L’arresto di Totò Riina nel gennaio del 1993 (Ansa/Franco Cufari) 

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Miti, mostri e fantasmi dell'antimafia della fuffa. Un catalogo a futura memoria

Giuseppe Sottile e Riccardo Lo Verso

Finirà? No, non finirà. I predicatori della “Cosa nostra eterna e invincibile” non cedono. Pentiti, pataccari, tavoli ovali: gli strumenti di scena per tenere in vita un’emergenza che non c’è

Sono trent’anni, o forse più, che ci affliggono con le trame oscure e le regie occulte, con i servizi deviati e le verità inconfessabili, con i tavoli ovali e le complicità sottintese. E sono trent’anni che vagano per giornali e televisioni predicando teoremi che nulla hanno a che fare con un’indagine, con un’istruttoria, con un processo, con lo stato di diritto, con la giustizia. La mafia delle stragi non c’è più e i boss di quella stagione maledetta sono già morti o murati vivi nelle carceri di massima sicurezza. Ma i chierici vaganti dell’emergenza non si arrendono, non indietreggiano, non prendono atto che lo stato ha vinto e la mafia ha perso. Non si piegano nemmeno davanti a una sentenza della Cassazione che sconfessa i loro impianti accusatori, che trasforma in monnezza quintali di fascicoli costruiti senza prove e senza riscontri, che riduce in cenere montagne di verbali sottoscritti da pentiti truffaldi e senza scrupoli. No, i reverendissimi predicatori della “Cosa nostra eterna e invincibile” non cedono di un millimetro e non mostrano nemmeno un segno di pietà per tutti gli sventurati che sono finiti nel tritacarne di una imputazione senza capo né coda, che sono stati appesi con indicibile cinismo all’albero della gogna, che hanno perso onore, affetti e pezzi di vita e che si sono dissanguati per pagare le parcelle degli avvocati. 

No, i catechisti delle sante inquisizioni non hanno rimorsi per tutte le chiacchiere inutili e infamanti sparse nelle aule dei tribunali; né per i giorni, i mesi e gli anni persi per inseguire i fantasmi. Hanno solo la sfrontatezza di dire che la sentenza della Cassazione altro non è che un colpo di spugna. Organizzato, va da sé, da uno stato colluso che non vuole per nessuna ragione aprire il pozzo maleodorante dei misteri, delle collusioni, dei complotti e dei patti scellerati con le cosche.

L’antimafia della fuffa è fatta così. Passa da un polverone all’altro. Gli si spegne tra le mani la teoria farlocca dei “sistemi criminali” e inventa una fantomatica Trattativa fra tre onestissimi servitori dello stato, tre alti ufficiali del Ros, e i più sanguinari padrini di Cosa nostra. E quando la grande patacca della Trattativa si schianta contro il muro della Suprema Corte basta agitare, per sopravvivere, il grande sospetto del colpo di spugna. Un sospetto, manco a dirlo, sul quale imbastire nuovi teoremi, nuove verità, nuove interviste, nuovi libri e – chissà – anche nuove carriere.

La giostra della fuffa purtroppo non si ferma mai. Gli angeli della purezza – o dell’impostura: scegliete voi – avranno sempre un infedele da bruciare nel rogo di un avviso di garanzia per concorso esterno; o un peccatore da sputtanare nella piazza grande del talk-show; o un nemico da spogliare dei suoi beni e da rivestire con il saio del mafioso. Qui vogliamo solo ricordare, per fotogrammi, gli effetti più disastrosi e le scempiaggini più clamorose partorite dal ventre molle di un giustizialismo imbroglione e manettaro. “A futura memoria”, avrebbe detto quel sant’uomo di Leonardo Sciascia, lo scrittore siciliano che ha avuto l’intuizione e il coraggio di mettere a nudo oltre alla mafia anche i professionisti dell’antimafia.

La saga dei Borsellino

L’antimafia della fuffa è una giostra su cui in tantissimi sono saliti e dalla quale ogni tanto qualcuno prova a scendere. Un esempio illuminante è la spaccatura profonda che si è determinata tra i familiari di Paolo Borsellino. Da una parte i figli del magistrato, Fiammetta, Lucia e Manfredi. Defilati e riservati per scelta. Dall’altra lo zio Salvatore, che giorno dopo giorno, manifestazione dopo manifestazione, intervista dopo intervista è diventato il frontman del movimento antimafia che ha giurato sul vangelo della trattativa stato-mafia. Per un lungo periodo i nipoti ne hanno ignorato gli atteggiamenti folkloristici – chi non ricorda il bacio con Massimo Ciancimino e l’abbraccio con Gaspare Mutolo – che sovrastavano quel che pur deve esserci di buono nelle intenzioni. Pian piano il baccano è diventato insopportabile, però. Onde evitare che l’assenza alle commemorazioni venisse ricondotta alla sola riservatezza caratteriale, i figli lo hanno detto chiaro e tondo: basta passerelle, basta chiacchiere, basta processi farsa voluti da una magistratura che sulle indagini per la morte del padre ha sbagliato tutto (o quasi) ma ha fatto finta di nulla. Posizione troppo distante dallo zio Salvatore il quale non ha mai voluto accettare che si criticassero magistrati come Antonio Di Matteo e Roberto Scarpinato. Ha reagito con la solfa di sempre, fatta di ombre e sospetti addossati persino sui nipoti che portano il suo stesso cognome. Si è spinto ad affermare che i carabinieri del Ros, gli stessi accusati di avere trattato con la mafia durante le stragi, hanno consigliato i figli di Paolo Borsellino. Lo zio li ha trasformati in ventriloqui di chissà quali infedeli di stato, eterodiretti da menti raffinatissime. Sale sulle ferite che hanno lacerato le carni.

E quale sarebbe la colpa dei figli di Paolo Borsellino? Quella di avere criticato l’ostinazione della magistratura che s’è inventata la favola della trattativa stato-mafia. Un ventennio bruciato a spacciare sospetti per verità, tralasciando colpevolmente la pista del dossier “mafia e appalti”. L’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino, non le ha mandate a dire ai magistrati. Non c’è verità perché l’hanno cercata nella parte sbagliata, bevendosi le menzogne dei collaboratori di giustizia. Si poteva e doveva lavorare sul dossier “mafia e appalti”. E’ un’ipotesi, ma vale molto di più della presunzione di chi credeva che la trattativa spiegasse tutto. E ci crede ancora, nonostante la Cassazione abbia raso al suolo la sentenza.


Quelli del tavolo ovale

E se davvero fosse il dossier “mafia e appalti” che alzava il livello delle indagini ad avere provocato la terribile reazione della mafia? Perché mai, d’altra parte, Borsellino avrebbe dovuto incontrare i carabinieri del Ros poco prima di morire se non si fidava del generale Mario Mori tenuto sulla graticola processuale per decenni? Alla logica si preferisce la nebbia dei misteri, dei tavoli ovali dove i poteri oscuri decidono le sorti del paese. Roberto Scarpinato è il teorico del Deep State. Non fa più il magistrato. E’ andato in pensione ed è stato eletto dai grillini in Parlamento dove tiene lezioni sullo stato occulto, un’enclave che, come una Spectre, muove tutto, sa tutto e nasconde tutto. Avrebbe deciso anche, così sostiene Scarpinato, che ad un certo punto fosse scaduto il tempo di Matteo Messina Denaro. Il capomafia trapanese si sarebbe fatto arrestare perché “c’è una struttura che va al di là di Matteo Messina Denaro”, alla quale bisogna “obbedire” in cambio di un regalino per la collettività mafiosa. Il brusio malsano degli antimafiosi di professione lo aveva individuato, il regalino, nell’abolizione del 41 bis, il regime del carcere duro. Attendevano al varco l’esultanza dei Bagarella, dei Calò, dei Graviano e di tutti gli altri duecentotrenta boss siciliani sepolti in carcere dove resteranno fino all’ultimo respiro al pari di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Sono rimasti delusi. Mica è finita. Qualche solerte magistrato teorizzerà un nuovo patto sporco quando le acque si saranno calmate e la memoria si sarà diradata. Più passa il tempo e più le storie si fanno fumose. Ed è nel fumo che attecchiscono i processi dove l’obiettivo non è provare le accuse, ma attivare la stregoneria dei talk-show o, più in generale, del sempre efficiente circolo mediatico-giudiziario.



La galleria dei mostri

Quanto è complicato fare i processi con le prove. Più comodo combattere i mostri. “Faccia da mostro”, appunto, era il soprannome di Giovanni Aiello, morto nel 2017 d’infarto come ha stabilito l’autopsia. L’ex poliziotto voleva essere cremato, ma è stato seppellito non si sa mai servisse riesumare la salma per un rilievo last minute. A ogni inchiesta, a ogni rigurgito di pentito spunta l’ex poliziotto. Confronti, esami del Dna, intercettazioni: niente prove contro Aiello diventato il bersaglio dei pentiti del “mi hanno detto che…”. Lo hanno accusato di una lista infinita di nefandezza: di avere presenziato alle riunioni in cui fu deciso di ammazzare il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e il magistrato Rocco Chinnici. Di avere ucciso i colleghi Ninni Cassarà, Roberto Antiochia, Natale Mondo, e il piccolo Claudio Domino che aveva soli undici anni quando gli spararono un colpo di pistola alla testa. Di avere fornito il telecomando per il fallito attentato all’Addaura in cui, nel 1989, doveva morire Giovanni Falcone. Di avere coperto i killer dell’agente Antonino Agostino massacrato, sempre nel 1989, assieme alla moglie Ida Castelluccio. Di avere schiacciato il pulsante che scatenò l’inferno di via D’Amelio nel 1992. Di avere ricevuto l’incarico di “liquidare” l’urologo Attilio Manca che sarebbe stato ucciso nel 2004 per essersi rifiutato di curare Bernardo Provenzano. Uno sconosciuto ex poliziotto è diventato la chiave di tutti i misteri e bisogna tenerlo sotto controllo anche dopo morto.



La via dei pataccari

Mostro che inventi, pentiti che trovi. Sono stati decisivi nella lotta alla mafia. Per ripagarli bastava la protezione e la vita nuova che gli è stata garantita per legge. Non era necessario affidargli le chiavi della giustizia. Ci hanno preso gusto e si sono presi gioco di tutti con le acrobazie della memoria, i ricordi che si accendono all’improvviso dopo anni di silenzi. Alcuni pubblici ministeri hanno finito per guardarsi allo specchio mentre interrogavano e coccolavano i collaboratori di giustizia. Come Giovanni Brusca, boia dei cento omicidi, oggi libero per fine pena. Mentre era in carcere ha goduto di un’ottantina di permessi premio. Sapeva quali corde suonare. Al processo sulla Trattativa si precipitò tra le braccia spalancate dei pubblici ministeri. Li ripagò con la storiella del papello. Non ricordava chi, dove, come, quando e perché gli avesse parlato della lista delle richieste che i corleonesi avrebbero avanzato allo stato per fermare le bombe. Gli avvocati fecero notare le incongruenze e calò il gelo in aula. Durò poco, perché Brusca all’udienza successiva si presentò ringalluzzito. “Tornato in cella con questo dubbio – sono parole sue – ho subito ricordato come sono andati i fatti”. E guarda caso erano sovrapponibili alle ricostruzioni dei pm. Alcuni giudici lo hanno sgamato. Si sono accorti che voleva “assecondare alcune ipotesi accusatorie” per “acquisire qualche benemerenza”. Peccatucci, subito perdonati. Basterebbe rileggere un passaggio delle sue dichiarazioni per comprendere che la giustizia è stata trascinata nel baratro da certi pentiti. Sul papello Brusca ammise che “c’è stata tutta una serie di contestazioni che mi venivano fatte dagli organi competenti, di magistrati in particolar modo, per collocare meglio il tempo e sollecitare i miei ricordi. E allora, a forza di ricordare e collocare i punti, io ho potuto collocare la storia del papello e quant’altro”.
 Se uno così veniva premiato – e oggi è pure libero – non ci si può sorprendere che abbia fatto scuola. L’elenco è tragicomicamente lungo, ma una citazione merita l’ultimo collaboratore, Pietro Riggio, che si è affacciato sul palcoscenico della Trattativa. Paragonato a Tommaso Buscetta da Antonino Di Matteo per la possibilità di “fare il salto di qualità” nel racconto dei “rapporti osceni fra il potere e Cosa nostra”. Celebrato da Antonio Ingroia come il “pentito di stato” necessario per ricostruire la stagione delle stragi. E pazienza se ha tirato fuori certi argomenti dieci anni dopo l’inizio della sua collaborazione. Sostiene che i servizi segreti, italiani e libici, hanno partecipato alla strage di Capaci insieme a Cosa nostra. Brusca ha solo creduto di avere schiacciato il telecomando per il tritolo di Capaci, in realtà qualcuno lo ha fatto al posto suo. Non serve aggiungere altro.

Il papello che non c’era

Il papello è il più famoso attrezzo di scena piazzato nel salone di rappresentanza del baraccone antimafia. La sua esistenza viene postulata, ma è un’altra panzana. Del papello ha parlato quel pataccaro conclamato di Massimo Ciancimino, tirando fuori una fotocopia trovata tra le scartoffie impolverate del padre, don Vito, ex sindaco mafioso di Palermo. Appunti, copie di manoscritti mai dati alle stampe, sfoghi personali. Hanno pure fatto delle perizie. Il papello non è stato scritto da Ciancimino senior, né dal presunto mittente Totò Riina. L’unica cosa certa è che la carta risale a quegli anni. Che circostanza determinante! Però la sua esistenza, come prova della Trattativa, è stata data per certa. La verità è che a pagare pegno per le bugie infiocchettate è stato il solo Ciancimino. Pompato, portato in trionfo nei talk-show di Michele Santoro e Marco Travaglio, spremuto e gettato via quando non serviva più alla causa. Ha finito per essere una vittima dell’ingranaggio di cui gli era stato fatto credere di essere il perno centrale, di un meccanismo elaborato dai suoi ispiratori per la redenzione di tutti i peccati di mafia. Il suo ego di certo non lo ha aiutato.
 C’è un altro totem, decisamente più serio, che rischia di essere trasformato in una reliquia portata in processione nei processi senza fine: l’agenda rossa di Borsellino. L’ultimo spiffero lo si deve all’ennesimo testimone, presentato in pompa magna all’opinione pubblica con il prefisso super. Svela che l’agenda si trova a casa dei familiari di Arnaldo La Barbera, l’ex capo della squadra mobile di Palermo morto nel 2002. La rivelazione è del padre di un’amica della figlia del poliziotto che indagò sulle stragi del ‘92. La Procura di Caltanissetta manda i carabinieri a cercare l’agenda fra Roma e Verona. Acqua. Non la trovano. E allora le cercano pure negli uffici dell’Aisi, l’agenzia dei servizi segreti interni dove lavora la figlia di La Barbera. Acqua, ma il refrain dei servizi prospetta il migliore degli scenari possibili. Certo ipotizzare che gli 007 e i parenti di La Barbera si facessero trovare con la pistola fumante in mano era alquanto singolare. Scava scava, però, qualcosa si trova. Salta fuori la contabilità di La Barbera caratterizzata da un vorticoso giro di assegni. Fondi neri probabilmente messi a disposizione dalla polizia – in tanti narrano di una gestione quantomeno allegra in quegli anni – ma la tentazione è grande. E allora perché non lanciare l’ultimo mistero: sono soldi sborsati dai mafiosi (con assegni?) al soldo dei quali lavorava La Barbera o da chissà quale puparo di stato sceso in campo per nascondere la verità sulle stragi. Per la cronaca finora nei processi sono state spazzate via le ombre di mafia. Non c’è prova che La Barbera sia stato a disposizione dei boss. Fece confessare il falso pentito Vincenzo Scarantino “per finalità di carriera”, “carte false per poter mantenere e accrescere la propria posizione all’interno della Polizia di stato e nell’establishment del tempo”.

Il provocatore della cella accanto

La memoria rimanda ai dialoghi di Riina. Gli era stato piazzato accanto un badante, Alberto Lorusso, durante l’ora d’aria nel carcere di Milano Opera. Nei giorni del crepuscolo lo stragista corleonese parlava del papello, di Brusca e, appunto, dell’agenda rossa: “Perché non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l’agenda. In via D’Amelio c’erano i servizi”. Lapidario e affascinante. Se lo dice il capo dei capi allora è vero, deve essere vero. Stava parlando del carabiniere Giovanni Arcangioli, la cui foto con la borsa in via d’Amelio continua a essere un marchio di colpevolezza. Nel processo sommario del circo mediatico giudiziario, Arcangioli è stato condannato con sentenza passata in giudicato; ma in quello vero i giudici lo hanno prosciolto dopo che ha rinunciato – udite, udite – alla prescrizione. Chissenefrega. Dalle retrovie, del tempo e dei ruoli, sono saltati fuori però alcuni agenti di polizia che – tra macerie, fumo e brandelli di corpi – sostengono di essersi passati di mano in mano la borsa che i loro ricordi collocano per ultimo nella stanza di La Barbera. Si farà un altro processo a Caltanissetta. Dopo quello sui tre poliziotti depistatori (uno assolto e due prescritti in primo grado dall’accusa di calunnia perché non c’è l’aggravante di avere aiutato la mafia) e sui quattro poliziotti suggeritori dei depistatori ce ne sarà uno sull’agenda rossa. 
Si sente già l’aria stantia dei corridoi delle questure. Il depistaggio continua. Le forze oscure dei servizi segreti, ovviamente deviati, d’altra parte – è convinzione dilagante – hanno già indirizzato le indagini sull’eccidio di via D’Amelio. Sì, quelle indagini che puzzavano di truffa sin dal primo istante ma i magistrati non se ne sono accorti. Non hanno avuto il coraggio di ammetterlo e mai l’avranno. Il depistaggio ha finito per essere il vasto tappeto sotto cui nascondere la collettiva incapacità della magistratura, a cui è stata concessa la più generosa delle attenuanti. Mica si poteva ammettere di avere fatto una figuraccia di massa credendo ai falsi pentiti. E così si continua a sostenere che il più grande depistaggio della storia giudiziaria d’Italia sia opera di un gruppetto piccolo piccolo di poliziotti.

I fantasmi dell’emergenza

Musica per le orecchie degli inquisitori, legna per il fuoco dell’eterna emergenza. Giovanni Falcone ne era certo: “La mafia è fatta di uomini e come tutte le cose fatte dagli uomini ha avuto un inizio e avrà una fine”. Finirà? No che non finirà. Da decenni a ogni successo investigativo si alza il coro dei negazionisti. Quelli del “sì però...”. Lo fanno tutte le volte che arrestano un capomafia di peso. Per ultimo è toccato a Messina Denaro. “Si è consegnato”, urlano. La verità è che ammettere che lo stato ha vinto significherebbe sbaraccare ciò che ormai di superfluo c’è nell’antimafia. Ed è talmente ampio che tanti addetti ai lavori correrebbero il rischio di doversi rimettere a lavorare sul serio. Questo vale per tutti, anche per chi nella mafia ha trovato fonte di ispirazione per libri, fiction, spettacoli e chi più ne ha più ne metta. La produzione è satura, ma si può sempre attingere al repertorio dei fantasmi. Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Qualcuno ricorderà il “signor Franco”, personaggio partorito dalla mente di Massimo Ciancimino, cerniera fra il padre e i traditori di stato. Riconosciuto una ventina di volte in altrettante fotografie mostrategli dagli investigatori. Fino all’incredibile associazione con Ugo Zampetti, segretario generale del Quirinale. Ci sarebbe da ridere e invece c’è da piangere visto che su simili panzane hanno costruito processi e speso  milioni di euro per trovare impossibili riscontri. 
A proposito di fantasmi. Che fine ha fatto l’uomo misterioso che secondo il fantasioso Pietro Riggio premette il telecomando che azionò il tritolo usato per la strage di Capaci? Di colui che armeggiava in garage per imbottire di tritolo la Fiat 126 utilizzata per fare saltare in aria Borsellino e la scorta; dell’artificiere “in abito scuro, elegantissimo”, che i mafiosi d’America inviarono in Sicilia per preparare l’attentatuni contro Falcone; e che fine ha fatto la donna “agente segreta e libica” che se ne andava in giro a Capaci nei giorni dell’eccidio? Nessuna notizia, ovviamente. Ma finché ci sono i fantasmi c’è speranza.

Le profezie televisive

Una volta raschiato il fondo del barile, l’antimafia degli eterni misteri si è affidata ai chiaroveggenti. Si è dato credito alla profezia televisiva di Salvatore Baiardo, un tempo favoreggiatore dei fratelli Graviano. In passato ha cercato di smerciare notizie ma chiedeva soldi in cambio di informazioni “del tutto inattendibili”. Poi è tornato alla carica dal salotto di Massimo Giletti annunciando l’imminente arresto di Messina Denaro. E siccome prima o poi doveva succedere la casualità ha fatto schizzare la sua credibilità. Il triangolo Baiardo-pm-Giletti è servito a mettere in piedi puntate da avanspettacolo. La tv comunque dimentica presto, Giletti è pronto per il gran ritorno in Rai. A “Report” Baiardo ha pure annunciato il miracolo della moltiplicazione dell’agenda rossa. Per mesi si è discusso di una fantomatica foto, che nessuno ha visto, che ritraeva Berlusconi insieme a Giuseppe Graviano. Giletti e Baiardo si sono smentiti a vicenda non nel corso dell’ennesima puntata, ma davanti ai pm di Firenze. Nel frattempo Baiardo pare sia tentato da una candidatura in politica, manco fosse un magistrato qualunque.

I signori delle scorte

Non c’è emergenza senza minacce. La cronaca è piena di lettere, proiettili imbustati, teste di capretto appese ai cancelli, telefonate anonime, scritte, racconti di pentiti su attentati addirittura in fase esecutiva. Per fortuna, dalla stagione delle stragi, nulla è più accaduto. Da dove arrivano, dunque, le intimidazioni. Ormai si è arrivati al punto di considerare minacciosi anche i post sui social network. La domanda sorge spontanea: si potrebbe conoscere l’identità dei colpevoli, dare un volto a chi tramava nell’oscurità in modo da capire da chi e da cosa ci si deve difendere? Le indagini, molte delle quali fatte per finta, a nulla sono approdate. Nell’attesa le scorte aumentano in maniera direttamente proporzionale ai teoremi accusatori. C’è chi è sotto protezione da quarant’anni, dai tempi del primo maxiprocesso. E c’è un dettaglio che sorprende: le scorte più impenetrabili – e anche più appariscenti – se le sono accaparrate i santoni più venerati dell’antimafia fuffaiola. Più sberle processuali prendono e più fanno carriera in magistratura e pure in politica, portati in trionfo a Montecitorio o a Palazzo Madama per replicare in Parlamento i sospetti che hanno coltivato, senza successo, nelle aule di giustizia.

Non ci resta che un libro

Lo stato ha vinto anche se vogliono farci credere il contrario. Ma i santoni e la Reverendissima Confraternita della Fuffa non si rassegnano neppure di fronte alle sentenze. Sulla trattativa stato-mafia si contano una ventina di libri, scritti durante le indagini e i processi. Raccontavano di patti sporchi, collusioni di stato e nemici della giustizia prima ancora che venissero emesse le sentenze. Giornalisti, storici, docenti non hanno l’obbligo di aspettare i verdetti, ma molti di quei libri li hanno firmati i magistrati, inseriti – già dai tempi del processo a Giulio Andreotti – in una editoria letteraria sempre più fiorente. Ricordate? Dicevano che volevano riscrivere la storia d’Italia. Ora c’è chi addirittura pretende di processare la Cassazione per avere messo fine, una volta e per tutte, alla più colossale farsa giudiziaria di tutti i tempi. Quella dei supremi giudici sulla Trattativa non è stata una sentenza, ma un colpo di spugna. Finirà questa antimafia? No, che non finirà. Prima o poi salterà fuori dal cilindro del prestigiatore un nuovo Ciancimino, con un altro allegro carico di fuffa e di patacche. Bisogna solo avere la pazienza di aspettare. Nel frattempo sursum corda, ripetiamo in coro la vecchia e consunta giaculatoria di rito: la mafia è forte, fortissima e lo stato ha fatto solo finta di combatterla. Ripetiamola almeno due volte al giorno perché non si sa mai. Chi si guardò si salvò.