"La scrittura o la vita" di Annalena

Alla ricerca del fuoco acceso nelle parole di un libro

Marina Cvetaeva ogni giorno allo scrittoio, come un operaio alla macchina, “con lo stesso senso di responsabilità e l’impossibilità di fare altrimenti”

22 Marzo 2018 alle 15:19

Alla ricerca del fuoco acceso nelle parole di un libro

Perché scrivo? Scrivo perché non posso non scrivere.

Alla domanda sullo scopo – risposta sulla causa.

E non può essercene altra.

Marina Cvetaeva (1919)

Quando da bambina andavo a catechismo, c’era un’insegnante molto magra e molto giovane, suor Eugenia, che ci parlava sempre della vocazione: raccontava di sé, ma certo sperava che la vocazione avrebbe afferrato anche qualcuno di noi, che leggevamo “Topolino” sotto il banco e ci lanciavamo palline di carta. Io avevo pochi anni e molta paura di non riconoscere la vocazione. Suor Eugenia diceva che era come una visione, che poteva arrivare in qualunque momento e rendeva tutto chiaro, limpido: le era successo mentre era nella sua stanza a leggere, da ragazzina, l’aveva sentita e aveva cambiato la sua vita. Ci disse anche di quella bambina di campagna che aveva preso in mano una pietra e con quella pietra si era spaccata tutti i denti da latte, perché le avevano detto che avrebbe potuto fare la cresima solo quando le fossero cresciuti i denti veri, a dodici anni, e lei era impaziente, non voleva più aspettare. Ero scioccata, pensavo al sangue sull’erba, ai denti rotti, ai suoi genitori infuriati, mi sembrava assurdo che la nostra suora lodasse una bambina pazza ed esaltata, però ero anche affascinata da quella ostinazione estrema, che dimenticava il mondo reale per inventarsene uno nuovo.

 

Un’ostinazione estrema. La bambina che si era spaccata con una pietra tutti i denti da latte, perché era impaziente di crescere

Non ho dimenticato gli occhi infuocati della suora giovane, che ci diceva di consacrare la vita a qualcosa di grande

Lo raccontai a mia madre, e il mio catechismo finì molto presto, come anche la mia vocazione religiosa. Ma non ho dimenticato la bambina con la pietra in mano, non ho dimenticato gli occhi infuocati della suora giovane e magra, la pelle bianchissima di chi non è mai stato al mare, che ci diceva di consacrare la vita a qualcosa di grande: mi faceva venire il batticuore l’idea di un desiderio che ti strappa alla ragionevolezza e ai pensieri piani, alle cose di tutti, un desiderio che ti porta via.

 

Molti anni dopo ho letto le parole che Ariadna Efron da bambina scrisse di sua madre, la poetessa russa Marina Cvetaeva, nel 1918, quando vivevano in una mansarda a Mosca e bruciavano le travi del soffitto per riscaldarsi: “Mia madre è molto strana. Mia madre non somiglia affatto a una madre”. Sua madre non assomigliava affatto a una madre (e studiando la vita di Marina Cvetaeva ho capito fino a che punto) perché non le piacevano i bambini piccoli, perché “qualche volta va in giro come persa, ma all’improvviso pare come che si svegli e comincia a parlare, e poi di nuovo sembra che parta per chissà dove”, e perché non si divertiva a chiacchierare con le altre madri, non le importava delle cose che importano alle madri. “E’ malinconica, svelta, ama la Poesia e la Musica. Scrive poesie. E’ paziente, sopporta sempre a più non posso. Si arrabbia e ama. Deve sempre correre da qualche parte. Ha un cuore grande così. Marina di notte legge. Non le piace essere tormentata con domande stupide, allora si arrabbia molto”. C’era nelle parole di quella bambina un orgoglio doloroso, e anche il riconoscimento di un fuoco che sua madre aveva, e bruciava tutto, e che le altre madri non avevano, non così, e forse allora erano più dolci, rassicuranti e generose di sé, quindi migliori. Invece Marina Cvetaeva “al lavoro era capace di posporre qualunque altra cosa. Insisto: qualunque” scriveva Ariadna, e penso che sia questo il fuoco di una vocazione: qualcosa che ti muove, ti accende, e ti incasina il resto della vita. Ti separa un po’ dalla vita. In Marina Cvetaeva, che era una donna, che era povera e che soprattutto era una madre, era ancora più evidente e più scandalosa questa separazione dalla vita, perché ci si aspettava da lei qualcosa di diverso, un accudimento che lei riservava invece più alle parole che alle figlie. Come la mia bambina con la pietra in mano: ci si aspettava da lei che giocasse spensierata, che facesse i compiti, e invece lei era il contrario di spensierata: era ossessionata.

 

Questa ossessione mi spaventa, mi spaventa il sangue sull’erba, mi spaventa la figlia di Marina Cvetaeva che muore di stenti in orfanotrofio, mi spaventano le cose e le persone distrutte in nome di un’ossessione che trasfigura e si nutre anche di qualcosa di mostruoso. Ma quella mostruosità mi attrae, perché nasce da un movimento profondo, inspiegabile, che crea anche una volontà, un’ostinazione e una cecità: una consacrazione, appunto. Non credo che si possa essere Marina Cvetaeva a metà, con la casa in ordine, i vestiti puliti, nessuna vittima e un destino dolce. La vocazione non è innocua, non è uno svago e non è una consolazione.

 

Quando le figlie dì Alice Munro erano piccole, lei scriveva fino all’una di notte e poi si alzava prima dell’alba e pensava: forse muoio, mi verrà un attacco di cuore, e poi: be’, se anche morissi ho scritto già molto, ci penseranno loro a far uscire tutto; la figlia di due anni le andava incontro mentre lei stava alla macchina da scrivere, e Alice con una mano la scansava e con l’altra continuava a battere. “Ero una giovane donna spietata” ha detto: seguiva il suo fuoco, la sua vocazione, obbediva al padrone della sua vita. In nome di quell’obbedienza, di quel richiamo, lasciava per terra tante piccole cose infrante, “una parte di me è stata assente” ha detto, ed è la parte infuocata, la parte che esce dal mondo reale per inventarne uno nuovo. Sheila Munro, sua figlia, ha scritto che la madre non c’era mai davvero completamente, nemmeno quando gonfiava i palloncini per le feste di compleanno: ha scritto che era davvero felice, davvero tutta se stessa, solo quando si sedeva al tavolo a scrivere e non rispondeva più a nessuna domanda.

 

In Marina Cvetaeva e Alice Munro ho ritrovato, in età adulta, la bambina con la pietra e la suora giovane e magra che mi aveva spaventato da bambina: ho capito che cerco quello, in me e negli altri. Dagli altri voglio sapere come si cammina con il fuoco dentro, voglio riconoscere quel fuoco, e anche l’unicità della vocazione, contare le cose infrante lasciate per terra, e voglio – questa è la parte più patetica – che il fuoco degli altri faccia continuamente divampare il mio: io che, un po’ come Elena dell’Amica geniale di Elena Ferrante, ho bisogno di farmi urtare il cervello da Lila, dalle persone, dai romanzi, da una bambina pazza con una pietra in mano.

 

La separazione dalla vita. Ci si aspettava da lei qualcosa di diverso, un accudimento che lei riservava invece più alle parole che alle figlie

Non credo che si possa essere Marina Cvetaeva a metà, con la casa in ordine, i vestiti puliti, nessuna vittima e un destino dolce

Per questo ho cercato dieci scrittori italiani: vicini alla mia idea di vocazione, e anche disposti a spiegarla, a raccontare di questo mestiere che è il loro padrone e a individuare il momento in cui sono riusciti a dire: “Io sono uno scrittore”.

 

Nel tempo ho letto e riletto un saggio di Natalia Ginzburg scritto a Torino nel 1949, quando lei aveva trentatré anni, intitolato Il mio mestiere, che comincia così: “Il mio mestiere è quello di scrivere e io lo so bene e da molto tempo. Spero di non essere fraintesa: sul valore di quel che posso scrivere non so nulla. So che scrivere è il mio mestiere”. E’ un incipit confidenziale: Natalia Ginzburg rivela qualcosa di sé di enorme, di arrogante, ma aggiunge: il valore potrebbe essere piccolo, ma non importa, perché la mia vocazione è questa, e non è uno svago, non è una consolazione, non è una compagnia, non è qualcosa che mi sta accanto. Mi sta dentro, e mi trascina.

 

Gli scrittori che ho scelto per raccontarla percorrono ciascuno una strada differente, non si sono immersi in un filone letterario ma mi sembra abbiano creato qualcosa di nuovo, facendo un passo in avanti nel cammino della letteratura italiana. Sono certa che tutti e dieci comincerebbero un saggio intitolato Il mio mestiere allo stesso modo: “Questo è il mio mestiere, e io lo farò fino alla morte”.

 

Sandro Veronesi, uno dei dieci, ha detto questo: “Perché scrivo? Per movimentare il dolore che ho, perché scrivere è una cosa vitale. Io ho sempre vissuto convinto di essere a tanto così dalle persone più disgraziate che c’erano”. Ho ripensato alla bambina con la pietra in mano, che a uno sguardo ragionevole era sicuramente una disgraziata, e anche alla mia suora giovane e pallida, che venne considerata troppo estrema per noi bambini del catechismo, quindi un po’ una disgraziata. Uno scrittore si sente vicino alle persone più disgraziate perché avere il fuoco dentro significa vivere in una specie di terra di mezzo, vicina alla disperazione quanto all’esaltazione. E’ una terra di mezzo, che contiene anche ironia, divertimento, autodenigrazione, canzoni di Renato Zero, donne e uomini amati, partite di calcio, sesso, bagni in mare, amici.

 

Un vero scrittore vive però in bilico tra due possibilità, perché seguire la scintilla, tenere acceso il fuoco, porta esaltazione o porta tormento, fa danni o premia, o fa tutte le cose insieme. La scintilla tiene sempre accesa anche un’altra luce, che è il rischio del fallimento, della non esistenza, o dell’incompiutezza. Ma la vocazione, se è solida, resterà immutata: ognuno dei miei dieci scrittori ha affrontato, a suo modo, anche questa esperienza, nel pensiero o nella realtà, nella possibilità che un libro nasca sulle macerie di un altro libro che poteva essere e non è stato. Fa parte della disperazione, ma anche dell’esaltazione di scartare una strada e imboccarne una diversa. Il cammino di uno scrittore si nutre anche di sconfitta, di cambi di direzione, di sbandamenti e miracoli non avvenuti. C’è sempre un precipizio poco distante, e, secondo Edoardo Albinati, “il fallimento e lo spreco sono i due poli esistenziali, i due motori insomma, della scrittura”. Tutte le pagine scritte e buttate, i libri non finiti o non pubblicati, i libri stroncati o di cui nessuno si è accorto, i libri che non si avrà più il tempo di scrivere fanno parte della storia e della strada di uno scrittore.

 

Virginia Woolf è stata uno degli scrittori più importanti del Ventesimo secolo, ed era ossessionata dal fallimento, annotava nei diari l’avvilimento, lo sconforto, la frustrazione e il senso di incapacità (“non riesco a mettermi al passo, a dar vita alle cose”), e con questi “sussulti di disperazione” andava sempre più avanti, con costanza, intensità, scrupolosità: scriveva, riscriveva, tornava a riscrivere. Niente doveva distrarla dalla sua vocazione. Per scrivere “bisogna uscire dalla vita, bisogna farsi alieni da tutto: concentratissimi, tutti su un punto, e senza dover più ricorrere alle parti sparse del proprio carattere, avere dimora stabile nel cervello”. Uscire dalla vita significava non essere più Virginia Woolf, ma una sensibilità che scrive. Poi bussava qualcuno alla porta e lei tornava un essere umano, una donna, ma mentre scriveva era totalmente dentro di sé. 

 

Quando ho letto queste parole nei suoi diari, ho ripensato a una pagina delle memorie di Miep Gies, la donna che ha salvato il diario di Anne Frank e che per due anni ha portato cibo, vestiti e parole alla sua famiglia nascosta nella soffitta di Amsterdam. Un pomeriggio di luglio, Miep era entrata nell’alloggio segreto per una visita inaspettata e si era trovata Anne davanti, che scriveva seduta al tavolino della cucina (aveva lottato per quel tavolo, per avere diritto a un turno più lungo, perché stava riscrivendo il suo diario, il suo libro): “Aveva un atteggiamento di grave e profonda concentrazione, come se stesse soffrendo di un mal di testa lancinante. Il suo sguardo mi trafisse e io rimasi senza parole. Improvvisamente, quella che stava scrivendo era un’altra persona”. Quella donna affezionata e gentile credeva di incontrare Anne Frank, una ragazzina ebrea di quasi quindici anni che cresceva dentro i vestiti e non stava mai zitta, invece aveva visto una scrittrice, aliena, un’altra persona, forse nemmeno una persona.

 

Dice Natalia Ginzburg: la mia vocazione è questa, e non è uno svago, non è una consolazione, non è qualcosa che mi sta accanto

“Frank le chiese che libro stesse leggendo… ‘che roba è?’. ‘E’ un romanzo’. ‘Preferisco leggere la verità’. ‘E’ la verità’ disse Helen”

Uscire dalla vita, quindi: è questo che fanno gli scrittori, è questo a cui porta la vocazione, a distaccarsi da tutto.

 

“Vocazione, ispirazione, predestinazione” ha detto Michele Mari, che associa alla letteratura questi valori ormai considerati “totalmente démodé, quasi pornografici”. Ecco, proprio questo cercavo: la pornografia che uno scrittore cerca di nascondere, la religiosità, anche, con cui si immerge nel proprio mondo interiore, la fissazione e l’impazzimento che hanno anche conseguenze comiche: “Ale, tu non sei Flaubert!” ha detto ad Alessandro Piperno la sua compagna, quando lui non smetteva di chiedersi che cosa avrebbe fatto Flaubert al posto suo.

 

Mi affascina questa incapacità di vivere con pienezza la vita reale (“sono una dilettante della vita” scriveva Virginia Woolf), di esserci davvero fino in fondo: nelle vite degli altri, dentro casa, in un negozio di lampadari, al parco con i figli. Forse le vite diventano due, quella reale e quella immaginata. Ma la vita reale nutre la vita immaginata, perché l’arte affonda le sue radici nell’esperienza umana. Di questo ero convinta, e ogni scrittore me lo ha confermato, raccontando la sua esperienza umana più importante, il mondo che lo nutre o che lo tormenta. Anche quando non ho fatto la domanda giusta, questa esperienza, questa ossessione alla fine si è imposta nel discorso, si è rivelata da sé.

 

Patrizia Cavalli nel nostro incontro ha raccontato fino a che punto la sua ispirazione non sia rarefatta ma carnale, fisica, contenga le persone, l’amore, l’odio, il disprezzo, la gelosia, un letto sfatto, il gioco, casa sua. Ma tutto acquista vita e verità solo quando viene scritto. E quando scrive, Patrizia Cavalli è posseduta. Come era posseduta Marina Cvetaeva: “La condizione creativa è quella dell’ossessione. Finché non cominci – obsession, finché non finisci – possession”. Tutta la realtà dipende allora dalle parole, dalle pagine, dai personaggi che si è riusciti o non riusciti a far camminare, dalla storia che gira dentro la testa, da una frase, dalla poesia che ha bisogno di essere versata sul foglio, come la scultura che è già dentro il marmo e va tirata fuori.

  

Attraverso questi incontri ho capito che negli scrittori, nelle loro vite, ma credo in tutte le persone, io cerco sempre quella specie di follia, che a volte è molto bene addomesticata, a volte quasi invisibile, ricoperta di strati di ragionevolezza, doveri, vita dei giorni, sesso, famiglia, inciampi, successo, imbarazzo, cinismo, paura, ironia, pudore (anche se credo che uno scrittore non debba mai vergognarsi). Mi entusiasma scoprire che esiste sempre una bambina pazza con una pietra in mano: un nucleo di passione che non può essere scalfito da niente, e che non è socievole né affidabile, perché è una concentrazione costante su qualcos’altro, è un pensiero altrove. Qualcosa di mostruoso, anche, un’ossessione che non è sempre compatibile con una vita felice, e forse non è compatibile con le vite felici delle persone accanto (il poeta e scrittore polacco Czeslaw Milosz diceva: “Quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è finita per sempre”). Perché chi ha questa scintilla poi passa il tempo a tenere acceso il fuoco, e può non accorgersi del resto. Francesco Piccolo, uno dei dieci, mi ha detto che sa di avere “questo cubetto di ghiaccio nel cuore, come ha scritto Graham Greene, che davanti a ogni cosa e a ogni persona e a ogni situazione mi fa dire soprattutto: ‘Scrivi’”.

 

Il cubetto di ghiaccio nel cuore è ciò che ho cercato di trovare e raccontare in questi scrittori, per raccontarlo nella letteratura: la storia di un cubetto interiore, o scintilla, o vocazione, e la storia d’amore e di conflitto che ne deriva. Ma anche il divertimento e la gioia di una vita dentro la scrittura, quell’esplosione, l’esasperazione di cui parla Valeria Parrella e che ho ritrovato nelle parole di Gabriel García Márquez: “Quando uno ha una storia che lo perseguita, piano piano gli si gonfia da sola nella testa, per molto tempo, e il giorno che scoppia bisogna sedersi alla macchina da scrivere, o si corre il rischio di strozzare la propria moglie”.

 

Si può anche decidere di non spaccarsi i denti con una pietra, di stare sempre un passo avanti ai disgraziati, di non abbandonare i figli, di non uccidersi, ma credo che l’impulso di scrivere riguardi comunque l’ossessione: resterà sempre la cosa più importante nella vita di uno scrittore, fatta anche di necessità e disciplina. Marina Cvetaeva si versava una tazzina di caffè bollente e la posava sullo scrittoio, al quale andava ogni giorno, come un operaio alla macchina “con lo stesso senso di responsabilità, ineluttabilità, impossibilità di fare altrimenti”.

 

Un vero scrittore vive però in bilico tra due possibilità, perché tenere acceso il fuoco porta esaltazione o porta tormento

Virginia Woolf, Anne Frank. Uscire dalla vita: è questo che fanno gli scrittori, è questo a cui porta la vocazione, a distaccarsi da tutto

La storia di una vocazione è allora anche la storia di una immensa libertà interiore che rende la vita sua schiava, ma felice di esserlo: me l’hanno confermato questi dieci incontri, perché in ognuno ho trovato il fuoco acceso, anche in quelli che cercavano di nasconderlo. Ogni scrittore mi ha offerto un pezzo di sé, un tassello che unito agli altri, ma senza prepotenza, mi sembra abbia reso più compiuta l’idea di che cosa significhi scrivere, ma soprattutto vivere per scrivere. “Mi piacerebbe essere riconosciuto come uno scrittore che quando muore le sue cose gli sopravvivono” ha detto Walter Siti. Scrivere per non smettere di vivere.

 

Leggere le interviste sterminate della Paris Review agli scrittori più importanti del mondo, i loro saggi sulla scrittura, i diari e le lettere ha reso sempre più chiaro che cosa sia un cammino e che cosa sia la disciplina che tiene dentro anche una mostruosità, come ha scritto Bernard Malamud a proposito del tempo che non ha dedicato ai suoi figli: “Lo scrittore deve affrontare il fatto che entra in una stanza – e che è meglio che vada in quella stanza, è meglio che chiuda quella porta, è meglio che stia lì dentro ed è meglio che scriva – e, qualunque cosa accada, non parli mai con nessuno”. Ma stare seduta davanti a uno scrittore, Domenico Starnone, che a poco a poco si è liberato del ritegno e della diffidenza e ha detto: “In ogni libro si apre una porta verso un altro libro” – confessando la sua paura di non avere il tempo per aprire tutte le porte – è stata per me l’esperienza diretta con l’ossessione di chi sa qual è il suo mestiere, e che lo farà finché il tempo glielo permetterà.

 

Il tempo è sempre una questione essenziale: il tempo perduto, il tempo che resta, il tempo di vivere e il tempo di scrivere, e anche il tempo in cui, come ha detto Melania Mazzucco, “la letteratura si invera”, anticipa la vita, la precede o le si lega talmente stretta da diventare, sempre, la verità. Un vero scrittore, infatti, scrive sempre la verità, anche mentendo, inventando, creando un impiegato che una mattina si sveglia trasformato in un enorme scarafaggio.

 

In un romanzo di Bernard Malamud che amo molto, Il commesso, Frank parla con Helen, la ragazza di cui è innamorato: “Frank le chiese che libro stesse leggendo. L’idiota. Lo conosci?’. ‘No, che roba è?’. ‘E’ un romanzo’. ‘Preferisco leggere la verità’. ‘E’ la verità’ disse Helen”. E’ la verità, ed è anche per questo che non ho mai chiesto agli scrittori: Sei proprio tu nel libro? è successo a te, è la tua storia? Perché l’unica verità è quella delle parole scritte. Lì dentro c’è il fuoco acceso, c’è la pietra, c’è tutto. Anche la scelta fra la scrittura o la vita.

 

  

E’ un mestiere abbastanza difficile, lo vedete, ma il più bello che ci sia al mondo. I giorni e i casi della nostra vita, i giorni e i casi della vita degli altri a cui assistiamo, letture e immagini e pensieri e discorsi, lo saziano e cresce in noi. E’ un mestiere che si nutre anche di cose orribili, mangia il meglio e il peggio della nostra vita, i nostri sentimenti cattivi come i sentimenti buoni fluiscono nel suo sangue. Si nutre e cresce in noi.

Natalia Ginzburg, Il mio mestiere.

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