve essere un valore che si aggiunge all’azione di governo. E’ fondamentale che Fdi faccia il suo con responsabilità, perché se fa bene vuol dire che dà forza al governo di Giorgia. Una Lombardia che funziona bene, anche grazie a Fdi, dà forza al governo”. Intanto, dentro il governo, si è aperta la discussione sui fondi del Pnrr. “Lo dico chiaro: in Lombardia i fondi non rimangono non spesi. Se Beppe Sala dice ‘dateli a noi del Comune’, figurarsi che cosa dovrebbe dire la Lombardia, che è una delle poche Regioni ad avere una programmazione da 3 miliardi e mezzo e che ha già impegnato un miliardo. E stiamo parlando dei fondi comunitari di sviluppo regionale e dei fondi sociali europei. Poi c’è la partita Pnrr”. Ecco, appunto.

 

“Siamo soggetto attuatore su tutta la parte della sanità, la partita più grossa, poi ci sono altre ricadute sul territorio, con i comuni e gli altri enti che ricevono i soldi del Pnrr. Noi possiamo avere un ruolo di regia anche rispetto alle risorse che non gestiamo direttamente. Possiamo supportare il governo con le altre regioni per rivedere ed eventualmente correggere il piano globale. Il che non vuol dire non spendere, ma ottimizzare. E’ normale che in itinere ci sia un confronto con l’Europa per far sì che le risorse arrivino a terra e producano l’effetto leva. Non c’è nulla di male in un confronto costruttivo sugli obiettivi raggiungibili. La polemica che sto sentendo sulla revisione del Pnrr mi pare proprio inutile. Bisogna fare una revisione per una correzione, non per un annullamento o una diminuzione della spesa”.

 

Intanto c’è il nuovo Codice degli appalti in arrivo: altre polemiche. “Semplificazione non vuol dire assenza di controlli. I controlli sono fondamentali, non devono essere un ostacolo ma una facilitazione. E devono essere in itinere, né pre né post, si chiama vigilanza collaborativa. E questo passa dalla digitalizzazione della Pubblica amministrazione“. Torniamo ai fondi Pnrr per la sanità. C’è la questione delle liste d’attesa. “Noi siamo soggetto attuatore delle risorse del Pnrr su quello che è un aspetto fondamentale del territorio, la medicina di prossimità. Vuol dire prendersi in carico quel che io chiamo ‘l’ultimo miglio’. Non dobbiamo distruggere il sistema ospedaliero, che è una eccellenza europea e mondiale. Ma abbiamo capito con il Covid che l’ultimo miglio andava completato nella relazione con i territori. E’ là che dobbiamo investire. Ma sempre tenendo al centro l’eccellenza ospedaliera, di cui dobbiamo costruire la prossimità, con gli ospedali di comunità e case di comunità. Ma non solo. La prossimità si costruisce con la digitalizzazione sanitaria. Vuol dire permettere anche alle aree interne di godere delle eccellenze del nostro sistema”. La sinistra ha fatto la campagna criticando i fondi ai privati. “La sanità non è né privata né pubblica, è un servizio ai cittadini. Noi abbiamo istituito il modello della sanità convenzionata, che non è privata, perché la paga il pubblico. Questo ha fatto sorgere una eccellenza. Ma adesso serve da parte loro una assunzione di responsabilità, perché il sistema convenzionato deve imparare di essere una parte dell’offerta pubblica. Come? Con la condivisione delle liste d’attesa, l’impegno ad abbattere i ritardi. Sono economicamente meno vantaggiosi? Non importa”. Chiudiamo con un sogno nel cassetto: “Io vengo dalla Città metropolitana. Sogno una grande città connessa. Fino a oggi si è andati avanti con i divieti. Ma davvero pensate che a qualcuno piaccia stare sulla Milano-Meda in coda? Ci fosse una metropolitana tutti la prenderebbero. Il tema della coesione sociale passa dall’offerta del trasporto pubblico. Bisogna costruire le metropolitane che escano dalle città, e pure le circle line, un tema sempre sottovalutato. Le metropolitane danno la dimensione di una grande città. In quest’ottica Milano come area vasta è indietro. L’altro sogno riguarda la digitalizzazione. Riuscire a fare della Lombardia una regione nella quale uno può vivere in un paesino che abbia i servizi fondamentali, e che abbia una digitalizzazione tale da poterci anche lavorare”.

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