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Il senso dell'Europa spiegata da un figlio d'Europa, Czeslaw Milosz

La “cospirazione del silenzio” e la scelta dell’esilio. “Non v’è dubbio che esistano due Europe e che a noi, abitanti della seconda, sia toccato in sorte di discendere nel ‘cuore di tenebra’ del XX secolo”

30 Dicembre 2018 alle 06:00

Il senso dell'Europa spiegata da un figlio d'Europa, Czeslaw Milosz

Il poeta polacco, vincitore del Premio Nobel, Czeslaw Milosz (Foto LaPresse)

Nato nel 1911 in Lituania, quando la Lituania faceva parte dell’Impero russo; studente a Vilnius, capitale dell’attuale Lituania, quando Vilnius era una città polacca, e poi scrittore d’avanguardia a Varsavia, Czeslaw Milosz era ormai da oltre vent’anni negli Stati Uniti, professore di Letteratura polacca all’Università di Berkeley, quando ricevette il Nobel per la Letteratura. In queste pagine il suo discorso per il conferimento del premio. L’abbiamo tratto da “Per amore del mondo. I discorsi politici dei premi Nobel per la Letteratura”, il bel libro a cura di Daniela Padoan, uscito di recente per Bompiani (588 pp., 18 euro), che raccoglie i discorsi di 39 premi Nobel: da Anatole France (1921) a Svetlana Aleksievic (2015).

 


 

Stoccolma, 8 dicembre 1980

 

La mia presenza qui, su questa tribuna, dovrebbe costituire un argomento per tutti coloro che lodano la vita che Dio ci ha dato, così meravigliosamente complessa e imprevedibile. Quando andavo a scuola ero solito leggere i volumi di una collana che all’epoca veniva pubblicata in Polonia, “La biblioteca dei laureati Nobel”. Ricordo ancora la forma dei caratteri di stampa e il colore della carta. Allora immaginavo che i laureati Nobel fossero scrittori, ovvero persone che scrivono ponderose opere in prosa, e, benché a un certo punto appresi che tra loro vi fossero anche dei poeti, per lungo tempo non riuscii a liberarmi da quell’idea. Di certo quando, nel 1930, pubblicai le mie prime poesie sul giornale dell’università, l’“Alma Mater Vilnensis”, non aspiravo al titolo di scrittore. Anche molto più avanti, scegliendo la solitudine e dedicandomi a una strana occupazione – scrivere poesie in polacco mentre vivevo in Francia o in America – ho cercato di mantenere l’immagine ideale di un poeta che, se pure aspira alla fama, ambisce a essere famoso unicamente nel villaggio o nella cittadina che gli ha dato i natali.
Tra i laureati Nobel che lessi nella mia giovinezza, ritengo che uno in particolare abbia influenzato ampiamente il mio concetto di poesia. Mi riferisco a Selma Lagerlöf.

 

Il suo Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson, un libro che ho molto amato, pone l’eroe in un doppio ruolo: di colui che vola sopra la Terra e la guarda dall’alto e, al tempo stesso, di colui che la vede in ogni dettaglio. Questa duplice visuale può ben essere una metafora della vocazione del poeta. Ho trovato un’immagine simile in un’ode latina di Maciej Sarbiewski, poeta del Seicento un tempo conosciuto in tutta Europa sotto lo pseudonimo di Casimire. Aveva insegnato poetica nella mia stessa università. In quell’ode, egli descrive il proprio viaggio sul dorso di Pegaso da Vilnius ad Anversa, dove si sta recando in visita agli amici poeti. Allo stesso modo di Nils Holgersson, egli contempla sotto di sé la distesa di fiumi, laghi e foreste come una mappa distante e tuttavia concreta. Ecco, dunque, due attributi del poeta: l’avidità dello sguardo e il desiderio di descrivere ciò che vede. Eppure, chiunque consideri la poesia come un “vedere e descrivere” dovrebbe essere consapevole di star per questo ingaggiando una disputa con la modernità, affascinata da innumerevoli teorie su uno specifico linguaggio poetico.

 

Ogni poeta è condizionato da generazioni che hanno scritto nella sua lingua madre; eredita forme e stili elaborati da coloro che sono vissuti prima di lui. Al tempo stesso, però, sente che quei vecchi mezzi espressivi non sono adeguati alla sua esperienza. Quando prova ad adattarsi, una voce interiore lo mette in guardia da maschere e travestimenti, ma quando si ribella cade nella dipendenza dai vari movimenti d’avanguardia che gli sono contemporanei. Ahimè, è abbastanza che pubblichi la sua prima raccolta di poesie per ritrovarsi in trappola. L’inchiostro ha avuto a malapena il tempo di asciugare e già la sua opera, che gli pareva quanto di più personale, sembra ora irretita nello stile di qualcun altro. Il solo modo di contrapporsi a un oscuro rimorso è continuare a cercare e pubblicare un nuovo libro, ma a quel punto tutto si ripete, così che l’inseguimento non ha fine. E può accadere che, lasciando libri dietro di sé come fossero pelli di serpente disseccate, in una costante fuga in avanti da ciò che è stato fatto nel passato, egli riceva il premio Nobel. 

 

Cos’è questo impulso enigmatico che impedisce di adagiarsi su ciò che si è ottenuto, che si è portato a termine? Credo sia un bisogno di realtà. Do a questa parola il suo significato schietto e solenne, un significato che non ha nulla a che fare con i dibattiti filosofici degli ultimi secoli. E’ la Terra come la vede Nils a cavalcioni della sua oca, o l’autore dell’ode latina dal dorso di Pegaso. Indubbiamente, quella Terra è, e le sue ricchezze non possono essere esaurite in nessuna descrizione. Fare una simile affermazione significa respingere in anticipo una domanda che oggi capita spesso di sentirsi rivolgere: “Che cos’è la realtà?” poiché equivale alla domanda di Ponzio Pilato: “Che cos’è la verità?”. Se, tra le coppie di opposti che usiamo ogni giorno, l’opposizione di vita e morte ha tanta importanza, non dovrebbe esserne ascritta meno all’opposizione di verità e falsità, di realtà e illusione.

  

* * *

 

Simone Weil, ai cui scritti sono profondamente debitore, afferma che “la distanza è l’anima della bellezza”. Eppure a volte tenere la distanza è quasi impossibile. Sono Un figlio d’Europa, come ammette il titolo di una delle mie poesie, ma si tratta di un’ammissione amara, sarcastica. Sono anche l’autore di un libro autobiografico che nella traduzione francese è intitolato Une autre Europe. Non v’è dubbio che esistano due Europe e che a noi, abitanti della seconda, sia toccato in sorte di discendere nel “cuore di tenebra” del XX secolo. Non saprei come parlare di poesia in generale. Devo parlare di poesia nel suo incontro con particolari circostanze di tempo e di luogo. Oggi, da un certo punto di vista, siamo in grado di distinguere i contorni degli eventi che con la loro portata di morte hanno superato ogni disastro naturale a noi conosciuto, ma la poesia, la mia e quella dei miei contemporanei, di stile ereditato o d’avanguardia, non era preparata a far fronte a quelle catastrofi. A quei tempi cercavamo la strada a tentoni, come ciechi, esposti a tutte le tentazioni con cui la mente ingannava se stessa.

  

Non è facile distinguere la realtà dall’illusione, specie quando si vive in una fase del grande sisma iniziato un paio di secoli fa in una piccola penisola occidentale del continente euroasiatico per poi cingere l’intero pianeta nell’arco della vita di un uomo, con l’uniforme adorazione della scienza e della tecnologia. Ed era particolarmente difficile opporsi alle molteplici tentazioni intellettuali in quelle aree d’Europa dove idee degenerate di dominio sull’uomo, legate a idee di dominio sulla natura, condussero a un parossismo di rivoluzione e guerra a spese di milioni di esseri umani distrutti fisicamente o spiritualmente.

 

Eppure può darsi che la nostra acquisizione più preziosa non sia la comprensione di quelle idee, che abbiamo toccato nella loro forma più tangibile, ma il rispetto e la gratitudine per talune cose che proteggono le persone dalla disintegrazione interiore e dalla resa alla tirannia. Per questa precisa ragione, alcuni modi di vivere e alcune istituzioni divennero bersaglio della furia di forze malvagie, a cominciare dai legami tra persone che esistono organicamente, a sé stanti, sostenuti da famiglia, religione, vicinato, retaggi comuni. In altre parole, tutta quella disordinata, illogica umanità così spesso etichettata come ridicola per via dei suoi provinciali vincoli di affezione e lealtà. In molti paesi, i tradizionali legami di civitas sono stati soggetti a un’erosione graduale, così che la popolazione ne è stata defraudata senza nemmeno accorgersene. Il discorso cambia, però, laddove all’improvviso, in una situazione di assoluto pericolo, si rivela il valore protettivo e vivificante di tali legami. E’ il caso della mia terra natia.

 

Sento che questa è una sede appropriata per menzionare i doni ricevuti da me e dai miei amici nella nostra parte d’Europa, e per pronunciare parole di benedizione. È bello essere nati in un piccolo paese in cui la natura era a misura d’uomo e dove le svariate lingue e religioni hanno coabitato per secoli. Parlo della Lituania, una terra di miti e di poesie. Già nel XVI secolo la mia famiglia parlava polacco, proprio come tante famiglie in Finlandia parlavano lo svedese e in Irlanda l’inglese; dunque sono un poeta polacco, non lituano. Ma i paesaggi e forse lo spirito stesso della Lituania non mi hanno mai abbandonato. E’ bello crescere ascoltando parole di liturgia latina, tradurre Ovidio al liceo, ricevere un buon insegnamento di dogmatica e apologetica cattolica.

 

È una benedizione se il destino ti accorda una formazione scolastica e studi universitari in una città come Vilnius. Una città bizzarra, dall’architettura barocca, trapiantata nelle foreste settentrionali, dove ogni pietra è intrisa di storia; una città con quaranta chiese cattoliche e numerose sinagoghe. A quei tempi gli ebrei la chiamavano la “Gerusalemme del Nord”. Soltanto quando mi trovai a insegnare in America mi resi pienamente conto di quanto avessi assorbito dagli spessi muri della nostra antica università, dalle formule di diritto romano imparate a memoria, dalla storia e dalla letteratura della vecchia Polonia, capaci entrambe di sorprendere i giovani americani con i loro tratti così peculiari: un’anarchia indulgente, un umorismo fatto per disarmare le dispute più accese, un senso di comunità, una sfiducia verso ogni autorità centralizzata.

 

Un poeta cresciuto in un simile mondo avrebbe dovuto essere un ricercatore della realtà tramite la contemplazione. Avrebbero dovuto essergli cari un ordine patriarcale, un suono di campane, un isolamento dalle pressioni e dalle richieste persistenti dei suoi simili, il silenzio di una cella claustrale. Se ci sono libri degni di restare a lungo su un tavolo, sono quelli che trattano della qualità più incomprensibile delle cose create da Dio, vale a dire l’essere, l’esse. Ma all’improvviso tutto questo è negato da opere diaboliche della Storia, che assume le sembianze di una divinità assetata di sangue. La Terra che il poeta contemplava nel suo volo lancia uno straziante grido di richiamo dall’abisso e non si concede all’essere vista dall’alto.

 

Si presenta allora una contraddizione insolubile e terribilmente reale, che non dà pace alla mente né di giorno né di notte; comunque vogliamo chiamarla, è la contraddizione tra essere e azione o, a un altro livello, la contraddizione tra arte e solidarietà con i propri simili. La realtà chiede un nome, chiede parole, ma è insopportabile; e se ci si avvicina molto, se la si tocca con mano, la bocca del poeta non può nemmeno proferire una lamentazione di Giobbe: ogni arte si dimostra nulla, paragonata all’azione. Eppure, abbracciare la realtà in modo tale da preservarla in tutto il suo antico groviglio di bene e male, di disperazione e speranza, è possibile solo tramite una distanza, solo innalzandosi al di sopra di essa; ma questo sembra poi, a sua volta, un tradimento morale.

 

Tale era la contraddizione che stava al cuore di conflitti generati dal XX secolo e scoperti da poeti di una terra inquinata dal crimine del genocidio. Quali sono i pensieri di uno di loro, che ha scritto un certo numero di poesie rimaste come un memoriale, come una testimonianza? Pensa siano nate da una dolorosa contraddizione che avrebbe preferito essere capace di risolvere, lasciando le poesie non scritte.

 

***

 

Un santo patrono di tutti i poeti in esilio, che visita le loro cittadine e province solo nel ricordo, è sempre Dante. Ma come si è moltiplicato il numero delle città di Firenze! L’esilio di un poeta è oggi un semplice elemento di una scoperta relativamente recente: chiunque detenga il potere può controllare anche il linguaggio, e non solo con le proibizioni della censura, ma cambiando il significato delle parole. Fa la sua comparsa un fenomeno peculiare: il linguaggio di una comunità prigioniera acquisisce certe abitudini durature; intere zone di realtà cessano di esistere, semplicemente perché non hanno un nome. C’è, a quanto pare, un collegamento occulto tra le teorie della letteratura come écriture, discorso che si nutre di se stesso, e la crescita dello stato totalitario.

 

In ogni caso, non c’è ragione perché lo stato non debba tollerare un’attività che consiste nel creare poesia e prosa “sperimentale”, se queste sono concepite come sistemi autoreferenziali, racchiuse nei propri confini. Soltanto se partiamo dal presupposto che un poeta lotta costantemente per liberarsi da stili mutuati da altri, alla ricerca della realtà, possiamo considerarlo pericoloso. In una stanza in cui le persone mantengono unanimemente una cospirazione del silenzio, una parola di verità risuona come un colpo di pistola. Ed ecco che la tentazione di pronunciarla, simile a un acuto prurito, diventa ossessione che non permette di pensare ad altro. E’ per questo che un poeta sceglie l’esilio, interno o esterno. Non è certo, tuttavia, che egli sia motivato esclusivamente dalla preoccupazione per l’attualità: può anche desiderare di liberarsene e recuperare altrove, in altri lidi, almeno per qualche breve momento, la sua vera vocazione, che è la contemplazione dell’Essere.

  

Tale speranza è illusoria, perché chi proviene dall’“altra Europa”, ovunque venga a trovarsi, si accorge di quanto la propria esperienza lo isoli dal nuovo ambiente, e questo può mutarsi in fonte di nuova ossessione. Il nostro pianeta, che va facendosi più piccolo di anno in anno, con la sua fantastica proliferazione di mass media, assiste a un processo che sfugge alla definizione, caratterizzato da un rifiuto di ricordare. Certamente gli illetterati dei secoli passati, allora un’enorme maggioranza della popolazione umana, sapevano poco della storia dei rispettivi paesi e civiltà. Nella mente degli illetterati odierni, che sanno leggere e scrivere e che talvolta insegnano persino in scuole e università, la storia è presente ma sfocata, in uno strano stato confusionale; Molière diventa un contemporaneo di Napoleone, Voltaire un contemporaneo di Lenin.

 

Anche gli eventi degli ultimi decenni, di tale primaria importanza che la loro conoscenza o ignoranza sarà decisiva per il futuro del genere umano, si allontanano, impallidiscono, perdono tutta la loro consistenza, quasi che la predizione di nichilismo europeo fatta da Friedrich Nietzsche si stesse avverando alla lettera. “L’occhio del nichilista,” scriveva Nietzsche nel 1887, “commette infedeltà verso i suoi ricordi; li lascia cadere, lascia che si sfoglino […]. E ciò che non fa per sé, non lo fa neanche per tutto quanto il passato degli uomini – lo lascia cadere”.

  
Siamo circondati da fiction sul passato contrarie al buon senso e a un’elementare percezione del bene e del male. Come il Los Angeles Times ha recentemente riportato, il numero di libri in varie lingue che negano che l’Olocausto abbia mai avuto luogo e affermano che sia stato inventato dalla propaganda ebraica ha ormai superato il centinaio. Se una tale follia è possibile, perché dovrebbe sembrare improbabile una totale perdita di memoria come stato mentale permanente? E questo non rappresenterebbe forse un pericolo più grave dell’ingegneria genetica o dell’inquinamento ambientale?

 
Per il poeta dell’“altra Europa”, gli eventi compresi sotto il nome di Olocausto sono una realtà così vicina nel tempo che non può sperare di liberarsi del loro ricordo se non, forse, traducendo i Salmi di David. Prova una forte ansia, però, quando il significato della parola Olocausto subisce una graduale modificazione, così che comincia ad appartenere esclusivamente alla storia degli ebrei, come se tra le vittime non vi fossero anche milioni di polacchi, russi, ucraini e prigionieri di altre nazionalità. Prova ansia, perché avverte in questo il presagio di un futuro non distante in cui la storia sarà ridotta a ciò che appare in televisione, mentre la verità, essendo troppo complicata, verrà sepolta negli archivi, quando non completamente annientata.

 

Anche altri fatti, per lui molto vicini ma distanti per l’Occidente, alimentano nella sua mente la credibilità della visione di H.G. Wells nella Macchina del tempo: la Terra abitata da una tribù di figli del giorno, individui primitivi, privi di preoccupazioni, privi di memoria e dunque di storia, indifesi di fronte alle incursioni dei cannibalici figli della notte che dimorano nelle caverne sotterranee. Trascinati in avanti come siamo dall’impeto del cambiamento tecnologico, ci rendiamo conto che l’unificazione del nostro pianeta è in corso e diamo importanza al concetto di comunità internazionale. I giorni in cui vennero fondate la Società delle Nazioni e le Nazioni Unite meritano di essere ricordati.

  
Sfortunatamente, quelle date perdono di significato in confronto a un’altra data che andrebbe rievocata ogni anno come un giorno di lutto, mentre è a stento nota alle generazioni più giovani. Si tratta del 23 agosto 1939, giorno in cui due dittatori conclusero un accordo che comprendeva una clausola segreta in virtù della quale si spartirono stati confinanti dotati di rispettive capitali, di governi e parlamenti. Quel patto non solo scatenò una terribile guerra, ma reinstaurò un principio coloniale che considerava le nazioni alla stregua di mandrie di bestiame, comprate, vendute, alla completa mercé dei padroni del momento. I loro confini, il loro diritto all’autodeterminazione, i loro passaporti cessarono di esistere. Dovrebbe essere fonte di stupore che oggi si parli sottovoce, portandosi un dito alle labbra, di come quel principio venne applicato dai dittatori di cinquant’anni fa.

 
I crimini contro i diritti umani, mai confessati e mai denunciati pubblicamente, sono un veleno che distrugge la possibilità di amicizia tra le nazioni. Antologie di poesia polacca raccolgono opere dei miei amici scomparsi Wladyslaw Sebyla e Lech Piwowar, e portano la data della loro morte: 1940. E’ assurdo non poter scrivere come sono morti, sebbene tutti in Polonia conoscano la verità: condivisero la sorte di parecchie migliaia di ufficiali polacchi disarmati e internati nei campi da quelli che allora erano complici di Hitler, e riposano in una fossa comune. Non dovrebbero, le giovani generazioni dell’Occidente, quando studiano la storia (sempre ammesso che la studino) apprendere delle duecentomila persone uccise nel 1944 a Varsavia, una città condannata all’annientamento da quei due complici?

 
I due dittatori colpevoli del genocidio non ci sono più, eppure chissà che non abbiano riportato una vittoria più duratura di quelle dei loro rispettivi eserciti. A dispetto del patto Atlantico, il principio che le nazioni siano oggetto di commercio, se non addirittura fiches in un gioco di carte o di dadi, è stato confermato dalla divisione dell’Europa in due zone. L’assenza di tre stati baltici dalle Nazioni Unite è un memento permanente del lascito dei due dittatori. Prima della guerra, quegli stati facevano parte della Società delle Nazioni, ma sono scomparsi dalle cartine politiche d’Europa a causa della postilla segreta aggiunta all’accordo del 1939.

 
Spero mi perdoniate per aver messo a nudo un ricordo che è per me una ferita. Questo argomento non è scollegato dalle mie riflessioni sulla parola “realtà”, spesso usata scorrettamente, ma sempre meritevole di rispetto. Lamenti di popoli, patti più infidi di quelli di cui leggiamo in Tucidide, la forma di una foglia d’acero, albe e tramonti sull’oceano, l’intero tessuto di cause ed effetti, tutto questo, che lo si chiami Natura o Storia, credo indichi un’altra realtà nascosta, impenetrabile eppure capace di esercitare una potente attrazione, che è la principale forza motrice di ogni forma d’arte e di scienza. Vi sono momenti in cui ho l’impressione di aver decifrato il significato delle afflizioni che hanno colpito le nazioni dell’“altra Europa”; quel significato consiste nel farne le portatrici di memoria quando l’Europa – senza un aggettivo – e l’America ne possiederanno sempre meno, col succedersi delle generazioni.

 
È possibile che non vi sia altra memoria che quella delle ferite. Almeno così ci viene insegnato dalla Bibbia, un libro che narra delle tribolazioni di Israele. Quel libro ha consentito per lungo tempo alle nazioni europee di conservare un senso di continuità; parola che non deve essere confusa con il termine, tanto di moda, “storicità”. Durante i trent’anni che ho trascorso all’estero, mi sono sentito privilegiato rispetto ai miei colleghi occidentali, sia scrittori che insegnanti di letteratura, perché gli eventi, recenti o remoti che fossero, prendevano nella mia mente una forma più precisa e delineata. Il pubblico occidentale, di fronte a poesie o romanzi scritti in Polonia, Cecoslovacchia o Ungheria, o a film prodotti in quei paesi, può forse intuirvi una coscienza analogamente acuita nella costante lotta contro i limiti imposti dalla censura. La memoria è la nostra forza, ci protegge da un discorso che si attorciglia su se stesso, come fa l’edera quando non trova il sostegno di un albero o di un muro.

 
Poco fa ho espresso l’ardente desiderio di veder finire la contraddizione che oppone il bisogno di distanza del poeta al suo sentimento di solidarietà con i propri simili. Eppure, se prendiamo un volo sopra la Terra come metafora della vocazione del poeta, non è difficile notare che una qualche contraddizione è implicita anche in quelle epoche in cui egli è relativamente libero dalle trappole della Storia. Infatti, come può essere al di sopra, e allo stesso tempo vedere la Terra in ogni dettaglio?

 

In un precario bilanciamento di opposti, un qualche equilibrio è possibile grazie a una distanza introdotta dal fluire del tempo. “Vedere” non significa soltanto avere davanti agli occhi. Può anche avere il significato di “conservare nella memoria”. “Vedere e descrivere” può anche avere il significato di ricostruire nell’immaginazione. Una distanza ottenuta grazie al mistero del tempo non deve alterare eventi, paesaggi e figure umane in un intrico di ombre che si fanno via via sempre più pallide. Al contrario, può mostrarli in piena luce, così che ogni evento, ogni data, divengano espressivi e persistano come memento eterno della depravazione e della grandezza umana. I vivi ricevono un mandato da quelli che sono consegnati per sempre al silenzio. Possono adempiere ai loro doveri solo cercando di ricostruire con precisione le cose com’erano, e strappando il passato alle finzioni e alle leggende. Dunque entrambe – la Terra vista dall’alto in un eterno presente e la Terra che permane in un tempo ritrovato – possono fungere da materiale per la poesia.

 

***

 

Non vorrei dare l’impressione che la mia mente sia rivolta al passato, perché non sarebbe la verità. Come tutti i miei contemporanei, ho sentito il peso della disperazione, della tragedia incombente, e mi sono biasimato per aver ceduto a una tentazione nichilistica. Tuttavia credo che, a un livello più profondo, la mia poesia sia rimasta sana e che, in un’epoca buia, abbia espresso un acceso desiderio del Regno di pace e giustizia. Non posso esimermi dall’evocare in questa sede il nome di un uomo che mi ha insegnato a non disperare. Riceviamo doni non solo dalla nostra terra natia, dai suoi laghi e i suoi fiumi, dalle sue tradizioni, ma anche dalle persone, specialmente se incontriamo una possente personalità nella nostra prima giovinezza. È stata per me una fortuna essere trattato quasi come un figlio dal mio parente Oscar Milosz, un eremita parigino e un visionario. Il perché fosse un poeta francese potrebbe essere chiarito dall’intricata storia di una famiglia nonché di una terra un tempo chiamata Granducato di Lituania.

 

Sta di fatto che di recente si sono potute leggere sui giornali parigini parole di rammarico perché il più alto riconoscimento europeo non è stato tributato, mezzo secolo fa, a un poeta che porta il mio stesso cognome. Ho imparato molto da lui. Mi ha guidato a una lettura più approfondita dell’Antico e del Nuovo Testamento, e inculcato il bisogno di una rigida, ascetica gerarchia in ogni campo del pensiero, compreso ciò che riguarda l’arte, entro la quale considerava un peccato capitale mettere prim’ordine e second’ordine sullo stesso piano.

 

Principalmente, però, lo ascoltavo per il suo essere un profeta che, come egli stesso diceva, amava la gente “di un vecchio amore logorato dalla pietà, dalla solitudine e dalla rabbia” e che per questa ragione cercava di rivolgere un monito a un mondo pazzo, in corsa verso la catastrofe. Che una catastrofe fosse imminente, l’ho sentito da lui; ma ho sentito anche che la grande conflagrazione che egli prediceva sarebbe stata solo una parte di un dramma più vasto, che andava messo in scena fino in fondo.

 
Vedeva cause più profonde nella direzione erronea presa dalla scienza nel XVIII secolo, una direzione che ha provocato un effetto a valanga. In modo non dissimile da quanto William Blake aveva fatto prima di lui, annunciava una Nuova Era, un secondo rinascimento dell’immaginazione, ora inquinata da un certo genere di conoscenze scientifiche; ma, precisava, non da tutte le conoscenze scientifiche, men che mai dalle scoperte che sarebbero state fatte dagli uomini del futuro. Non importa fino a che punto io abbia preso alla lettera le sue predizioni: come orientamento generale, era sufficiente.

 
Oscar Milosz, come William Blake, traeva ispirazione dagli scritti di Emanuel Swedenborg, uno scienziato che prima di ogni altro previde la sconfitta dell’uomo celata nel modello newtoniano dell’universo. Quando, grazie al mio parente, divenni un attento lettore di Swedenborg, certo non immaginavo che avrei visitato il suo paese in un’occasione come questa. Il nostro secolo si avvia alla sua conclusione e, in gran parte grazie proprio a quelle influenze, non oserei maledirlo, perché è stato anche un secolo di fede e speranza. Una profonda trasformazione – della quale siamo a stento consapevoli, dal momento che ne facciamo parte – sta avendo luogo e affiora di tanto in tanto alla superficie sotto forma di fenomeni che provocano lo stupore generale. Quella trasformazione ha a che fare – uso qui, ancora una volta, le parole di Oscar Milosz – con “il più profondo segreto di masse che avanzano nelle tribolazioni, più che mai vive, vibranti e tormentate”.

 

Il loro segreto, un inconfessato bisogno di valori autentici, non trova un linguaggio per esprimersi, e di questo non solo i mass media ma anche gli intellettuali portano una pesante responsabilità. La trasformazione è tuttavia in corso, ed è probabile che, a dispetto di tutti gli orrori e i pericoli, il nostro tempo sarà giudicato come una necessaria fase di travaglio prima che il genere umano pervenga a una nuova consapevolezza. Allora emergerà una nuova gerarchia di meriti, e sono convinto che Simone Weil e Oscar Milosz, scrittori alla cui scuola ho devotamente studiato, riceveranno quanto loro spetta. Sento che dovremmo ammettere pubblicamente il nostro attaccamento a certi nomi, perché in tal modo definiamo la nostra posizione con maggior forza che non facendo i nomi di quelli a cui ci piacerebbe rivolgere un violento “no”. La mia speranza è che in questo discorso, nonostante i miei pensieri divaganti, che sono una deformazione professionale dei poeti, i miei “sì” e i miei “no” risultino dichiarati con nettezza, se non altro per quel che riguarda la scelta di successione. Perché tutti noi qui presenti, sia l’oratore sia voi che ascoltate, siamo niente più che anelli di congiunzione tra il passato e il futuro.

 

Czeslaw Milosz, © The Nobel Foundation, (traduzione di Alessandra Padoan)

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