La festa di compleanno e il divieto assoluto di aprire la finestra

I bambini sudati, pazzi e felici, ma il momento più bello è la fine, con i panini avanzati

Annalena Benini

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23 Marzo 2018 alle 13:50

La festa di compleanno e il divieto assoluto di aprire la finestra

Illustrazione di Katy Couprie per “AH! ERNESTO!”, unico racconto per ragazzi scritto da Marguerite Duras, nella sua prima edizione italiana (Mondadori)

I bambini aspettano il giorno del compleanno in un modo meraviglioso, diverso dal nostro. Io arrivo al compleanno senza accorgermene, me lo trovo davanti come un tizio che non ho invitato ma ha suonato lo stesso alla porta, e adesso bisogna farlo entrare, e non è mai abbastanza allegro, mai abbastanza simpatico, mai abbastanza generoso. Arrivo al compleanno e mi sento in dovere di fare finta di niente, di non volere regali, fiori, auguri, niente. Mento, perché mi vergogno di pensare al compleanno e perché non so che atteggiamento assumere davanti al compleanno. Non sono a mio agio, mi sento goffa, e ogni anno aspetto che questo giorno del compleanno finisca e basta. Se ricevo un regalo bruttissimo ringrazio smisuratamente, se non lo ricevo ci resto male ma non lo ammetterei mai, se devo spegnere le candeline arrossisco per ore e ore. Forse anche da bambina non ero bravissima nei compleanni, avevo soprattutto paura che i miei amici non si divertissero abbastanza alla mia festa, e non sapevo mai che faccia dovevo avere (normale, disinvolta, felice, esaltata, annoiata, entusiasta, tormentata?), invece i bambini che conosco sembrano tutti nati per festeggiare e io li ammiro molto e mi incanto a guardare la gioia che esplode: anche se mi lamento di dover organizzare le feste di compleanno, sono felice di guardarli tutti sudati con i capelli appiccicati alla fronte che si rincorrono per casa sparandosi e urlando e rovesciando i pop-corn e la Coca-Cola dappertutto, ma soprattutto negli angoli più nascosti, dentro il divano ad esempio. Mi piace trovare, sei mesi dopo per caso, un pop-corn mummificato.

 

Mio figlio conta i giorni. Compie gli anni un giorno di marzo, e dal giorno dopo ricomincia a chiedermi quanti giorni mancano al suo compleanno. Ha costruito un calendario da cui stacca ogni giorno i foglietti, e il calendario non finisce il trentun dicembre ma il giorno di marzo del suo compleanno. Il giorno della festa e dei regali, il giorno in cui la felicità del mondo si compie attorno a lui. Il giorno in cui tutti devono urlare buon compleanno e cantare e fargli i regali e andare alla sua festa e ballare e sudare il più possibile e lanciare pop-corn, anche rompere un lampadario è accettabile in un giorno così, ma soprattutto nessuno deve cercare di regolare questi festeggiamenti, nessuno può imporre un ordine, quindi la prima cosa che mio figlio dice, a circa due mesi dal compleanno, quando insomma sente che è proprio vicinissimo, è: non voglio l’animatore, se viene l’animatore me ne vado di casa. A parte che io non ho mai pensato di chiamare l’animatore, però che cosa ha fatto di male l’animatore? L’animatore dice: basta, smettete di mangiare e venite a giocare, e io voglio mangiare finché mi pare e giocare come decido io, non come decide lui. Quindi: niente animatore, solo una madre in piedi su un tavolino che con un gancio tiene sollevata la pignatta, e intorno venti bambini bendati che con le mazze cercano di distruggere la pignatta per prendere i cioccolatini, e quindi di uccidere alla cieca la madre.

 

Va benissimo, lo faccio, è il tuo compleanno, non importa se muoio, l’importante è che non ci sia l’animatore e che non ci siano stupide regole come quella di non buttarsi a testa in giù dal letto a castello in alto. Durante la festa di compleanno, quindi, dopo aver chiuso bene le finestre per essere sicuri che nessuno si butti, si deve solo sorridere, anche durante i rumori di crollo più terrificanti, e aspettare che arrivi il primo genitore a prendere il figlio. Tutte le energie sono concentrate nel restare vivi per sentire il suono del campanello. Solo che il primo genitore è di solito un genitore che ha sbagliato orario, ed è mostruosamente in anticipo, e suo figlio lo guarda atterrito, e poi furioso, e gli grida: ti odio vatteneeee, e a quel punto diventa tutto più difficile. Bisogna consolare il genitore, offrirgli da bere, insistere perché accetti un pezzo di torta spappolata, fingere che sia tutto a posto, tutto normale, che in casa non ci sia questo clima subtropicale dato dalle corse di venti ragazzini senza scarpe (per nessun motivo, anche se si rischia di soffocare, si può aprire la finestra neanche per dieci secondi). Il genitore in anticipo, avvilito, dice solo: che coraggio eh, ma a volte decide di aspettare fuori dalla porta, soprattutto se è un padre. In questi casi io accetto che resti fuori dalla porta, anche con sollievo, dico: va bene, e richiudo la porta. Il genitore in anticipo ha perso totalmente il coraggio di suonare di nuovo alla porta, quindi aspetta che arrivino tutti gli altri genitori in orario, che gli passano davanti e lo guardano incuriositi: che ci fa un padre fuori dalla porta? perché non entra?, ma io fingo di non sentire, è bene che quel padre resti là fuori, se vuole che suo figlio lo perdoni. Alla fine, quando se ne sono andati via proprio tutti, anche i bambini che erano stati dimenticati o che erano troppo sudati per uscire di casa in quelle condizioni, il padre timidamente suona di nuovo alla porta, si fa avanti fra le macerie della casa e dice: è tardi. Il figlio non gli risponde nemmeno, ma si infila la giacca, raccoglie tutti i suoi cioccolatini e se ne va. Il padre lo segue a testa bassa e mi dice piano: grazie. In quel momento, quando l’ultimo padre è stato sconfitto, la festa è finita, e noi possiamo mangiare tutti i panini rimasti, tutte le pizzette e i tramezzini anche se sono stati già morsi, non importa, ed è un momento bellissimo e io posso godermi la felicità degli altri, la felicità di mio figlio che già ha preso il nuovo calendario per contare i giorni che mancano al prossimo compleanno. Gli ho chiesto qual è il regalo più bello che ha ricevuto, e mi ha portato una strana cosa di stoffa, con le gambe e le braccia e in mano una specie di accetta. Bellissimo, che cos’è? “Un contadino assassino, l’ha cucito Elena per me”. Elena è una bambina molto carina e il contadino assassino è un colpo di genio, se Elena ti piace lo capisco, però ricordati che io ho rischiato la vita per la tua felicità.

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